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  • martedì 16 Agosto 2016

Fadi Mansour, che ha vissuto per un anno nell’aeroporto di Istanbul

La storia di un rifugiato siriano che ricorda quella del film "The Terminal", ma con molte meno cose da ridere

Nel film del 2004 The Terminal, Tom Hanks interpreta un cittadino dell’immaginaria repubblica di Krakozhia che si trova a transitare per l’aeroporto JFK di New York. Proprio in quelle ore, gli Stati Uniti cessano di riconoscere ufficialmente il suo paese a causa di una guerra civile: i suoi documenti diventano invalidi e il personaggio di Hanks si ritrova intrappolato nell’aeroporto, senza poter ripartire e senza poter uscire dall’edificio. Anche Fadi Mansour, un rifugiato siriano di 28 anni, ha trascorso quasi un anno intrappolato in un aeroporto: «Hanks si trovava nella mia stessa situazione, così ho pensato che guardare il film avrebbe potuto essermi utile», ha raccontato Mansour al giornalista del Guardian Patrick Kingsley. «Poi mi sono reso conto che nel film avevano deciso di trattare la sua situazione con un tono comico. Per me c’era poco da ridere. Nel film Tom Hanks mangia hamburger e anche io mangiavo hamburger, ma mentre lui era libero di girare per l’aeroporto, io sono rimasto chiuso in una stanza per quasi un anno».

Mansour, che oggi vive come rifugiato politico in Australia, nel novembre del 2014 riuscì a fuggire dalla guerra civile in Siria e a raggiungere la Turchia. Invece di trovare un rifugio e una nuova vita, scoprì che per i siriani è impossibile lavorare legalmente nel paese. Così, tre mesi dopo, acquistò un falso passaporto e cercò di raggiungere la Germania con un volo aereo. Ma nell’unico scalo previsto, Kuala Lumpur, in Malesia, la polizia scoprì il suo falso documento e lo rimandò in Turchia. I due governi litigarono per qualche settimana su quale avrebbe dovuto essere la sua sorte: i poliziotti turchi tentarono di rimpatriarlo in Malesia, ma i malesi lo spedirono indietro in Turchia. Le sue richieste di ricevere asilo politico non furono nemmeno esaminate: «Mi dissero: abbiamo già due milioni di siriani qui in Turchia, non ne vogliamo altri».

Alla fine, nel marzo del 2015, Mansour si ritrovò rinchiuso in una stanza dell’aeroporto Ataturk di Istanbul, dove sarebbe rimasto per i successivi 12 mesi. Nel film Hanks riesce a farsi amici nello staff dell’aeroporto, si crea un piccolo spazio privato dove dormire, trova una sorta di lavoro e naturalmente si innamora. Mansour era chiuso in una stanza con le luci accese 24 ore su 24 d dormiva insieme ad altre 40 persone che si trovavano nella sua stessa situazione. Racconta che non c’erano finestre nella stanza e che per tutto il periodo della sua detenzione non è mai riuscito a vedere la luce del sole. Lo spazio per muoversi e fare esercizio era pochissimo e ancora oggi Mansour si domanda come sia riuscito a uscire dalla stanza ancora in grado di camminare: «Faccio ancora fatica a percorrere più di 300 metri senza sentirmi esausto».

Mansour racconta che tra gli altri detenuti c’era anche un estremista che lo aveva preso in antipatia, minacciandolo e dicendo agli altri detenuti che se lo avessero ucciso sarebbero andati in paradiso. L’estremista lo avrebbe aggredito tre volte. Dopo la terza, a otto mesi dall’inizio della sua detenzione, Mansour è riuscito a ottenere il permesso di tentare di raggiungere il Libano, ma arrivato nel paese è stato di nuovo respinto e costretto a tornare a Istanbul. Nel suo lungo periodo di detenzione, uno dei pochi modi che aveva per passare il tempo era guardare film e leggere libri sul suo iPad. Ma più che col film The Terminal, racconta, identificò la sua situazione con il libro da cui è tratto, The Terminal Man, in cui il rifugiato iraniano Mehran Karimi Nasseri racconta i 18 anni che, tra il 1988 e il 2006, trascorse nel terminal dell’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi.

Per sua fortuna, la detenzione di Mansour è durata molto meno. Alla fine del 2015 l’ONG Amnesty International si interessò al suo caso e iniziò a pubblicizzarlo, nella speranza che qualche governo decidesse di accogliere la sua domanda di asilo. Alla fine, la scorsa primavera, il governo australiano ha accettato di accoglierlo come rifugiato. Mansour è stato prima trasferito in un campo di detenzione per richiedenti asilo e poi, nel giugno di quest’anno, è finalmente arrivato in Australia, un paese spesso criticato per le sue politiche di accoglienza e per gli abusi commessi nei confronti dei richiedenti asilo. Mansour però non ha nessuna critica da fare al sistema australiano: «La Turchia è un posto molto lontano dall’Australia, ma quando hanno sentito la mia storia, hanno cercato di aiutarmi».