(Dario Pignatelli/Getty Images)
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  • sabato 13 Agosto 2016

Chi c’è dietro gli attentati in Thailandia?

Secondo alcuni esperti c'entrano la politica interna e l'opposizione alla giunta militare, e non il fondamentalismo islamico e il terrorismo internazionale

(Dario Pignatelli/Getty Images)

Nella notte tra giovedì e venerdì quattro persone sono morte e altre 35 sono rimaste ferite in una serie di esplosioni nel sud della Thailandia. Tra le città colpite ci sono Hua Hin e Phuket, due delle principali località turistiche del paese. Tra fra i feriti ci sono anche cittadini tedeschi, svizzeri e almeno due italiani. Gli attacchi non sono ancora stati rivendicati, e sulle prime in molti hanno pensato che potessero essere collegati al terrorismo internazionale o islamico. Nelle ore successive però diversi esperti si sono convinti che le motivazioni degli attentatori siano legate alla complicata situazione interna della Thailandia, governata dal maggio del 2014 da una giunta militare. Sul Guardian, Thitinan Pongsudhirak, un analista thailandese esperto di sicurezza che insegna all’Institute of Security and International Studies dell’università Chulalongkorn a Bangkok, ha cercato di fare chiarezza e capire chi ci può essere dietro gli attacchi.

Anche secondo Pongsudhirak, gli attacchi sono collegati all’attuale situazione politica tailandese. Il governo è retto dalla giunta militare che nel maggio 2014 ha deposto il primo ministro. Domenica scorsa un referendum ha approvato la nuova costituzione scritta dai militare che, dopo le prossime elezioni previste per il novembre 2017, darà un significativo potere al Senato, nominato direttamente dalla giunta. Pongsudhirak scrive che gli attacchi sono probabilmente collegati a questi episodi, mentre tra i possibili autori esclude i separatisti musulmani che operano nel sud del paese. Se questi gruppi avessero voluto inviare un segnale alla giunta, scrive Pongsudhirak, avrebbero colpito probabilmente la capitale Bangkok. I separatisti, inoltre, raramente hanno preso di mira i turisti.

Altri gruppi musulmani erano stati collegati all’attacco avvenuto nell’agosto del 2015 ad un tempio induista in cui furono uccise 20 persone. Fino ad oggi è il più grave attentato avvenuto nella storia recente del paese. L’attacco era stato collegato all’estradizione in Cina di 109 uiguri arrestati in Thailandia. Gli uiguri sono una minoranza di religione musulmana che abita nello Xinjang, una provincia nella Cina settentrionale. Da anni gli uiguri compiono attacchi contro obbiettivi cinesi, sopratutto in Cina, ma anche all’estero. Gli attacchi di questa settimana non sembra che siano in alcun modo collegati con interessi cinesi, quindi Pongsudhirak esclude che possano essere stati gli uiguri a compierli. È inoltre improbabile che si tratti di attacchi compiuti da gruppi internazionali di terroristi islamici, come l’ISIS (o Stato Islamico) e al Qaida. Questi gruppi, fino ad ora, hanno dimostrato grosse difficoltà ad infiltrare i movimenti insurrezionali musulmani del paese.

Secondo Pongsudhirak, tutti gli indizi puntano invece contro cause politiche locali. Sparatorie e piccoli attentati non sono una novità nella politica Thailandese, da oramai dieci anni divisa tra due schieramenti. Da un lato ci sono le “magliette rosse”, lavoratori e abitanti delle campagne che sostengono gli Shinawatra, una delle principali dinastie politiche del paese. Thaksin Shinawatra, il primo membro della famiglia a diventare primo ministro, è stato deposto da un colpo di stato militare nel 2006 e da allora vive in esilio. Sua sorella Yingluck, eletta primo ministro nel 2011, è stata deposta dal colpo di stato del 2014. Le “magliette rosse” sono osteggiate dalle “magliette gialle”, un movimento eterogeneo che rappresenta soprattutto le classi medie urbane. Le manifestazioni, gli scontri e gli attacchi tra i due gruppi sono divenuti particolarmente intensi all’inizio del 2014, fornendo una giustificazione per il colpo di stato militare che ha deposto Yingluck. I militari sono considerati degli avversari degli Shinawatra e vicini alle “magliette gialle”.

Anche la scelta dei tempi negli attacchi di questi giorni sembra indicare un collegamento con queste vicende interne. Le bombe sono esplose una settimana dopo la vittoria dei “sì” al referendum costituzionale e le città attaccate sono quelle dove il voto a favore della nuova costituzione è stato più forte. Gli attacchi hanno coinciso con l’84esimo compleanno della regina Sirikit e, visto che i militari sostengono di voler difendere la monarchia – a sua volta in difficoltà, da qualche tempo: il re è molto malato e non si fa vedere in giro da tempo – la data non era affatto casuale. Infine, la scelta di attaccare obbiettivi turistici sembra un colpo diretto alla giunta, che ha preso il potere utilizzando come motivazione quella di mantenere l’ordine e la sicurezza, per favorire l’economia e il turismo. Colpire i centri turistici, oltre a danneggiare le prospettive economiche del paese, mette in dubbio la capacità dei militari di mantenere le loro promesse. Sui social media, molti tailandesi hanno accusato i sostenitori degli Shinawatra di essere dietro le esplosioni. Sabato, in un comunicato formale, il leader del partito Puea Thai ha respinto le accuse.