Attivisti di Amnesty International durante una manifestazione per chiedere la verità su quello che è successo a Giulio Regeni (AP Photo/Luca Bruno)
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  • venerdì 5 agosto 2016

Non ci sono novità sulla morte di Regeni

E continua a essere una notizia, perché nel frattempo è sempre più chiaro il coinvolgimento dell'Egitto nel caso

Attivisti di Amnesty International durante una manifestazione per chiedere la verità su quello che è successo a Giulio Regeni (AP Photo/Luca Bruno)

Giovedì Reuters ha pubblicato un articolo che mette insieme le cose che si sanno sulla morte di Giulio Regeni, il dottorando italiano di Cambridge trovato morto lo scorso 3 febbraio al Cairo, in Egitto. L’articolo di Reuters – che è molto dettagliato e ricco di testimonianze anonime di membri delle forze di sicurezza egiziane – è stato scritto da Michael Georgy, il capo dell’ufficio di Reuters in Egitto: Georgy aveva già attirato le attenzioni della polizia egiziana lo scorso aprile, quando aveva sostenuto in un altro articolo che Regeni era stato arrestato la sera prima della sua scomparsa, accusando le forze di sicurezza egiziane di essere coinvolte nella sua morte. La stessa accusa è stata fatta in diverse occasioni anche dagli investigatori italiani che si stanno occupando del caso e da importanti membri del governo guidato da Matteo Renzi. L’Italia accusa l’Egitto di non collaborare a sufficienza, di nascondere le informazioni e di cercare di depistare le indagini. Per esempio: gli investigatori italiani che si stanno occupando del caso Regeni stanno ancora aspettando – ormai da mesi – di ricevere i video delle telecamere a circuito chiuso della fermata della metropolitana del Cairo dove è stato visto Regeni per l’ultima volta.

Georgy ha scritto: «Mettendo insieme le cose che si sanno dei mesi precedenti alla sua morte, è chiaro che ci sono due fattori che hanno messo a rischio la vita dello studente: il suo interesse passionale per le questioni politiche ed economiche e la sua convinzione che l’Egitto avesse bisogno di cambiare». Georgy ha ricostruito meglio i contatti che aveva tenuto Regeni con i sindacati locali – il tema della sua tesi di dottorato e secondo molti il motivo per cui è stato ucciso. La questione dei sindacati è molto delicata in Egitto: furono i sindacati indipendenti a organizzare le rivolte e gli scioperi nelle industrie che portarono alla rimozione dell’ex presidente egiziano Hosni Mubarak, nel 2011, e due anni dopo furono di nuovo i sindacalisti a sostenere le proteste di massa che si conclusero con un colpo di stato contro Mohammed Morsi, il successore di Mubarak e leader dei Fratelli Musulmani. L’attuale presidente, Abdel Fattah al Sisi, ha represso fin da subito le proteste organizzate dai sindacati e ha impedito che si creasse un sindacato indipendente unico.

Per queste ragioni il tema di dottorato di Regeni avrebbe potuto facilmente attirare le attenzioni dei servizi di intelligence egiziani. Anche perché quando Regeni scomparve «l’Egitto era in uno stato di paranoia. La televisione del governo e le stazioni radio e i giornali descrivevano continuamente il paese come vittima di cospirazioni straniere», ha scritto Reuters. Tre fonti dei servizi segreti egiziani hanno detto a Georgy che Regeni aveva attirato le attenzioni dell’intelligence a causa degli incontri che aveva avuto con alcuni sindacalisti. Secondo una delle fonti, questi incontri avevano fatto sospettare che Regeni fosse un informatore di un paese straniero, un’ipotesi che finora non è stata sostenuta da alcuna prova. Si sa però che Regeni pensava di essere sorvegliato e durante un evento con alcuni sindacalisti gli sembrò che ci fosse qualcuno con il cellulare puntato su di lui, come per fare delle fotografie. Dieci giorni prima di scomparire, Regeni aveva anche fatto una chiamata via Skype a una sua ex collega tedesca, Georgeta Auktor, con cui aveva trascorso qualche settimana nel 2015 al German Development Institute di Bonn. Auktor ha raccontato: «Mi disse che sentiva di dover stare attento a dove andava in città e chi incontrava».

Un’altra ipotesi che è stata fatta è che ci potesse essere stato qualche informatore dei servizi egiziani nei sindacati dei venditori di strada del Cairo, il tema su cui Regeni aveva focalizzato la sua ricerca. Uno dei leader sindacali ha detto a Reuters che un altro leader, Mohamed Abdallah, aveva chiesto a Regeni di comprargli un telefono cellulare e dei voli aerei (non è chiaro il motivo: si sa solo che Regeni si era offerto più volte di mettere in contatto i sindacati con possibili finanziatori o organizzazioni che potevano fornire loro un qualche tipo di aiuto). Regeni aveva risposto di no. Il leader sindacale ha detto che secondo lui era stato Abdallah a informare la polizia egiziana delle attività di Regeni, ma finora non è stata trovata alcuna prova a sostegno di questa tesi.

Negli ultimi giorni anche il governo italiano ha espresso la sua frustrazione per la mancanza di novità sul caso Regeni. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha accusato l’Università di Cambridge di non cooperare con gli investigatori italiani: Renzi ha definito l’atteggiamento dell’università “inspiegabile” e ha detto di avere chiesto un intervento diretto della prima ministra britannica Theresa May. Sembra che la disputa tra investigatori italiani e Università di Cambridge riguardi la richiesta dell’Italia di avere più informazioni sulle persone che Regeni aveva contattato per le sue ricerche accademiche. Le accuse di Renzi sono state negate da Cambridge e il governo britannico non ha voluto commentare né dire se darà seguito alla richiesta dell’Italia.

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