Vladimir Putin e Hillary Clinton a Vladivostok, in Russia, l'8 settembre 2012 ( (AP Photo/Mikhail Metzel,Pool)

Putin contro Clinton, dall’inizio

Da dove arriva l'ostilità reciproca tra la candidata Democratica alla presidenza degli Stati Uniti e il presidente russo, di cui si parla di nuovo per la storia delle email trafugate

di Will Englund – The Washington Post
Vladimir Putin e Hillary Clinton a Vladivostok, in Russia, l'8 settembre 2012 ( (AP Photo/Mikhail Metzel,Pool)

Quando Hillary Clinton era segretario di Stato degli Stati Uniti, il presidente russo Vladimir Putin la accusò ripetutamente di interferire negli affari interni della Russia. Se dietro la pubblicazione delle email trafugate dagli archivi del Partito Democratico americano della scorsa settimana ci fossero davvero le forze di sicurezza russe – come sostengono gli investigatori statunitensi – la faccenda avrebbe decisamente l’aspetto di una vendetta da parte della Russia. L’attacco potrebbe essere stato compiuto su iniziativa di un funzionario di medio livello dell’intelligence russa che sperava di compiacere il suo capo: anche in questo caso, comunque, sarebbe un chiaro segnale del malessere di Putin nei confronti di Clinton.

Le forze dell’ordine e i funzionari dell’intelligence americani sospettano che l’attacco ai server del Partito Democratico siano stati compiuti dai servizi segreti militari della Russia, il GRU, nonostante nessuno sia stato in grado di formulare ipotesi su come i documenti siano stati passati a WikiLeaks, che li ha poi pubblicati. «Non facciamo affari con gli hacker. Non abbiamo niente a che fare con attività del genere», ha detto giovedì il portavoce del governo russo Dmitry Peskov a dei giornalisti russi. «Qualsiasi accusa diretta o indiretta secondo cui il Cremlino o la Russia in generale potrebbero in qualche modo essere coinvolti in attacchi informatici di qualche tipo», ha continuato Peskov, «è un esempio assurdo e colorito di come la “Russofobia” viene sfruttata nell’interesse della campagna elettorale negli Stati Uniti. È un’assurdità ai limiti della stupidità». Peskov aveva già minimizzato le accuse dicendo che ai politici americani piace sempre tenere la «carta della Russia» sulla scrivania, per poi “giocarla” ogni volta che può tornare utile. I critici del governo russo, però, sottolineano come anche a Putin piaccia giocare la «carta dell’America» nei momenti difficili. Nel dicembre del 2011 ci furono grandi e inaspettate proteste a Mosca dopo le elezioni parlamentari: le opposizioni avevano accusato il governo di brogli. Clinton, allora segretario di Stato, definì le elezioni «né libere né eque», in una dichiarazione che Putin si affrettò a definire come un attacco alla Russia e quindi, per estensione, a lui. «Ha dato il la ad alcuni personaggi pubblici nel nostro paese, ha mandato loro un segnale», disse Putin. «Loro hanno sentito il segnale e hanno iniziato a lavorare attivamente con il sostegno del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti».

Per il resto di quell’inverno, mentre Putin era impegnato nella campagna elettorale per le presidenziali, gli attacchi agli Stati Uniti diventarono sempre più duri. L’anno dopo il governo russo prese alcune decisioni marcatamente anti-americane – l’espulsione dal paese dello USAID, l’agenzia governativa statunitense che si occupa di aiuti allo sviluppo, l’estromissione di Radio Liberty dalle frequenze AM, e gli attacchi all’allora ambasciatore americano Michael McFaul – che però erano legate solo tangenzialmente a Clinton. Quando poi il Congresso americano riuscì ad approvare nel 2012 il Magnitsky Act, che imponeva sanzioni ad alcuni funzionari russi accusati di corruzione e violazione dei diritti umani, la Russia ebbe una reazione furiosa e approvò a sua volta una legge che vietava le adozioni di bambini russi da parte di cittadini americani. Clinton non disse molto sulla legge, e la Casa Bianca tentò inizialmente di distogliere l’attenzione da quello che era successo. Clinton, però, era il volto della diplomazia americana. Il suo sostegno pubblico ai manifestanti anti-Putin e le sanzioni americane ai funzionari russi accusati della persecuzione e della morte del whistleblower Sergei Magnitsky colpirono direttamente la più grande vulnerabilità di Putin – la sua legittimazione – come disse all’epoca Viktor Kremenyuk, vice direttore dell’Istituto per gli studi sugli Stati Uniti e sul Canada con sede a Mosca.

Nella primavera e nell’estate del 2011, Clinton spinse molto per l’intervento in Libia (allora in Libia governava il presidente Mu’ammar Gheddafi), una cosa che Putin considerava come un’interferenza ingiustificata nella sovranità di un altro stato. Nel 2013, al termine del suo mandato di segretario di Stato, Clinton fece una visita molto pubblicizzata a Yalta (Crimea), che allora faceva ancora parte dell’Ucraina, per sostenere la firma di un accordo dell’Ucraina con l’Unione Europea. Putin sperava di forzare la mano del governo ucraino spingendolo ad aderire alla sua Unione Economica Euroasiatica, che Clinton aveva definito come un tentativo di «ri-sovietizzare» i territori dell’ex Unione Sovietica. Questo e altri commenti «furono in parte sfruttati per ragioni di politica interna», ha detto mercoledì Samuel Charap, membro dell’International Institute for Strategic Studies di Washington. «Clinton diventò un comodo capro espiatorio». I leader russi, ha raccontato Charap, considerano «quei commenti come emblematici del più ampio atteggiamento dell’establishment politico americano che vuole causare loro problemi».

Gli analisti filorussi sottolineano come durante la sua presidenza, Bill Clinton avesse provato a guidare la Russia verso l’adozione di nuove misure a livello economico, giuridico e politico, fallendo ampiamente. Queste persone sono preoccupate dalla possibilità che Hillary Clinton possa ricominciare da dove aveva interrotto il marito. A una domanda su Clinton, Putin ha detto che «come diciamo in Russia, marito e moglie sono lo stesso Satana» (una comune espressione popolare russa meno pesante di come suona in italiano). Negli ultimi mesi, i media russi stanno dicendo che per la Russia Donald Trump sarebbe un presidente migliore di Clinton, per via del suo approccio apparentemente più isolazionista anche verso le questioni che riguardano l’Europa orientale, una zona che interessa molto a Putin.

L’ex ministro degli esteri russo Igor Ivanov ha però consigliato prudenza. Questo mese Ivanov, che oggi è presidente del Consiglio Affari Internazionali della Russia, ha scritto: «Di solito, è più facile raggiungere un accordo con professionisti esperti, anche se sono negoziatori inflessibili e partner difficili. Sono prevedibili, razionali, e conoscono bene i loro limiti. Solitamente lavorare col “principiante” della politica internazionale è più difficile: spesso la mancanza di esperienza si traduce in un comportamento incoerente e imprevedibile; porta a prendere decisioni soggettive, emotive e a volte errate, che possono essere molto difficili da correggere in seguito». Secondo Charap è improbabile che il governo russo sia responsabile della pubblicazione delle email del Partito Democratico. Può essere dietro l’attacco, ma non la pubblicazione, che non è in linea con l’atteggiamento del governo. Eppure, dice Charap, le autorità russe potrebbero dire: «”Questo è quello che gli Stati Uniti fanno dappertutto. Addestrate da anni attivisti dell’opposizione. Che differenza c’è?”. Ma ovviamente c’è differenza».

Durante una conferenza stampa di mercoledì, Trump ha detto che sarebbe contento se i russi riuscissero a entrare in possesso di altre email di Clinton, in quello che è sembrato uno straordinario invito ai russi a interferire nelle elezioni americane. Quale vantaggio otterrebbe però Putin a lungo termine? Lilia Shevtsova, un’analista politica russa molto critica nei confronti di Putin, si è chiesta in un blog cosa la Russia possa guadagnare da tutta questa storia. È normale che i sospetti ricadano sulla Russia, ha scritto Shevtsova, e se verrà dimostrato che l’attacco è stato in effetti compiuto dai russi, gli Stati Uniti dovranno reagire. La risposta di Clinton non sarà leggera, sostiene Shevtsova, e se Trump venisse eletto, persino lui si sentirebbe obbligato a dimostrare la sua volontà di tenere testa a Putin.

© 2016 – The Washington Post

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