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  • venerdì 15 Luglio 2016

La prima pagina del Manifesto, spiegata

Un titolone dice che «È la fine», ma dentro un'altra prima pagina dice che «È l'inizio»: la nuova cooperativa si è ricomprata il giornale, che non è più in liquidazione

Oggi la prima pagina del Manifesto è tutta rossa con una grande scritta bianca che dice: «È la fine. Una copertina che prima o poi doveva arrivare». La storia degli ultimi tre anni al Manifesto – quella di una crisi finanziaria divenuta sempre più profonda e che ha messo a rischio l’esistenza del giornale – è stata raccontata pubblicamente sulle sue pagine: a causa dei conti in passivo, nel febbraio del 2011 i soci avevano deciso all’unanimità (come unica alternativa al fallimento) di avviare la liquidazione coatta amministrativa. A questa crisi si è accompagnata anche una profonda spaccatura nella redazione, che ha portato all’abbandono di alcuni dei fondatori e di alcune delle più importanti firme del giornale.

[NAZIONALE - 1]  MANIFESTO/PRIMAPAGINA/PAG01 ... 15/07

Quella pubblicata oggi è però solo una delle due prime pagine del giornale. La seconda, con l’editoriale della direttrice Norma Rangeri, dice: «È l’inizio di un quotidiano nuovo: il manifesto». Rangeri scrive che la liquidazione coatta amministrative è finita e che la cooperativa che possedeva il Manifesto, e che nel frattempo era stata rinnovata, è tornata “padrona” del suo giornale. Tornano al collettivo anche l’archivio e il dominio internet.

Nel febbraio del 2011 i soci avevano deciso all’unanimità di avviare la liquidazione coatta amministrativa. Alla fine del 2012 i liquidatori – che nel frattempo avevano assunto la gestione provvisoria del giornale – avevano dato inizio ufficialmente le procedure per la vendita, che non era però andata a buon fine (le offerte d’acquisto erano state giudicate ben al di sotto del valore della testata). Subito dopo il fallimento della prima vendita, era nata al Manifesto una nuova cooperativa (più piccola rispetto alla vecchia e composta da oltre 40 soci) che da gennaio del 2013 era tornata a gestire il giornale in autonomia, affittandolo per 20 mila euro dai commissari liquidatori. Il pagamento dell’affitto mensile forniva una rendita alla liquidazione stessa, rendendo meno urgente la questione della vendita. La procedura della liquidazione però nel frattempo era proseguita, ed era stato deciso dai liquidatori di portarla a termine: per ripagare i creditori (l’affitto della vecchia sede, i tipografi e i lavoratori, per esempio) era stata quindi decisa la vendita dell’unico bene posseduto dal Manifesto e cioè il Manifesto stesso.

All’inizio del 2014 era partita una campagna di raccolta fondi per raccogliere una cifra che permettesse di partecipare alle future offerte e ricomprare la testata: sono stati donati oltre 476 mila euro, che sono stati depositati in un conto vincolato presso Banca Etica. Ogni lavoratore e lavoratrice a tempo pieno del giornale, già al minimo contrattuale, ha volontariamente versato nelle case del Manifesto 300 euro al mese per un totale di circa 119 mila euro. Poi ci sono state la rinuncia delle quattordicesima e il versamento della quota associativa. E infine c’è stata una richiesta di finanziamento per l’acquisto della testata a Banca Etica: un mutuo di 150 mila euro da restituire entro i prossimi cinque anni. La cifra finale raccolta è stata circa 760 mila euro.

Nel 2015 ci sono state altre due aste: la prima, in aprile, con una cifra base di vendita pari a 1.757.537 euro (più IVA) e la seconda per una cifra ribassata del 20 per cento. Le due proposte di vendita non erano andate a buon fine e la cooperativa, nonostante la somma raccolta, non era in grado di parteciparvi. Dunque il collettivo ha deciso di fare una proposta di acquisto fuori dalla procedura d’asta. Dopo sei mesi di trattative con i commissari lavoratori, e dopo alcuni rifiuti, l’accordo è stato raggiunto su una cifra di 900 mila euro (più IVA) da pagare in due tranche: la prima di 600 mila euro pagata subito, la seconda di 300 mila euro da pagare nel 2017.

Il Manifesto è nato nel 1969 come rivista politica mensile, per trasformarsi in quotidiano il 28 aprile 1971 con 60 milioni di lire di investimento. Tra i fondatori c’erano Luigi Pintor, Rossana Rossanda, Aldo Natoli, Lucio Magri, Massimo Caprara, Luciana Castellina e Valentino Parlato. Era composto da quattro pagine, costava 50 lire contro le 90 degli altri giornali e già allora non aveva editori, ma era gestito da una cooperativa formata dagli intellettuali e dai giornalisti che ci lavoravano. La proprietà era dunque di un collettivo che non si distingueva dalla redazione e dalla direzione: tutti i lavoratori e le lavoratrici ne facevano parte.

A partire dal 1995 il giornale non è stato solo di chi lo faceva ma anche di chi lo leggeva. Quell’anno venne infatti creata una spa ad azionariato popolare: una società in cui il 78 per cento delle quote era in mano alla cooperativa editrice (103 soci tutti dipendenti o ex dipendenti) e il restante 22 per cento suddiviso tra 6.826 soggetti molto diversi tra loro, che quell’anno acquistarono azioni pari a 5,4 miliardi di vecchie lire. Tra questi ultimi la maggior parte erano azionisti singoli e abbonati. Piccole quote furono però acquisite anche da cooperative, enti sindacali, associazioni e strutture di partito (circa lo 0,1 per cento). Grazie a quest’operazione vennero fatti alcuni investimenti tra cui, per esempio, la pubblicazione gratuita su Internet di tutto il giornale: all’inizio del 1995 il Manifesto fu il primo quotidiano nazionale ad avere un suo sito. Nel 2005 l’accesso alla versione integrale degli articoli fu poi ristretto ai soli abbonati. L’unico patrimonio della spa era (ed è ancora oggi) la testata, che a quel tempo venne valutata oltre 28 miliardi di lire (14,5 milioni di euro): all’epoca ci lavoravano 146 persone (86 giornalisti e 60 poligrafici) e le vendite erano al massimo storico (51.082 copie al giorno).

Da allora molto è cambiato, nonostante le voci che nel bilancio del giornale fanno riferimento ai ricavi restino sostanzialmente le stesse. E sono quattro: vendita in edicola e abbonamenti (tra il 54 e il 58 per cento dei ricavi totali nel periodo che va dal 2006 al 2010), pubblicità (la cui percentuale, circa l’11, è per il Manifesto molto più bassa rispetto a quella di quasi tutti i gruppi editoriali), sostegno dei lettori (tra l’1 e il 9 per cento dei ricavi) e contributo pubblico per l’editoria con una percentuale che in quegli anni andava tra il 23,4 al 27,4 per cento.

A partire dalla fine degli anni Novanta tutte queste voci hanno subito riduzioni significative: del 33 per cento solo dal 2006 al 2010. Il Manifesto ha attraversato lunghi periodi di crisi e di fatiche nelle vendite, segnati sempre da appelli e richieste di aiuto ai lettori: nel 2009, per esempio, per un giorno il Manifesto costò 50 euro. La ristrutturazione aziendale e il sistematico contenimento di ogni costo (incluso quello del personale) non sono stati però sufficienti a risanare la situazione, soprattutto a causa della riforma dell’editoria e della riduzione drastica dei contributi pubblici. E così si è arrivati all’amministrazione coatta.

La procedura di liquidazione e la richiesta di riduzione dell’organico pretesa dai commissari hanno causato spaccature e tensioni all’interno della redazione tra chi si sarebbe dovuto salvare o lasciar andare via. E hanno portato all’abbandono spontaneo di alcuni e alcune che il giornale l’avevano fondato e di altri che erano considerate “firme storiche”: Vauro; Rossana Rossanda, Joseph Halevi e Marco d’Eramo; Alessandro Robecchi e Valentino Parlato. Nel dicembre del 2012 altri 11 giornalisti avevano deciso di “sospendere” l’uso della loro firma. Tra loro: Loris Campetti, Mariuccia Ciotta, Ida Dominijanni, Galapagos (Roberto Tesi), Maurizio Matteuzzi, Angela Pascucci, Francesco Paternò, Francesco Piccioni, Gabriele Polo, Roberto Silvestri.