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  • mercoledì 9 Gennaio 2013

Il nuovo Manifesto

La fine del 2012 non ha portato all'annunciata fine del quotidiano, che è ancora in edicola grazie alla nascita (dolorosa) di una nuova cooperativa

di Giulia Siviero - @glsiviero

Immediatamente dopo il fallimento della vendita, il 18 dicembre, è nata al Manifesto una nuova cooperativa (più ridotta rispetto alla vecchia e composta attualmente da oltre 40 soci) che da gennaio 2013 è tornata a gestire il giornale in totale autonomia affittandolo – ai sensi della legge 416 del 1981 – per 20 mila euro dai commissari liquidatori che d’ora in poi si dedicheranno esclusivamente alla liquidazione dei debiti della vecchia cooperativa. Il pagamento dell’affitto mensile fornisce una rendita alla liquidazione stessa rendendo meno urgente la questione della vendita.

Le ragioni di chi se ne è andato e quelle di chi è rimasto
La procedura di liquidazione e la richiesta di riduzione dell’organico pretesa dai commissari hanno causato spaccature e tensioni all’interno della redazione tra chi si sarebbe dovuto salvare o lasciar andare via. E hanno portato all’abbandono spontaneo di alcuni e alcune che il giornale l’avevano fondato e di altri che erano considerate “firme storiche”: Vauro a ottobre; Rossana Rossanda, Joseph Halevi e Marco d’Eramo a novembre; Alessandro Robecchi e Valentino Parlato a dicembre. Nelle loro lettere, tra l’altro, si parla di «indisponibilità al dialogo», di appropriazione del giornale da parte di «un manipolo» e di «rottamazione dei prepensionati» rimasti «esclusi dalla progettazione del giornale».

Sempre a dicembre altri 11 giornalisti hanno deciso di “sospendere” l’uso della loro firma: Loris Campetti, Mariuccia Ciotta, Astrit Dakli, Ida Dominijanni, Galapagos (Roberto Tesi), Maurizio Matteuzzi, Angela Pascucci, Francesco Paternò, Francesco Piccioni, Gabriele Polo, Roberto Silvestri. Tre di loro erano redattori a tempo pieno (Paternò, Piccioni, Polo), gli altri avevano accettato il prepensionamento per ridurre i costi e scrivevano gratuitamente per il giornale.

Le ragioni del loro “distacco” si trovano riassunte in un editoriale intitolato “Così vicini così lontani”. La premessa è che «(…) poco o nulla di quello che per noi è stato ed è il manifesto sopravviveva ormai in via Bargoni». La questione centrale (ribadita in questo articolo collettivo, ma nominata anche nei singoli interventi di chi non si sentiva più parte del giornale) sembra essere quella di una direzione e di un gruppo di gestione (che si è poi costituito nella nuova cooperativa) che ha logorato il tessuto delle relazioni interne e il terreno del confronto politico-editoriale, compromettendo la discussione sul futuro della testata: in un clima sempre più spoliticizzato (o meglio: «nel collassare di alcuni principi elementari della democrazia e della Costituzione», spiega Valentino Parlato) le diverse posizioni politiche e culturali da sempre presenti al Manifesto non avrebbero più avuto possibilità di espressione e di mediazione.

Di più: i fondatori e la ‘generazione di mezzo’ che hanno deciso di lasciare il giornale sarebbero divenuti l’oggetto di una vera e propria campagna “rottamatoria”: il criterio stesso di riduzione dei soci per la nuova cooperativa sarebbe stato fatto «solo in base alle posizioni espresse durante le assemblee» e non «in base alle funzioni necessarie al nuovo giornale» non essendo mai stato elaborato un piano editoriale per il rilancio della testata diventata negli ultimi anni sempre più “omologata”, sempre più conforme all’agenda mainstream e sempre più affidata a firme “esterne”, sia pure eccellenti. La fase, infine, della liquidazione amministrativa, sarebbe stata viziata da una indebita sovrapposizione fra proprietà collettiva e direzione del giornale: la direzione di Norma Rangeri avrebbe “avocato” a sé tutti i poteri, compresi quelli di rappresentanza e garanzia della proprietà collettiva e di formazione della nuova cooperativa.

Chi invece è entrato a far parte della nuova cooperativa ha replicato rovesciando le critiche una dopo l’altra, sostenendo innanzitutto che si è verificato uno scontro tra chi voleva un «giornale di partito» e chi vuole invece un giornale «di battaglia politica» e che se alcuni «fondatori (…) pensano che il manifesto sia finito per sempre. Alcuni compagni della generazione successiva condividono. La redazione nella sua grande maggioranza non lo pensa». La nuova cooperativa sarebbe dunque nata grazie al lavoro di quanti hanno scelto, nonostante le condizioni e non certo per la «pura volontà di conservare un lavoro (cosa nobile in sé, ma non garantita e in questo caso neanche un po’)», di rimanere non abbandonando il giornale in un momento difficile, pensando innanzitutto che questo andasse salvato e mettendo da parte i dissensi. Sui criteri di formazione della nuova cooperativa: sarebbe la legge a prescrivere che la cooperativa debba essere composta in maggioranza da soci dipendenti, ma l’intenzione di «includere quelli che la legge esclude» non sarebbe mai venuta a mancare. Infine, le pagine pubblicate nell’ultimo anno sono state solamente più povere e a causa della mancanza di liquidità per poter pagare il quotidiano (i collaboratori, i viaggi).

E poi
Le ipotesi future rispetto alla nuova proprietà del Manifesto sono principalmente tre. Che il giornale diventi, con un’operazione simile a quella del 1995, una proprietà diffusa, che nel tempo la testata venga comprata dalla nuova cooperativa o da un compratore esterno che al momento però non si è manifestato. In quest’ultimo caso la nuova cooperativa garantirà comunque al giornale, come è sempre stato fino a oggi, la totale autonomia: qualunque sia il futuro acquirente, infatti, dovrà sempre rapportarsi al collettivo.

foto: LaPresse

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