Un posto di blocco della polizia a poca distanza dal locale dell'attentato a Dacca, Bangladesh (STR/AFP/Getty Images)
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  • lunedì 4 Luglio 2016

L’attacco a Dacca, dall’inizio

Cosa sappiamo dell'attentato in Bangladesh in cui sono morte 28 persone, e più italiani dai tempi di Nassiriya

Un posto di blocco della polizia a poca distanza dal locale dell'attentato a Dacca, Bangladesh (STR/AFP/Getty Images)

Nella notte tra l’1 e il 2 luglio a Dacca, la capitale del Bangladesh, 28 persone sono state uccise in un attacco terroristico dentro un locale nel cosiddetto quartiere diplomatico della città. Nell’attentato sono state uccise persone di varia nazionalità compresi 9 italiani, il numero più alto di italiani morti in un attacco terroristico dal novembre 2003, quando ne furono uccisi 19 a Nassiriya in Iraq. A distanza di tre giorni dall’attacco a Dacca, ci sono ancora molti dettagli da chiarire sugli autori della strage e il modo in cui è stata condotta; il governo italiano si è impegnato a indagarne le cause collaborando con gli investigatori in Bangladesh.

Gulshan
L’attentato è stato realizzato nell’area di Gulshan, un quartiere di Dacca piuttosto benestante in cui si concentra la maggior parte delle ambasciate presenti in città. Nella zona ci sono molti ristoranti, locali e club in cui si incontrano i diplomatici, gli imprenditori che hanno interessi e affari nel paese e il personale delle ambasciate. L’Holey Artisan Bakery, il ristorante dove si è verificato l’attacco, è abbastanza rinomato e offre piatti di vario tipo riprendendo molto la cucina occidentale.

L’attentato e il sequestro
Intorno alle 21:20 locali del primo luglio, le 17:20 in Italia, sette uomini armati sono entrati nel ristorante con pistole di vario tipo, bombe e secondo alcuni testimoni una spada. Hanno sparato e fatto esplodere granate per prendere il controllo del locale; in un secondo momento si sono organizzati per prendere in ostaggio le persone all’interno del ristorante, quasi tutte straniere. Gli agenti di polizia sono intervenuti poco dopo e c’è stata una sparatoria, che si è conclusa con il ferimento di alcuni poliziotti, due dei quali sono morti in seguito. Quando è diventato evidente che non sarebbe stato sufficiente un rapido contrattacco, seppure improvvisato, gli agenti hanno circondato il locale e hanno provato a mettersi in contatto con gli assalitori.

Stando alle ricostruzioni fatte finora, gli autori dell’attacco hanno posto alcune condizioni per rilasciare i loro ostaggi: la liberazione di Khaled Saifullah, leader del gruppo terroristico islamista Jamaat-ul-Mujahideen, la possibilità di lasciare il locale senza essere attaccati dalla polizia e un riconoscimento formale circa il loro ruolo per il progresso dell’Islam in Bangladesh. Le trattative sono durate alcune ore, con crescenti preoccupazioni per le condizioni degli ostaggi all’interno del locale: sui social network sono circolate immagini molto crude, e difficili da verificare, di persone gravemente ferite o uccise con armi da taglio, e si sono diffuse le prime voci circa la presenza di ostaggi stranieri, per lo più giapponesi e italiani. Verso sera il ministro degli Esteri italiano ha confermato la loro presenza, in attesa di informazioni più concrete sul loro stato e su quello delle trattative.

L’attacco della polizia
Dopo quasi nove ore di trattative e di attesa, alle 7:40 locali, le 3:40 in Italia, il governo del Bangladesh ha deciso di iniziare la “Operazione Fulmine”, un intervento gestito da polizia, esercito e forze speciali per entrare nel locale e liberare gli ostaggi. Usando alcuni mezzi blindati, gli agenti hanno sfondato uno dei muri del ristorante e in poco più di 10 minuti hanno ottenuto il controllo dell’area. Nell’operazione sono stati uccisi 6 dei 7 terroristi e sono stati salvati 13 ostaggi. Sono poi iniziate le attività per il soccorso di 13 persone rimaste ferite e per il recupero di 22 morti.

Persone uccise e feriti
Nell’operazione condotta per prendere il controllo del locale sono rimasti feriti circa 50 poliziotti, altri due sono morti in un attacco condotto in precedenza, e 20 civili sono stati uccisi. La maggior parte di loro è stata uccisa con armi da taglio e in “modo brutale”, secondo i primi rapporti della polizia, ma saranno necessarie ulteriori verifiche e analisi sui corpi per determinare le cause della loro morte. Circola la voce secondo cui i terroristi hanno chiesto agli ostaggi di recitare almeno un verso dal Corano, forse con l’obiettivo di risparmiare la vita ai musulmani. Nove italiani, 5 donne e 4 uomini, erano nel locale per una cena e sono stati uccisi, così come 7 giapponesi, 1 indiano e 1 statunitense. Nel complesso nell’attacco sono morte anche 4 persone originarie del Bangladesh.

Bangladesh dacca attentato

Chi ha condotto l’attacco
Alcune ore dopo l’inizio dell’assalto al locale, Amaq, una sorta di agenzia di notizie “non ufficiale” dello Stato Islamico (ISIS), ha annunciato che l’attentato era stato condotto da terroristi dell’ISIS. In seguito alcuni account sui social network, riconducibili sempre allo Stato Islamico, hanno fatto affermazioni simili, ma difficili da verificare. Il New York Times ha scritto che le foto dei cadaveri di 5 dei terroristi corrispondono alle fotografie pubblicate dall’ISIS sui partecipanti all’attacco.

Il ministero dell’Interno del Bangladesh ha però detto che l’attacco è stato realizzato dall’organizzazione islamista Jamaat-ul-Mujahideen, che non è formalmente affiliata con l’ISIS. Il gruppo esiste dal 1998 ed è stato dichiarato fuori legge nel 2005, dopo che ne era stata accertata la responsabilità in una serie di attentati esplosivi. La sua attività è comunque proseguita e negli ultimi anni ha condotto attacchi contro minoranze di vario tipo nel paese, compresi i musulmani non radicali. Si stima che da settembre dello scorso anno il gruppo abbia organizzato più di 30 attacchi, talvolta mirati contro singole persone. Per alcuni di questi attentati ci sono state rivendicazioni anche da parte dello Stato Islamico. L’obiettivo finale dell’organizzazione è sostituirsi al governo del Bangladesh per stabilire un’amministrazione dello stato basata sul Corano.

Secondo i media locali, e le testimonianze raccolte tra gli altri da Lorenzo Cremonesi a Dacca, gli attentatori appartenevano a famiglie benestanti della città: in alcuni casi erano figli di alti funzionari dello stato, medici e docenti universitari. Cremonesi dice di avere intervistato gli studenti di “Scholastica”, un istituto privato da 3mila dollari all’anno d’iscrizione, quindi molto costoso per il Bangladesh, dove pare avessero studiato fino a due anni fa alcuni degli autori dell’attacco al ristorante. Gli hanno spiegato i timori e le preoccupazioni per le numerose violenze, gli attacchi contro intellettuali, atei, giornalisti e blogger degli ultimi tempi. L’amico di uno dei presunti assalitori, ha descritto il suo ex compagno di scuola come una persona tranquilla, calma e riservata:

Ricordo che appariva come combattuto da una tensione interiore, si controllava, ma sembrava come rabbioso, offeso. Non so proprio per quale motivo però. La sua è una famiglia ricca. Hanno una grande villa nel quartiere di Lalmatia. La madre, Zabeen, indossa il velo, ma è anche docente di matematica allo Scholastica. Una donna affabile, aperta, sempre pronta ad ascoltare. Il padre è invece Imtiaz Khan Bablu, tra i massimi leader del partito di governo, Lega Awami, e della municipalità nella capitale. A me fa paura che un tipo come Rohan abbia scelto questa strada e con lui altri due studenti dei nostri. Sono contento di aver scelto di continuare gli studi a Londra. Qui il pensiero laico ha poche possibilità di successo. Se i figli delle nostre élite diventano terroristi islamici significa che è la fine di un progetto culturale.

Da anni in Bangladesh corruzione, povertà, disoccupazione e scarsa sicurezza hanno portato a un sostanziale rifiuto della classe politica, che fatica quindi a mantenere il controllo. In una parte dei musulmani piace l’idea di un’entità come l’ISIS che è riuscita ad affermarsi in tempi relativamente brevi all’estero. Complice la propaganda e la sua costante presenza sui social network, lo Stato Islamico è diventato per alcuni un modello da seguire e imitare anche in Bangladesh.