Uomini con maschere dell'amministratore delegato di SNCF Guillaume Peppy a Lione - 1 giugno 2016 (JEFF PACHOUD/AFP/Getty Images)
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  • mercoledì 1 Giugno 2016

Le proteste in Francia non si fermano

Lunedì è cominciato lo sciopero a oltranza dei ferrovieri, la situazione si complicherà nei prossimi giorni: e mancano nove giorni agli Europei

Uomini con maschere dell'amministratore delegato di SNCF Guillaume Peppy a Lione - 1 giugno 2016 (JEFF PACHOUD/AFP/Getty Images)

Le proteste in Francia organizzate da associazioni, sindacati, gruppi di lavoratori e studenti contro una controversa riforma del lavoro stanno andando avanti, dopo settimane di mobilitazioni, blocchi delle raffinerie e scioperi in vari settori. Dalla sera di ieri, lunedì 31 maggio, è cominciato lo sciopero a oltranza dei ferrovieri della Società nazionale delle ferrovie (SNCF) a cui ha finora aderito il 17 per cento del personale; sei raffinerie sulle otto del paese lavorano ancora a rilento. La situazione si complicherà nei prossimi giorni: il 2 giugno inizierà uno sciopero illimitato della metropolitana di Parigi (la RATP) e ci saranno blocchi nei porti e nelle banchine; dal 3 al 5 giugno è previsto lo sciopero della direzione generale dell’aviazione civile con conseguenti problemi per il traffico aereo. In tutto questo, mancano nove giorni all’inizio degli Europei di calcio.

Il segretario generale della Confédération générale du travail (CTG), Philippe Martinez, che è tra i principali organizzatori delle proteste, ha detto che questa settimana ci sarà «la più forte mobilitazione degli ultimi tre mesi». La riforma del lavoro è già stata approvata dall’Assemblea Nazionale senza discussione né voto, grazie al ricorso a un particolare meccanismo parlamentare e il 14 giugno comincerà a essere discussa al Senato. Per il 14 giugno è stata annunciata anche una grande mobilitazione nazionale simile a quella dello scorso 26 maggio. I sindacati continuano a chiedere che la riforma sia ritirata e cercano di aumentare la pressione attraverso l’organizzazione di scioperi e il blocco delle raffinerie; il primo ministro Manuel Valls e il presidente Francois Hollande continuano invece a dire che non vogliono rinunciarvi. Martinez, però, scrivono i principali giornali francesi, avrebbe in qualche modo aperto a un compromesso specificando che dalla legge va ritirato «ciò che non è buono», facendo riferimento in particolare all’articolo 2 della proposta.

La riforma è, secondo i suoi critici, sbilanciata a favore delle aziende e dei datori di lavoro ed è invece penalizzante per i lavoratori e le lavoratrici, secondo cui soprattutto l’articolo 2 attua un “rovesciamento della gerarchia delle norme”. Di norma il codice del lavoro è disciplinato dalla legge: i contratti collettivi non possono essere meno favorevoli per i dipendenti di quanto non stabilisca la legge; i contratti aziendali allo stesso modo non possono avere parametri più bassi (o tutelare meno il dipendente) di quanto non prevedano i contratti collettivi; infine il singolo contratto di lavoro non può essere meno favorevole al dipendente di quanto previsto nell’accordo d’azienda. Il nuovo disegno di legge dice che per quanto riguarda la durata del lavoro (che comprende orario, straordinari, ferie, congedi ecc) il primato va al contratto aziendale. In altre parole, dal punto di vista del dipendente, il contratto aziendale può essere “meno conveniente” dell’accordo collettivo fatto dai sindacati per quello specifico settore, di fatto annullandolo.

I sondaggi dicono che per sei francesi su dieci (il 62 per cento) il movimento di protesta contro la legge sul lavoro sia giustificato; per due francesi su tre, inoltre, la responsabilità dell’attuale situazione – in particolare dei blocchi delle raffinerie – è del governo, che sta cercando di far approvare la riforma con delle forzature. Solo il 37 per cento degli intervistati parla di «irresponsabilità» da parte dei sindacati. Oggi è uscito un altro sondaggio sulla popolarità di François Hollande: su 19.455 persone intervistate, il 53 per cento ha detto di non essere soddisfatta dell’attuale presidente (a marzo la percentuale era del 43). Questo altissimo tasso di impopolarità si riflette nei sondaggi: nell’ipotesi che Nicolas Sarkozy o Alain Juppé siano i candidati della destra alle presidenziali del 2017, quelli che hanno detto che voterebbero nuovamente Hollande sono solo il 14 per cento degli intervistati. Negli ultimi mesi l’attuale presidente ha perso quattro punti, la candidata in testa ai sondaggi è Marine Le Pen del Front National, un partito di estrema destra.

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