La storia delle foto ritoccate di Steve McCurry

È iniziata quando un italiano ha notato un errore grossolano in una foto di uno dei fotogiornalisti più famosi del mondo, e ancora se ne discute

Steve McCurry è uno dei più famosi e apprezzati fotogiornalisti del mondo, e uno dei pochi fotografi contemporanei la cui popolarità si estende anche tra chi non si occupa di fotografia per lavoro: avete presente la foto della ragazza dagli occhi verdi sulla copertina di National Geographic? È una delle molte foto di Steve McCurry che avete visto di sicuro, magari senza sapere che fosse sua. Da qualche settimana, tuttavia, si parla molto di McCurry per via di alcune sue foto manipolate. La storia è iniziata quando un fotografo italiano, Paolo Viglione, ha notato un grossolano errore di fotoritocco in una foto di McCurry esposta in una sua mostra alla Venaria Reale di Torino e ne ha scritto sul suo blog.

L’errore trovato da Viglione è uno di quelli che capitano quando si usa in modo approssimativo Photoshop, un diffuso software di ritocco fotografico: si vede un palo della segnaletica stradale di una città di Cuba a cui manca la parte inferiore, che è invece visibile qualche centimetro più a sinistra, staccata dal resto del palo e fusa insieme all’immagine di un passante sul marciapiede.

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Sul suo blog Viglione ha spiegato a cosa è servito probabilmente il ritocco sulla foto e come è stato fatto:

Guardate che fortuna, sono tutte in buona posizione. Piccolissime, non si vedono quasi nella foto (e secondo me McCurry non le vedeva nel mirino) però son piazzate bene. Metti che invece la 4 da sinistra, l’ultima, stesse camminando un po’ più avanti e fosse davanti/dietro a quel palo giallo con sopra lo STOP… mai fare uscire un palo dalla testa di un soggetto, no?

Beh, era andata proprio così! Qualcuno ha deciso di far indietreggiare il personaggio di un pochetto. Come si fa? Facile: col timbro clone si clona la persona un po’ indietro, poi si ricostruisce il palo giallo. A quel punto, però, bisogna ricordarsi di tornare sulla persona ed eliminare eventuali sbavature, ad esempio un pezzo del palo che gli esce dalla gamba, e magari ricostruire quel che mancava e che ora si dovrebbe vedere non essendoci più il palo, per esempio un piede.

La manipolazione della foto (qui la si vede integralmente) è così chiara da non aver lasciato a McCurry altra possibilità che ammettere l’errore e scusarsi. In diverse interviste e in un comunicato diffuso dal suo studio ha spiegato che la manipolazione della foto è da attribuire a un suo collaboratore che ha agito di sua iniziativa e facendo qualcosa che lui non avrebbe mai consentito o approvato. McCurry ha anche detto che ormai passa buona parte del suo tempo viaggiando, e che le stampe delle foto per le sue diverse mostre in tutto il mondo sono supervisionate da suoi collaboratori in modo spesso autonomo e indipendente. Il tecnico di laboratorio responsabile dell’errore, ha detto McCurry in un’intervista di Michele Smargiassi, è stato licenziato.

Nei giorni successivi al post di Viglione, diversi utenti hanno tuttavia trovato altre foto di McCurry che sembrano mostrare segni di manipolazione, con operazioni di correzione simili a quella avvenuta sull’immagine esposta a Torino. In questi due casi, raccolti dal sito di fotografia PetaPixel, è evidente come nelle versioni ritoccate delle foto manchino diversi elementi, una persona e un carretto nella prima, un bambino nella seconda. PetaPixel ha detto di aver chiesto ulteriori spiegazioni a McCurry ma di non averle ancora ricevute.

Nonostante le molte critiche ricevute da McCurry, Peter van Agtmael, fotografo della rinomata agenzia Magnum, ha spiegato di ritenere plausibili le sue spiegazioni, perché è molto difficile da credere che un fotografo con l’esperienza e la bravura di McCurry possa aver davvero approvato per la stampa una foto con un errore così grossolano e visibile. La questione, tuttavia, ha fatto discutere nuovamente della più ampia faccenda della manipolazione delle foto e dell’onestà del fotografo e delle fotografie. In breve: fino a che punto è lecito ritoccare una foto, prima che si perda del tutto l’aderenza alla realtà fotografata che rende speciali e preziose le fotografie?

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A questo proposito, McCurry aveva detto a Repubblica di non essere contrario al fotoritocco e di ritenerlo legittimo, entro certi limiti:

Credo sia del tutto legittimo intervenire, ad esempio, per minimizzare, agendo sui contrasti, un dettaglio marginale che rischia di essere invadente o distraente, o per scurire lo sfondo di un ritratto quando vuoi far risaltare meglio l’espressione del viso, per concentrare l’attenzione su quello. Anche riquadrare a volte è necessario per migliorare l’equilibrio di un’immagine. Ma tutto questo non è necessario farlo spostando elementi dell’immagine. Nella fotografia di cui stiamo parlando, quel palo poteva benissimo essere scurito e reso meno evidente lavorando su toni e contrasti.

Van Agtmael, in un articolo su Time, ha in parte difeso McCurry dalle critiche spiegando che è giusto aspettarsi dai fotografi totale trasparenza sul loro ricorso al ritocco, ma dicendo che non ha molto senso aspettarsi verità e obiettività da una foto: secondo lui sono concetti poco applicabili alla realtà quotidiana. In primo luogo perché anche migliaia di foto non ritoccate possono non formare un racconto obiettivo della realtà, come nel caso della crisi dei migranti in Grecia che è stata sicuramente più ampia e complessa di quello che hanno mostrato le moltissime foto degli sbarchi a Lesbo. In secondo luogo, perché la fotografia è per sua natura soggettiva: dalla scelta degli obbiettivi da usare a quella dell’inquadratura, ogni foto non è mai una pura trasposizione di un certo accadimento. Il risultato di un lavoro fotografico, dice Van Agtmael, è una collezione di fatti che vengono ipocritamente chiamati “verità” mentre “nel migliore dei casi sono solo una coerente verità personale. Nel peggiore, sono spesso uno sguardo distorto e drammatizzato su questioni complesse e comunità spesso marginalizzate e oggettificate. Spesso è una via di mezzo”.

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