Perché uno scrittore usa una lingua diversa dalla sua

Per raggiungere un pubblico più vasto, perché è scappato dal proprio paese, o solo per divertimento, spiega Tim Parks

In un articolo pubblicato sulla New York Review of Books lo scrittore e traduttore inglese Tim Parks spiega perché alcuni autori scrivono in una lingua diversa dalla lingua madre. L’articolo, intitolato Why write in English? (letteralmente “Perché scrivere in inglese?”), ha un forte legame con l’esperienza dello stesso Parks, che vive in Italia dal 1981 e insegna all’Università IULM di Milano: dopo che la scrittrice americana di origine indiana Jhumpa Lahiri ha pubblicato il romanzo In altre parole, scritto in italiano, molti hanno chiesto a Parks perché non facesse lo stesso, dopo tanti anni in Italia. Parks spiega di aver continuato a scrivere in inglese per molte ragioni, tra cui quelle economiche: il mercato editoriale inglese è numericamente più vasto di quello italiano e i libri scritti in inglese ricevono molta più attenzione.

Parks inoltre scrive spesso di argomenti che riguardano l’Inghilterra e per questo si rivolge agli inglesi. Tra gli autori che come lui hanno continuato a scrivere nella loro lingua nonostante vivessero in un paese diverso da tempo, cita ad esempio Lord Byron, James Joyce, Muriel Spark (che visse per circa trent’anni in Italia), W.G. Sebald (che scrisse sempre in tedesco nonostante i trent’anni passati in Inghilterra) e Dubravka Ugrešić (una scrittrice croata che si è trasferita nei Paesi Bassi nel 1993).

Tra gli autori famosi che hanno invece scritto in una lingua straniera ci sono per esempio Samuel Beckett (la versione originale di Aspettando Godot è in francese), Joseph Conrad, Vladimir Nabokov e Arthur Koestler: tutti e tre passarono dalle loro lingue madri (polacco, russo e tedesco) all’inglese. Oggi molti scrittori scelgono l’inglese per raggiungere un maggior numero di lettori. Spesso provengono da ex colonie dell’Impero Britannico e scrivono di immigrazione e differenze culturali: per questo anche la lingua che utilizzano ha un certo peso. Secondo Parks spesso questi autori cercano una sorta di rivalsa nei confronti della cultura che ha colonizzato il loro paese; però scrivendo in inglese (o in francese) propongono storie che piacciono ai lettori occidentali ma che sarebbero meno apprezzate nei loro paesi d’origine.

Libri scritti da autori in una lingua diversa dalla loro

Parks cita un articolo di due anni fa del New York Times che analizza questa tendenza e ne propone una visione molto positiva: dice che scrivendo in inglese gli autori creano uno stile innovativo. Ovviamente ci sono anche casi in cui scrivere in una lingua diversa dalla propria comporta un peggioramento della qualità letteraria; Parks ricorda i romanzi che Milan Kundera ha scritto in francese e quello dello scrittore olandese Gerard Reve, i cui esperimenti con l’inglese non ebbero molto successo.

Parks però confessa anche di aver scritto un romanzo in italiano al suo arrivo in Italia: si intitola I nani di domani, ed è un thriller comico su un gruppo musicale veronese che era in realtà una copertura per un’organizzazione terroristica. Per una sfortunata vicenda editoriale il libro non venne mai pubblicato e quando poi ci fu la possibilità di farlo, Parks decise che non aveva più senso pubblicare un libro che aveva scritto soprattutto per divertirsi con una lingua nuova che stava imparando.

Nel 2015 Utet ha pubblicato un saggio di Tim Parks su libri, scrittori ed editoria. Si intitola Di che cosa parliamo quando parliamo di libri e il Post ne aveva pubblicato un estratto qui.