( Joe Raedle/Getty Images)

I cubani di Miami

Storia della più importante comunità cubana che vive in Florida, conservatrice e anti-castrista

( Joe Raedle/Getty Images)

Mentre domenica 20 marzo, per la prima volta dopo 88 anni, un presidente degli Stati Uniti in carica atterrava all’Avana, Cuba, a meno di 400 chilometri di distanza, a Miami, un gruppo di manifestanti cubani protestava contro quella stessa visita. «Mi vergogno del nostro presidente oggi. Sono stato arrestato a Cuba per non sostenere Fidel e non ho perso la forza di lottare», ha raccontato uno di loro. In molti tenevano cartelli con le foto dei membri delle loro famiglie che si trovano ancora oggi in carcere per essersi opposti al regime di Castro, altri sventolavano bandiere e striscioni che accusavano Obama di «corteggiare il governo cubano». Le proteste, a cui hanno partecipato circa 200 persone, si sono tenute a Little Havana, un quartiere residenziale di Miami, dove si trova una grande comunità di esuli cubani che è il prodotto di un vasto fenomeno di immigrazione iniziato nel 1953.

Tre grandi migrazioni
La storia delle migrazioni da Cuba verso la Florida può essere suddivisa in tre grandi momenti. A partire dalla rivoluzione cubana (il periodo compreso tra il 1953 e il 1959, segnato dall’ascesa al potere di Fidel Castro che destituì la dittatura di Fulgencio Batista) le tensioni tra Cuba e Stati Uniti si inasprirono sempre di più: nel 1962 gli Stati Uniti imposero a Cuba un embargo commerciale, economico e finanziario, destinato a durare fino al 2014.

Molti cubani anticastristi abbandonarono allora Cuba per Miami, in Florida: il punto più semplice da raggiungere. Inizialmente si trattava di quelli che con la dittatura di Batista e con gli americani avevano intrattenuto stretti rapporti: erano persone che appartenevano alla borghesia o alla classi medio-alte, medici, avvocati, architetti. Gli immigrati cubani ricevettero un trattamento “preferenziale” e gli Stati Uniti incentivarono le partenze dei professionisti e dei tecnici qualificati, come parte di una politica volta a impedire lo sviluppo economico e sociale di Cuba. Nel 1966 il presidente Lyndon Johnson firmò una legge (la Ley de Ajuste Cubano o in inglese Cuban Adjustment Act – CAA) che stabiliva nei confronti dei “rifugiati cubani” un’eccezione rispetto alla legislazione applicata a qualsiasi altro straniero. In pratica la legge stabiliva che qualsiasi cittadino cubano o nativo di Cuba che entrava negli Stati Uniti dopo il gennaio 1959, e che viveva negli Stati Uniti per un periodo non inferiore a un anno, poteva ricevere la condizione di residente permanente nel caso ne facesse richiesta. Nel 1966, a sei anni dall’inizio della grande emigrazione da Cuba, circa 300 mila persone erano state ammesse negli Stati Uniti (su una popolazione di circa 6 milioni di cubani nel 1960).

Il secondo grande esodo di massa avvenne nel 1980, quando 125 mila cubani (in seguito chiamati “marielitos”) si imbarcarono dal porto di Mariel verso il sud della Florida a causa di una grave crisi dell’economia cubana. L’esodo fu organizzato da statunitensi di origine cubana con l’autorizzazione di Fidel Castro, ma si scoprì che una percentuale di esuli era stata rilasciata dalle prigioni e dagli ospedali psichiatrici dell’isola. Ebbero così inizio una serie di lunghe e complicate trattative tra i due paesi per rimpatriare i cosiddetti “indesiderabili” e per regolamentare il rilascio controllato dei visti statunitensi a chi voleva lasciare Cuba. Proseguiva però, parallelamente, una politica di accettazione di tutti quelli che riuscivano ad arrivare in modo illegale negli Stati Uniti.

Il terzo grande esodo avvenne nel 1994 e fu raccontato dai giornali di tutto il mondo come la “crisi dei balseros”: il governo rivoluzionario accusò gli Stati Uniti di promuovere gli esodi illegali e il crollo del blocco sovietico e dei paesi del blocco socialista dell’est Europa che garantivano a Cuba un’alta quota del commercio estero, causò problemi serissimi di denutrizione. Dopo le rivolte dell’agosto del 1994 sul lungomare dell’Avana (il Malecón) provocate da quella crisi, Fidel Castro decise di non continuare a proteggere le frontiere affinché tutte le persone interessate a partire verso gli Stati Uniti potessero farlo senza restrizioni. E lo fecero in migliaia, spesso con zattere (balsas), rischiando – e molti perdendo – la vita.

La crisi dei “balseros” fu alla base dei nuovi accordi migratori tra gli Stati Uniti e Cuba tra il settembre del 1994 e il maggio del 1995. Gli Stati Uniti concordarono l’accoglienza annua di 20 mila immigrati cubani, ma confermarono di fatto la precedente politica delle porte aperte, quella conosciuta con il nome di “piedi asciutti-piedi bagnati” attuata durante la presidenza di Bill Clinton: se i migranti venivano intercettati in mare dovevano essere restituiti a Cuba, se invece riuscivano a raggiungere la terra ferma potevano restare. Gli accordi fornirono comunque una via migratoria più sicura e contribuirono a rallentare l’esodo: furono però oltre 600 mila i cubani che entrarono legalmente negli Usa. Questi immigrati, come quelli arrivati in precedenza ad esempio dal porto di Mariel, facevano parte soprattutto delle classi più basse, a differenza di quelli arrivati tra gli anni Sessanta e Settanta.

La comunità di Miami
I cubani di Miami riuscirono in poche decine di anni a imporsi come una delle comunità di immigrati più prospere. Secondo i dati del 2011, Little Havana ha la più alta concentrazione di ispanici di Miami (98 per cento). Tra la popolazione latinoamericana, i cubani sono diminuiti a causa soprattutto dell’arrivo verso la fine degli anni Novanta di latini provenienti da altre nazioni, Nicaragua e Honduras, per esempio. Ma Little Havana è considerata ancora oggi la capitale culturale e politica dei cubani americani.

Gli esuli della prima ondata facevano parte dell’élite dell’isola: in mancanza di qualsiasi tipo di rapporto con Cuba, reinvestirono quanto avevano nel loro nuovo paese. Phillip Carter, professore di linguistica alla Florida International University, ha spiegato all’Atlantic che Miami non è solo una città bilingue – nel 1963, poco dopo che gli esuli cubani iniziarono ad arrivare, a Coral Way, quartiere residenziale di Miami, venne aperta la prima scuola bilingue degli Stati Uniti – ma anche che la sua economia si regge sui sistemi creati da entrambe le comunità. Mentre in altre grandi città lo spagnolo è comunemente parlato dai residenti a basso reddito, a Miami lo spagnolo viene utilizzato da tutte la fasce sociali.

La comunità cubana di Miami (soprattutto quella della prima ondata) era molto coesa, forte e unita intorno a una precisa idea: opporsi a Castro. Nel tempo fondarono dei giornali di riferimento e diverse organizzazioni non governative molto influenti: la più conosciuta è il Directorio Democratico Cubano. Con il tempo le cose sono però cambiate (o stanno cambiando). Alcuni sociologi, come ad esempio Alejandro Portes, descrivono l’attuale comunità cubano-americana come una “enclave biforcata”. Da un lato, ci sono gli immigrati o i figli degli immigrati arrivati negli anni Sessanta e Settanta con una condizione sociale ed economica elevata, dall’altra ci sono le persone arrivate a partire dagli anni Ottanta che hanno un profilo simile a quello degli altri gruppi di immigrati latinoamericani.

In generale, le seconde generazioni si sono formate nelle università americane e sono più favorevoli a un’apertura a Cuba, tornano spesso a visitare l’isola (più di 300 mila l’anno) e, indipendentemente dal loro giudizio nei confronti del governo cubano, sono più interessati al benessere dei parenti sull’isola che alla politica dell’esilio. In generale questo ha portato a un cambiamento nella tendenza politica tra i cubano-americani del sud della Florida. La comunità cubana di Miami è tradizionalmente Repubblicana, tendenzialmente conservatrice e anticomunista. E ha avuto un ruolo importante nell’elezione di Ronald Reagan prima e in quella di George W. Bush poi. Nel 2012 era stato interpretato come segno di grande cambiamento il fatto che più del 40 per cento degli elettori cubano-americani avesse votato per Barack Obama, con percentuali maggiori tra i più giovani. I motivi indicati dagli analisti erano sostanzialmente due: sempre maggiori dubbi sull’efficacia della strategia dell’embargo e sempre maggiori preoccupazioni che i Repubblicani potessero ostacolare il desiderio degli esuli di mantenere i contatti con le proprie famiglie.