Miesha Tate e Holly Holm durante un incontro di UFC a Las Vegas (Rey Del Rio/Getty Images)
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  • domenica 13 marzo 2016

Perché la UFC ha così tanto successo?

La più importante federazione al mondo di arti marziali miste ha aumentato di 10 volte il suo giro di affari negli ultimi 10 anni: c'entra un'enorme campagna anti doping, tra le altre cose

Miesha Tate e Holly Holm durante un incontro di UFC a Las Vegas (Rey Del Rio/Getty Images)

Negli ultimi mesi diversi giornali italiani e internazionali si sono occupati del crescente successo della Ultimate Fighting Championship (UFC), la principale lega delle arti marziali miste (in inglese “mixed martial arts”, MMA). Le MMA, uno sport di lotta nato nel secondo dopoguerra, prendono spunto da varie arti marziali: in sostanza ci si mena molto finché uno dei due contendenti va KO oppure perde ai punti.

Per molto tempo le MMA – e di conseguenza anche la UFC – sono state considerate uno sport di nicchia, confinato a essere disputato in piccoli palazzetti: troppo violento (capita spesso che i lottatori perdano molto sangue durante gli incontri), poco regolamentato e pieno di atleti dopati. Negli ultimi anni, però, le MMA sono riuscite a diventare uno sport “mainstream”. Gli incontri vengono trasmessi in decine di paesi diversi – nel Regno Unito addirittura da BBC. Gli atleti più popolari della lega hanno un seguito enorme: per esempio il lottatore brasiliano Anderson Silva ha più di 7 milioni di follower su Twitter e Ronda Rousey è una star anche fuori dal mondo delle MMA, e in generale si è guadagnata grande rispetto fuori dal suo circolo di appassionati della prima ora (i suoi incontri sono seguiti e raccontati anche dai giornalisti di Associated Press). Il giornalista Andy Bull ha spiegato i motivi di questo successo in un recente articolo pubblicato sul Guardian.

Gli inizi

Nonostante in altri paesi ci fossero simili tradizioni di lotta, le MMA si sono sviluppate e sono diventate famose negli Stati Uniti. Le MMA statunitensi sono nate seguendo la tradizione del Vale Tudo, una pratica brasiliana che faceva affrontare atleti che praticavano diverse arti marziali. Dan Hardy, 33enne ex lottatore britannico di MMA ora diventato commentatore televisivo, ha raccontato al Guardian che nei primi tempi gli incontri erano molto violenti: non c’erano guantoni e categoria di peso, e praticamente non c’erano regole. Scrive il Guardian:

Hardy racconta che durante il primo evento organizzato dalla UFC nel 1993 si poteva vincere solo per “KO, resa, intervento del medico o morte”. La serata includeva un incontro fra un karateka olandese e un lottatore di sumo di 220 chili. Alla fine dell’incontro i medici recuperarono i denti del lottatore di sumo dentro i piedi del karateka. A pochi anni dal suo primo evento, alla fine degli anni Novanta, la UFC era a rischio estinzione, nonostante gli sforzi dei suoi promotori per migliorarne l’immagine. Le pressioni politiche l’avevano lasciata fuori dal giro delle tv via cavo. La campagna contro la UFC era guidata dal futuro candidato presidente Repubblicano John McCain, che la definì «un combattimento fra galli praticato da umani».

Cos’è diventata
Lorenzo Fertitta, uno dei due fratelli americani di origini italiane che nel 2001 comprarono la UFC per due milioni di dollari, ha spiegato che la federazione «non esisterebbe nella sua forma attuale se non fosse stato per John McCain», perché McCain «ci diede la possibilità di entrare in gioco e comprare la federazione». Nel 2015, su circa tre o quattromila eventi di MMA che si sono tenuti nel mondo, la UFC ne ha organizzati 42, ciascuno con le sue regole ufficiali (in tutto la UFC è arrivata al 196esimo evento, che si è tenuto il 5 marzo di quest’anno). Ogni incontro dura al massimo cinque round da cinque minuti: si vince per KO oppure ai punti. Nel 2015 la società dei Fertitta che possiede la UFC ha guadagnato circa 600 milioni di dollari. Secondo i dati forniti dalla stessa UFC, nel 2015 gli incontri della lega sono stati trasmessi in 158 paesi al mondo (in Italia – dove le MMA hanno una federazione, ma che non ha nessun lottatore in UFC – va in onda sul canale a pagamento Fox Sports). Il Guardian ha scritto che i biglietti per l’ultimo evento della UFC organizzato a Londra sono andati esauriti in 27 minuti, mentre quelli di Dublino in 60 secondi. L’estate scorsa Reebok, una delle più importanti e storiche marche di abbigliamento sportivo, ha stretto un accordo di sponsorizzazione di sei anni con la UFC per un valore di 70 milioni di dollari.

Ci sono anche i singoli lottatori: il personaggio più famoso legato alla UFC è Ronda Rousey, fortissima 29enne lottatrice che ha perso il suo primo incontro nelle MMA nel dicembre del 2015, dopo cinque anni in cui era rimasta imbattuta. Al momento Rousey è uno dei personaggi sportivi più famosi al mondo: nel 2015 è stata la terza persona famosa più cercata su Google. Scrive libri, recita al cinema e oggi ha 2,2 milioni di follower su Twitter.

Come hanno fatto?
Hanno applicato una strategia commerciale lungimirante e hanno cercato di costruirsi un’immagine migliore: «Al posto di svicolare dai controlli indipendenti», ha scritto il Guardian, la UFC «li ha incoraggiati». Per prima cosa, in mancanza di una federazione mondiale che emanasse un regolamento specifico, la UFC ha dovuto creare un proprio regolamento: è lungo otto pagine, è ispirato ai regolamenti di lotta libera, boxe, taekwondo e judo e fra le altre cose prevede 31 falli per cui un lottatore può essere penalizzato o squalificato: «non è permesso dare testate, mettere le dita negli occhi, colpire la gola, l’inguine, la spina dorsale o la nuca». Nessun lottatore della UFC è mai morto oppure è stato ferito gravemente durante un incontro: la cosa più grave che può capitare è la frattura di qualche osso.

La UFC si impegna a fondo anche per prevenire le commozioni cerebrali e la diffusione del doping. Dal 2012 collabora con la Cleveland Clinic, un importante centro medico, a cui invia regolarmente ecografie e risultati di test cognitivi eseguiti sugli atleti. Per quanto riguarda il doping, un problema molto frequente negli sport di lotta, la soluzione adottata dalla UFC è stata ancora più radicale, come ha scritto il Guardian:

Per risolvere il problema, la UFC voleva assumere il miglior esperto anti doping che potesse trovare: Jeff Novitzky, che iniziò a lavorare per la UFC dopo 22 anni nelle autorità federali, 12 dei quali passati esclusivamente a occuparsi della lotta al doping. […] Novitzky ricorda che «non era solo una foglia di fico: stavano davvero cercando di rendere pulito il loro sport ed erano serissimi a riguardo». Novitzky ha creato quello che definisce il miglior programma anti-doping nello sport professionistico. «e francamente», ha aggiunto, «il secondo miglior programma è molto distante». Tutti gli atleti della UFC possono essere soggetti a test anti-doping casuali, ogni giorno dell’anno. Il programma è in corso di applicazione e secondo Novitzky al momento è al 60-70 per cento del suo completamento. Nel frattempo i fan della UFC si stanno divertendo a scovare lottatori che fino a qualche mese fa avevano un fisico scolpito, ma che di recente sembrano misteriosamente avere muscoli meno delineati.

Oltre che dal lato dell’immagine, la UFC ha anche saputo far fruttare il suo brand: al contrario della boxe, sostiene Fertitta, non ha un marchio brand immediatamente legato allo sport. Nel 2005 la UFC lanciò un reality show che contribuì a far conoscere il funzionamento e le facce dei lottatori più famosi, e ancora oggi tratta con molta attenzione la produzione e gestione dei diritti televisivi: per il momento, scrive il Guardian, la UFC ha rifiutato di fare accordi con HBO e ESPN per la distribuzione dei suoi contenuti, pur di non perdere eccessivo controllo sul prodotto.

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