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  • lunedì 7 marzo 2016

Nike ha pagato tangenti in Kenya?

Sembra che diversi milioni di dollari pagati per contratti di sponsorizzazione siano finiti nei conti di dirigenti kenioti, ma non è chiaro se Nike lo sapesse

(Photo by Jonathan Ferrey/Getty Images)

Da più di vent’anni l’azienda statunitense di abbigliamento sportivo Nike sponsorizza la federazione di atletica leggera del Kenya, una delle più importanti e vincenti nella storia dell’atletica. Da qualche giorno, dopo la pubblicazione di alcuni documenti della federazione keniota e un articolo del New York Times, si è cominciato a parlare della possibilità che centinaia di migliaia di dollari – inizialmente destinati alla sponsorizzazione della federazione – siano finiti in mano a funzionari kenioti e di fatto siano stati usati come tangenti. Il caso è nato da una serie di documenti resi pubblici da un ex impiegato della federazione e risale a dopo che la federazione iniziò a discutere di un possibile nuovo contratto di sponsorizzazione con l’azienda cinese di abbigliamento cinese Li-Ning (al posto di Nike, quindi).

Per Nike la sponsorizzazione del Kenya è molto importante, ed è infatti una delle più costose nel mondo dell’atletica leggera: gli atleti kenioti detengono i record del mondo negli 800 metri, nei 1.000, nei 3.000, nei 20.000 e 25.000, nei 10 e 15 chilometri e nella maratona. Il settore “running” è uno dei più importanti per le attività commerciali di Nike e poche altre nazioni hanno una tradizione di atleti vincenti come il Kenya.

Nel 2009 però i dirigenti della federazione del Kenya accusarono Nike di trattare la loro federazione come una “discarica” in cui far arrivare prodotti scadenti, e poco tempo dopo iniziarono a discutere con Li-Ning, azienda di proprietà dell’omonima ex ginnasta cinese, di un nuovo contratto di sponsorizzazione. I colloqui avanzarono a tal punto che un intermediario consegnò alla federazione keniota circa duecentomila dollari per conto di Li-Ning. L’intermediario che consegnò i soldi alla federazione fu Papa Massata Diack, recentemente squalificato a vita dalla IAAF, l’Associazione Internazionale delle Federazioni di Atletica Leggera: Massata Diack è figlio di Lamine Diack, ex presidente dell’associazione, che ebbe un ruolo fondamentale nel recente scandalo doping che ha riguardato la squadra di atletica leggera russa, ed ora è indagato per corruzione dalle autorità francesi.

Quando Nike venne a sapere dell’accordo preliminare con Li-Ning, informò la federazione keniota, tramite i propri avvocati, che non c’erano le condizioni legali per poter interrompere il contratto già in vigore. I dirigenti della federazione cambiarono rapidamente decisione, misero da parte l’accordo con Li-Ning e iniziarono a negoziare un nuovo contratto con Nike, che al termine dei colloqui prevedeva circa 1,5 milioni di dollari di compenso annuali alla federazione, più centomila dollari di bonus ogni anno e un altro bonus “una tantum” di cinquecentomila dollari. Nel nuovo contratto Nike aveva specificato che una parte dei soldi sarebbe dovuta essere destinata a scopi specifici, fra cui aiutare i ragazzi cresciuti in villlaggi poveri e isolati ad allenarsi e raggiungere facilmente i centri sportivi. Secondo le accuse contenute nei documenti trapelati, però, quei soldi sarebbero spariti in breve tempo dalle casse della federazione e indirizzati verso i conti bancari di alcuni funzionari kenioti.

In tutto questo la posizione di Nike non è chiara: non si sa insomma se quei soldi sono stati presi dai kenioti senza che Nike ne sapesse nulla – era compito della federazione investirli come richiesto dall’accordo – o se Nike sapesse dall’inizio che quei soldi sarebbero andati di fatto ai funzionari della federazione. I tre funzionari accusati di aver preso il denaro sono stati sospesi, intanto, e un tribunale keniota ha chiesto a Nike di fornire più documenti sulla questione. Nike per ora si è rifiutata di collaborare alle indagini. Sia la federazione che la giustizia ordinaria keniota hanno aperto inchieste riguardo al “caso Nike”, anche se secondo molti sarà molto difficile provare che i dirigenti di Nike siano al corrente dei trasferimenti di denaro incriminati.