(Andreas Gebert/picture-alliance/dpa/AP Images)

16 grandi canzoni dei Pink Floyd

Scelte dal peraltro direttore Luca Sofri per il suo libro Playlist, da riascoltare oggi che il celebre chitarrista della band, David Gilmour, compie 70 anni

(Andreas Gebert/picture-alliance/dpa/AP Images)

David Gilmour, storico chitarrista dei Pink Floyd, è nato il 6 marzo del 1946, settant’anni fa oggi. Gilmour non fu fra i fondatori della band: si unì ai Pink Floyd nel 1967 per sostituire Syd Barrett, che poco poco lasciò la band per problemi personali. Nel corso degli anni Gilmour acquisì un ruolo sempre più rilevante all’interno dei Pink Floyd, soprattutto dopo che se ne andò lo storico bassista e compositore Roger Waters, nel 1983. Qui c’è una lista delle più belle canzoni dei Pink Floyd scelte da Luca Sofri, peraltro direttore del Post, per il suo libro Playlist.

Pink Floyd
(1965, Cambridge, Inghilterra)
La band più creativa e meritatamente celebrata della storia del rock, passata dal genio sregolato di Syd Barrett a quello egomaniaco di Roger Waters creando canzoni melodicamente imbattibili e sempre piene di invenzioni, per anni e anni. Uno dei pochi casi, in questo libro, drammaticamente reticente a lasciar isolare singoli brani in dischi omogenei e perfetti. Almeno sei dei quali stanno tra i migliori cinquanta di sempre.

Arnold Layne (1967)
I Pink Floyd al loro primo singolo, quando avevano ancora un piede nel pop britannico degli anni Sessanta, e l’altro già nella psichedelia creativa che li stava per catturare. Arnold Layne è un travestito che ruba in giro abiti femminili, e l’establishment musicale inglese non gradì del tutto la storia.

Summer ’68
(Atom heart mother, 1970)
Scritta e cantata da Richard Wright, racconta la vita in tour, l’avventura di una notte e il rientro alla norma, in un baraccone di suoni psichedelici che galoppano dal dolcissimo inizio piano e voce all’assolone di tromba: saltando ostacoli e siepi come fossero caramelle. Stupenda, e che ci puoi fare con un pianoforte.

If
(Atom heart mother, 1970)
“Se fossi una brava persona, parlerei con te più spesso”. La formula “sefossi-questo-farei-quello” funziona da secoli, dal “s’i fosse foco, arderei ‘l mondo” di Cecco Angiolieri in poi. “If” è una cosa dolce dolce, voce e chitarre, che nel 2003 fu tradotta e cantata da Morgan come “Se”. Nell’ultima strofa, Roger Waters canta ancora “If I were a train, I’d be late” come già nella prima, con meta-consapevolezza della ripetizione: “If I were a train, I’d be late, again”.

SanTropez
(Meddle, 1971)
“San Tropez” (scritto san) è una canzone di Roger Waters, con un andamento tra Burt Bacharach e gli Steely Dan. Una leggenda a lungo tramandata vuole che un verso dica “making a day for Rita Pavone”, cosa di cui si era vantata anche l’interessata. In realtà è “making a date for later by phone”.

Us and them
(The dark side of the moon, 1973)
Noi e loro, i buoni e i cattivi, lo scontro di civiltà, la riga in mezzo: era tutto già detto, in quest’altra cosa unica e leggendaria da The dark side of the moon (era stata buttata giù da Wright per la colonna sonora di Zabriskie point, da cui poi restò fuori).

Eclipse
(The dark side of the moon, 1973)
Quando ancora esistevano gli album, esisteva una bravura nell’individuare il suono giusto, il ritmo giusto, per concludere l’album. Eccolo qua.
 Quello che alla fine dice there’s no dark side of the moon really: matter of fact, it’s all dark”, è il custode degli Abbey Road studios, dove fu inciso il disco.

Breathe
(The dark side of the moon, 1973)
Epica apertura di epico disco (preceduta dall’introduzione strumentale di “Speak to me”): un neonato piange e qualcuno arriva a suggerirgli di respirare e a prospettargli spietatamente la vita che lo attende. “Corri, coniglio, corri: scava un buco, dimenticati il sole. E quando avrai finito, non fermarti: c’è da scavarne un altro”.

Shine on you crazy diamond
(Wish you were here, 1975)
“Remember when you were young? You shone like the sun”. Sono due canzoni – dedicate a Syd Barrett, incasinato e geniale fondatore della band che aveva lasciato nel 1968 – definite in nove parti, e occupano assieme quasi mezz’ora di Wish you were here. Dentro ci succede di tutto, e ogni minuto è una cosa da storia del rock. Il mio preferito è l’attacco del sesto movimento, anzi il passaggio di chitarra che lo introduce, prima di “remember when you were young”.

Wish you were here
(Wish you were here, 1975)
Una storia, smentita dallo stesso Gilmour, vuole che lui abbia smesso di fumare dopo aver sentito il colpo di tosse che gli era sfuggito al 44mo secondo della canzone. Un altro mistero riguarda il verso “blue skies from pain”, che in una bella cover degli Sparklehorse assieme a Thom Yorke divenne “blue skies from rain”: che nella serie di opposizioni della strofa, ha in effetti molto più senso.
 C’era un’intenzione originaria per “rain”, successivamente modificata, e perché?
 Poi la canzone è un capolavoro vero, ma questo lo sanno anche i sassi.

Comfortably numb

(The Wall, 1979)
Questa se la portò Gilmour dentro The Wall da un suo precedente progetto solista. Nella tensione dell’opera, spartita tra ansie e disperazioni, offre uno dei rari momenti di sollievo, seppure illusorio: “there is no pain you are receding…”. Lui in realtà è strafatto e sedato: ma – ehi – il confortevole stordimento delle droghe l’ha provato anche Gianfranco Fini, quella volta in Giamaica. Poi Waters, che scrisse le parole (con Gilmour smisero di parlarsi subito dopo, e avevano litigato come matti su “Comfortably numb”), spiegò che era una memoria infantile di quando si è malati e intontiti e che si riferiva a un senso di alienazione tra la band e il pubblico. 
Nel 2005 ne fecero una spiritosa versione dance gli Scissors Sisters.

Mother
(The Wall, 1979)
Di tutti i gravami e le relazioni distorte che Pink, il protagonista di The Wall, si portava dietro, quella con la madre era una delle più pesanti. Opprimente e insieme ineludibile, qui lui (Waters) le chiede aiuto e consiglio, e lei (Gilmour) lo coccola e tranquillizza come se fosse un bambino. Grande ballata: quello che suona la batteria è Jeff Porcaro.

Nobody home

(The Wall, 1979)
Stupenda, dolcissima, e stupendamente cantata da Roger Waters, è il monologo visionario di Pink sul suo stato strafatto, fallito e abbandonato da tutti. Secondo alcune interpretazioni, contiene dei riferimenti non solo a Syd Barrett, ma allo stesso Rick Wright che pure ci suona, ma venne allontanato dalla band durante le registrazioni per casini di cocaina.

The show must go on

(The Wall, 1979)
Un minuto e mezzo di disincantata autoironia sullo spettacolo che deve andare avanti, metafora di ogni cosa. Ma la cosa notevole è il coro alla Beach Boys, in cui fu coinvolto Bruce Johnston dei Beach Boys.

The post war dream

(The final cut, 1983)
Roger Waters da brividi che presenta il disco dei Pink Floyd dopo The Wall. “What have we done, Maggie what have done? What have we done, to England?”. Maggie è Margaret Thatcher, il disco fu un groviglio di memorie di guerra familiari e attacco alla guerra delle Falkland e ai potenti del mondo (che vengono immaginati tutti in “una casa di riposo per tiranni inguaribili”, in un’altra canzone).

The gunner’s dream

(The final cut, 1983)
Bella bella, commovente, bella. Un sogno deprimente di ricordi bellici – “floating down through the clouds” – e Waters che assesta coltellate all’ascoltatore in ogni spazio lasciato libero dall’assolo di sassofono.
“A place to stay, enough to eat: somewhere old heroes shuffle safely down the street
where you can speak out loud about your doubts and fears
and what’s more no-one ever disappears”

High hopes
(The division bell, 1994)
I Pink Floyd senza Roger Waters fecero cose oneste ma ormai superflue. Gilmour è uno bravo, gli altri sanno suonare: i tempi cambiarono, loro no. Tra le cose più piacevoli che hanno fatto c’è il refrain contagioso del pezzone che chiude The division bell, una cosa autobiografica di Gilmour scritta con il consiglio della sua fidanzata Polly.