Un pompiere libico di fronte a una cisterna petrolifera in fiamme nell'area di Ras Lanuf il 23 gennaio 2016, dopo un attacco dell'Isis (STRINGER/AFP/Getty Images)
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  • martedì 23 Febbraio 2016

Gli Stati Uniti dovrebbero intervenire in Libia, dice il Washington Post

Un editoriale sostiene che bisogna fare in fretta, per fermare l'ISIS e non ripetere gli errori commessi in Iraq e Siria

di staff di editorialisti del Washington Post
Un pompiere libico di fronte a una cisterna petrolifera in fiamme nell'area di Ras Lanuf il 23 gennaio 2016, dopo un attacco dell'Isis (STRINGER/AFP/Getty Images)

All’inizio del 2014 l’amministrazione Obama è rimasta a guardare mentre lo Stato Islamico iniziava a espandersi dalla Siria orientale verso l’Iraq. Non è intervenuta mentre i terroristi assumevano il controllo di una città dopo l’altra, inclusa Mosul, e venivano rafforzati da migliaia di “foreign fighters”. Quando gli Stati Uniti si sono finalmente decisi a fare degli attacchi aerei per evitare che anche il Kurdistan iracheno cadesse, lo Stato Islamico aveva già abbastanza territori, risorse economiche e militari per consolidare una base molto solida. E nonostante i 18 mesi di bombardamenti americani è ancora in piedi.

In Libia oggi sta accadendo qualcosa di simile. I miliziani libici alleati con lo Stato Islamico controllano Sirte, la città natale del defunto dittatore Mu’ammar Gheddafi, che si trova tra la capitale Tripoli e Bengasi. I combattenti stranieri si stanno muovendo verso Sirte sotto la guida dei leader dello Stato Islamico in Siria, dove potranno istituire un nuovo “emirato” senza essere attaccati dalle forze occidentali. Secondo il Pentagono oggi a Sirte ci sono più di 5mila combattenti che controllano oltre 300 chilometri della costa libica, hanno attaccato infrastrutture petrolifere e aspirano a lanciare attacchi contro l’Europa.

I principali consulenti per la sicurezza nazionale del presidente Obama hanno sottolineato, a volte pubblicamente, l’urgenza di un’azione militare per fermare il consolidamento di una nuova e potente base terroristica. «Stiamo prendendo in considerazione un’azione militare risolutiva», ha detto il generale Joseph F. Dunford Jr., capo dello stato maggiore, l’organo americano composto dai vertici dei diversi rami delle forze armate. Eppure la Casa Bianca – se si esclude il bombardamento isolato di un campo dell’ISIS di venerdì 19 febbraio – sta esitando di nuovo: a fine gennaio si è tenuta una riunione per valutare le diverse possibilità, che però si è conclusa senza che fossero prese decisioni.Il pericolo è quello di ripetere la disfatta irachena. Secondo i funzionari dell’amministrazione americana il motivo principale del ritardo nell’azione è la volontà di istituire un nuovo governo in Libia prima di intervenire militarmente. Un mediatore delle Nazioni Unite sta cercando di convincere i due governi rivali a ovest ed est della Libia ad appoggiare un governo di unità nazionale, che cercherebbe poi di mettere insieme un esercito nazionale per attaccare i jihadisti. I governi occidentali hanno discusso la possibilità di formare una forza armata, forse sotto la guida dell’Italia, per proteggere il nuovo regime durante l’addestramento dell’esercito. Nel frattempo Sirte potrebbe essere attaccata per via aerea.

Il problema sono state fin qui le resistenze alla formazione del nuovo governo da entrambi gli schieramenti, soprattutto dai sostenitori del generale Khalifa Haftar, un aspirante “uomo forte” radicale che comanda le forze a est della Libia e ha l’appoggio del regime oppressivo del presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi. L’esclusione del generale dal governo ha fatto sì che il mese scorso il parlamento del governo orientale libico votasse contro la formazione di un nuovo esecutivo. Una nuova votazione dovrebbe in ogni caso tenersi nei prossimi giorni. Nonostante l’approvazione del nuovo governo sarebbe un passo in avanti verso il ripristino di uno stato libico, il processo, nel migliore dei casi, è destinato a essere lungo. Nel frattempo lo Stato Islamico si sta rafforzando.

In definitiva, però, la risoluzione della situazione politica in Libia non dovrebbe essere una precondizione per un’azione militare contro la minaccia terrorista. Martedì 16 febbraio Obama ha riconosciuto i problemi nella formazione di un nuovo governo e ha aggiunto che «quando si presenteranno opportunità per impedire l’espansione dello Stato Islamico in Libia le coglieremo». Le opportunità oggi ci sono: gli Stati Uniti e i suoi alleati potrebbero condurre attacchi aerei su Sirte e sostenere le forze di protezione libiche a guardia delle strutture petrolifere. Obama è rimasto in disparte in Iraq e in Siria: non deve commettere lo stesso errore in Libia.

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