(AP Photo/David Goldman)

Guida alle primarie in New Hampshire

Le primarie degli Stati Uniti proseguono oggi, i risultati arrivano stanotte: tra i Democratici c'è un vincitore designato, tra i Repubblicani invece non si capisce niente

di Francesco Costa – @francescocosta
(AP Photo/David Goldman)

Oggi nel New Hampshire, negli Stati Uniti, si vota per le primarie del Partito Democratico e del Partito Repubblicano per scegliere i candidati alla presidenza che si sfideranno alle elezioni dell’8 novembre 2016. Il New Hampshire è tradizionalmente il secondo stato che vota alle primarie: il primo è l’Iowa, dove lo scorso primo febbraio hanno vinto il senatore Ted Cruz tra i Repubblicani e – per un pelo – Hillary Clinton tra i Democratici. Le elezioni in Iowa e in New Hampshire non sono determinanti per la vittoria finale delle primarie, ma sfoltiscono il numero dei candidati, possono lanciare o affossare le loro speranze e forniscono alcune importanti indicazioni sui loro punti di forza e sulle loro debolezze.

Con ordine: cos’è il New Hampshire

Il New Hampshire è uno stato americano del New England: confina col Massachusetts a sud, col Vermont a ovest, col Maine e con l’oceano a est, col Canada a nord. È uno stato molto piccolo, come l’Iowa: il fatto che le primarie comincino tradizionalmente da due stati piccoli permette a tutti i candidati di avere una chance, anche a quelli che hanno meno organizzazione e risorse. Come l’Iowa, però, il New Hampshire è poco rappresentativo degli Stati Uniti: i suoi abitanti sono bianchi per il 92,3 per cento, di origini asiatiche per il 2,2 per cento, di origini ispaniche per l’1,6 per cento, neri per l’1,1 per cento; dal punto di vista religioso il New Hampshire è lo stato americano con la più alta percentuale di non credenti, il 26 per cento.

La capitale del New Hampshire è Concord, che però non è la città più grande né la più popolosa: quella è Manchester, che ha 190.000 abitanti mentre Concord ne ha 42.000. Un’altra città importante è Nashua, 86.000 abitanti. La parte costiera e che confina col Massachusetts è il posto in cui i Repubblicani moderati sono più forti; la parte occidentale, quella più vicina al Vermont, è quella invece dove sono più forti i Democratici. La contea più settentrionale, Coös County, è quella invece dove possono ottenere più sostegno i Repubblicani più tradizionalmente conservatori. Il clima in questi giorni è simile a quello dell’Iowa (cioè fa molto freddo).

Di cosa si è parlato in campagna elettorale

I temi della campagna elettorale in New Hampshire sono stati in gran parte coincidenti con la campagna nazionale: d’altra parte i candidati in questi mesi hanno viaggiato molto da uno stato all’altro e una parte significativa delle loro attività pubbliche avviene in televisione. Gli elettori americani fin qui hanno dimostrato di essere interessati soprattutto alla situazione dell’economia (che ha fatto grandi miglioramenti negli ultimi sette anni ma secondo molti li ha fatti lentamente), del lavoro (il tasso di disoccupazione è sceso al 4,9 per cento, ma molti nuovi posti di lavoro sono a basso reddito), delle tasse (quelle universitarie sugli studenti sono un tema importante soprattutto per gli elettori più giovani) e della lotta al terrorismo (con tutte le questioni collegate, dalla gestione dell’immigrazione alla guerra civile in Siria).

Per capire come si è discusso di questi temi in New Hampshire, però, bisogna tenere conto anche della storia politica dello stato e delle sue caratteristiche. Il New Hampshire ha votato Repubblicano per gran parte del Novecento ma si è avvicinato molto ai Democratici a partire dagli anni Novanta. Alle presidenziali il New Hampshire ha votato Bill Clinton nel 1992 e nel 1996, John Kerry nel 2004 e Barack Obama nel 2008 e nel 2012. Nel 2000 ha votato George W. Bush ma quattro anni dopo fu l’unico stato vinto da Bush a passare con John Kerry (che viene dal Massachusetts, e questo ebbe un certo peso). Oggi il New Hampshire è considerato uno stato in bilico alle presidenziali; in questo momento ha una governatrice Democratica, due parlamentari Democratici e due Repubblicani.

C’è una cosa fondamentale da sapere per capire la politica in New Hampshire: l’importanza dei cosiddetti “libertari”, soprattutto tra i Repubblicani. Il motto dello stato del New Hampshire è “Live Free Or Die”, ed è una buona sintesi di cosa pensa una parte molto significativa dei suoi elettori. Per capire qualche ricaduta concreta di questo orientamento può essere utile sapere che il New Hampshire è l’unico stato americano nel quale non è obbligatorio indossare il casco in moto o le cinture di sicurezza in macchina (in certi casi da quelle parti non è obbligatorio nemmeno avere un’assicurazione per la responsabilità civile); che è stato il primo posto in America a legalizzare i matrimoni gay con una decisione del Congresso locale e non di un giudice; che non prevede tasse sul reddito né la sales tax, una specie di IVA. Insomma, gli elettori del New Hampshire vogliono che il governo gli dica il meno possibile cosa fare: e hanno molto più a cuore – anche tra i Repubblicani – il fatto che le tasse siano basse invece che se i gay possono sposarsi o meno o se le donne possono abortire.

I Repubblicani del New Hampshire sono considerati tra i più moderati del paese, sono piuttosto benestanti e soprattutto nella parte meridionale dello stato risentono molto dell’influenza di Boston (ci sono molti pendolari che fanno avanti e indietro). Gli elettori Democratici invece sono più di sinistra di quanto siano altrove, come accade in generale negli altri stati della regione: pensate per esempio al Massachusetts e al Vermont.

Come funzionano le primarie in New Hampshire

Quelle del New Hampshire sono primarie e non caucus, come quelli dell’Iowa, e quindi il loro funzionamento ci è più familiare. I seggi sono aperti tutto il giorno, il voto è segreto, alla chiusura dei seggi si contano i voti. Si può votare alle primarie di un partito anche senza essere registrati come elettori di quel partito, ma bisognerà farlo al seggio. I Repubblicani eleggono 20 delegati, i Democratici 24, entrambi su base proporzionale. I seggi chiudono quasi tutti alle 19 ora locale, alcuni alle 20: salvo situazioni molto equilibrate, i risultati definitivi arriveranno quando in Italia saremo intorno alle 4 del mattino di mercoledì.

Le primarie Repubblicane del 2012 le vinse Mitt Romney col 39,4 per cento. Nel 2008 tra i Democratici vinse a sorpresa Hillary Clinton, nonostante fosse stata battuta clamorosamente pochi giorni prima da Barack Obama in Iowa; dall’altra parte invece vinse John McCain, un Repubblicano decisamente poco ortodosso.

Come stanno i Democratici

Secondo i sondaggi, il senatore Bernie Sanders in New Hampshire è in grande vantaggio e praticamente sicuro di vincere. L’algoritmo del giornalista e statistico Nate Silver dice che Sanders ha oltre il 99 per cento di possibilità di vincere le primarie in New Hampshire.

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Il risultato di queste primarie sembra effettivamente scontato da tempo. Il New Hampshire ha caratteristiche persino più favorevoli dell’Iowa, per Sanders: è uno stato piccolo, abitato quasi esclusivamente da bianchi, tra i Democratici decisamente più di sinistra della media nazionale e confinante con il suo stato, il Vermont, per cui praticamente gioca in casa. Clinton ai caucus in Iowa ha battuto Sanders di 23 punti tra gli elettori Democratici che si definiscono “moderati” e ha perso di 19 punti tra quelli che si definiscono “very liberal”: in New Hampshire ci sono soprattutto “very liberal”. Non sarà così altrove: i prossimi due stati in cui si vota, Nevada e South Carolina, sono demograficamente e politicamente molto più rappresentativi degli Stati Uniti d’America. Per questo motivo Sanders in New Hampshire deve ottenere una vittoria larga, di almeno 10 punti percentuali, per arrivare bene alle prossime settimane. Hillary Clinton cercherà invece di ridurre il divario a meno di dieci punti. La probabile sconfitta di Clinton non comprometterà di per sé le sue possibilità di vittoria ma farà parlare molto dei suoi punti deboli, che Sanders fin qui ha sfruttato bene: l’opacità di certi suoi rapporti con le istituzioni finanziarie di Wall Street e lo scarso entusiasmo che la sua candidatura suscita negli elettori più giovani.

Come stanno i Repubblicani

Tra i Repubblicani le cose sono invece ben più confuse. Il risultato dell’Iowa ha:

– confermato quanto si sapeva sugli elettori dello stato (la vittoria di Cruz è stata trainata dalla grande partecipazione dei gruppi evangelici), che però sono piuttosto diversi da quelli del New Hampshire;

– messo in discussione il consenso attribuito dai sondaggi a Donald Trump, che ha perso qualche punto nell’ultima settimana ma non sembra essere crollato;

– rilanciato Marco Rubio, che è cresciuto moltissimo subito dopo il voto ma poi si è fermato dopo il brutto dibattito televisivo di sabato sera;

– suscitato qualche scetticismo sull’efficacia dei sondaggi stessi, che in Iowa – dove però c’è un sistema di voto complesso e arzigogolato – non hanno previsto la vittoria di Cruz e il brutto risultato di Trump.

Premesso questo, il quadro descritto dai sondaggi è quello che segue:

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Da una parte gli elettori che hanno dato la vittoria a Cruz in Iowa – conservatori e religiosi – non dovrebbero dargli una grossa mano in New Hampshire. Dall’altra parte, il risicato secondo posto di Trump in Iowa ha messo in discussione una parte centrale del suo appeal: la retorica spaccona di chi insiste continuamente sull’importanza di vincere. L’obiettivo di Marco Rubio è sempre stato arrivare secondo in New Hampshire, per guadagnare ancora un po’ di spinta e poi vincere in stati per lui più favorevoli come Nevada e South Carolina, ma non è chiaro che conseguenze avrà sul suo consenso il brutto dibattito di sabato.

Il voto in New Hampshire servirà tra i Repubblicani soprattutto a sfoltire il numero dei candidati veri. I governatori Jeb Bush, John Kasich e Chris Christie – candidati relativamente moderati ma fin qui schiacciati dalla radicalizzazione dell’elettorato – da mesi puntano tutto sul New Hampshire: hanno bisogno di arrivare almeno terzi per conservare una vera chance di vittoria. Chi non ci riuscirà magari resterà in ballo ancora un po’, diciamo fino al Super-Tuesday del primo marzo, ma sarà già con un piede fuori dalle primarie.