Hillary Clinton e Bernie Sanders. (JEWEL SAMAD/AFP/Getty Images)

Clinton, Sanders e la domanda delle domande

Al dibattito televisivo di stanotte i due candidati Democratici hanno discusso e litigato di un tema politico antico e ricorrente, non solo negli Stati Uniti: chi è più di sinistra?

di Francesco Costa – @francescocosta
Hillary Clinton e Bernie Sanders. (JEWEL SAMAD/AFP/Getty Images)

La sera di giovedì 4 febbraio – quando in Italia era la notte di venerdì 5 febbraio – i candidati del Partito Democratico alle primarie per la presidenza degli Stati Uniti hanno discusso in un confronto televisivo organizzato da NBC News e moderato dai giornalisti Chuck Todd e Rachel Maddow. Il dibattito si è tenuto a Durham, in New Hampshire, dove si vota per le primarie il 9 febbraio, ed è stato il primo a cui hanno partecipato solo due candidati: Hillary Clinton, ex segretario di stato e vincitrice – per un pelo – delle primarie in Iowa, e Bernie Sanders, senatore del Vermont che in New Hampshire gioca praticamente in casa e dovrebbe ottenere una facile vittoria (il terzo candidato dei Democratici, il governatore Martin O’Malley, si è ritirato dopo un deludente risultato in Iowa).
Il fatto che partecipassero solo due candidati ha reso il confronto molto divertente da seguire: a questo hanno contribuito anche l’atteggiamento combattivo di Clinton e Sanders e l’apprezzata decisione dei moderatori di fare le domande e poi lasciare dibattere liberamente i candidati.

Clinton e Sanders hanno parlato di molti temi, dalla politica estera all’economia, ma hanno affrontato tutte le questioni dallo stesso angolo, che poi è quello che sta dominando la campagna elettorale dei Democratici nelle ultime settimane: chi è più di sinistra? Chi può dirsi davvero un progressista? Clinton propone un cambiamento incrementale, che costruisca su quanto fatto dall’amministrazione Obama anche grazie alla sua grande esperienza e conoscenza degli Stati Uniti, consapevole che il progresso si fa un passo alla volta; Sanders propone quella che chiama esplicitamente «una rivoluzione», chiede cambiamenti più radicali – ricominciare da capo sulla sanità, per esempio, nonostante la riforma di Obama – e sostiene che l’establishment politico americano, Clinton compresa, sia troppo compromesso con Wall Street e le lobby per produrre cambiamenti significativi.

“Per la prima volta in otto mesi”, ha scritto Buzzfeed, Clinton “è stata capace di attaccare Sanders, che si definisce socialista, proprio sul tema della purezza ideologica”. Ma Sanders si è difeso bene, usando i toni e le proposte che hanno reso la sua campagna molto popolare soprattutto tra gli elettori più giovani.

Clinton ha insistito più volte sul fatto che non fa nessuna promessa che non sia in grado di poter mantenere, accusando Sanders di fare proposte magari anche seducenti ma irrealizzabili: «Un vero progressista è qualcuno in grado di ottenere progressi». Anche i moderatori hanno suggerito qualcosa del genere, tanto che a un certo punto hanno chiesto a Sanders: «Ci spiega come ha fatto a passare quasi vent’anni al Congresso e non ottenere nulla delle cose che propone? Perché pensa che una volta presidente sarebbe in grado di ottenerle?». Sanders si è difeso dicendo che l’immobilità del Congresso è il motivo per cui si è candidato alla presidenza, e che solo chi non fa parte dell’establishment può ottenere un vero cambiamento.

Su questo tema è avvenuto lo scambio più importante e discusso del dibattito. Sanders rivendica spesso di non avere un Super-PAC – un comitato politico in suo sostegno che può accettare donazioni economiche senza grossi limiti – e di essere per questo l’unico candidato credibile. Clinton ha risposto accusando Sanders di usare questo argomento per fare «insinuazioni» e sostenere che qualunque candidato abbia mai ricevuto una donazione da un’azienda sia un «venduto», e allo stesso tempo vantarsi di non fare mai attacchi contro i propri avversari: «Se hai qualcosa da dire, dilla e basta, e interrompi questa artistica campagna di bugie».

Come in ogni vera campagna elettorale tra candidati di sinistra, la discussione si è poi spostata su quale candidato ha più possibilità di vincere le elezioni (e quindi realizzare le cose promesse). Anche su questo tema Clinton è andata all’attacco, sostenendo che trovandosi in politica da vent’anni «non c’è davvero niente che non si sappia di me», mentre con Sanders sia la stampa che i Repubblicani non hanno ancora nemmeno cominciato. Sanders però ha fatto notare come, al momento, secondo molti sondaggi vincerebbe sia contro Donald Trump che contro Ted Cruz e Marco Rubio, a volte anche con distacchi superiori a quelli che otterrebbe Clinton. «I Democratici vincono quando molta gente va a votare, quando gli elettori sono entusiasti, quando i lavoratori, i giovani e la classe media decidono di farsi coinvolgere». L’entusiasmo degli elettori è oggi probabilmente il principale vantaggio di Sanders su Clinton.

Sanders e Clinton hanno discusso poi di alcuni temi concreti, su tutte la politica estera, su cui hanno entrambi evidenti punti di forza e debolezze. Clinton ha conoscenze ed esperienze superiori a quelle di qualsiasi altro candidato alla presidenza degli ultimi cinquant’anni, probabilmente, escludendo i presidenti uscenti, ma questo la rende anche vulnerabile su cose come la seconda guerra in Iraq, che all’epoca approvò. Sanders invece ha mostrato più volte di non padroneggiare bene l’argomento, ma ha spiegato più volte che conta più «la capacità di giudizio» rispetto all’esperienza, ricordando proprio la decisione di Clinton sull’Iraq.
Sulla pena di morte, invece, Clinton ha detto di essere favorevole solo in casi davvero estremi di crudeltà e violenza, mentre Sanders ha detto di essere contrario.

L’opinione comune dei giornalisti e degli analisti che seguono la campagna è che sia stato un dibattito appassionante e divertente, senza un vero vincitore: Sanders ha passato più tempo a difendersi da Clinton, che però si è trovata “costretta” a usare una strategia del genere anche per la posizione straordinaria di forza di Sanders in New Hampshire, una condizione che secondo i sondaggi non si verificherà nei prossimi confronti.

Molti osservatori hanno fatto notare anche come nonostante certe asprezze da campagna elettorale, anche stanotte Clinton e Sanders non si siano scambiati colpi particolarmente scorretti, neanche quando avrebbero potuto. Entrambi hanno mostrato di non dare molto peso alla faccenda del risultato equilibratissimo delle primarie in Iowa, finite a favore di Clinton per lo 0,2 per cento e sulle quali la stampa locale chiede un riconteggio: «Non facciamone una cosa enorme», ha detto Sanders, «noi potremmo avere un paio di delegati in più ma alla fine della fiera saranno più o meno gli stessi». Clinton ha detto la stessa cosa: «Qualsiasi cosa il partito decida per me va bene».