Vanadio fotografato da Géry Parent (Flickr )
  • Cultura
  • mercoledì 27 gennaio 2016

Primo Levi e il chimico di Auschwitz

Si ritrovarono a lavorare insieme nel 1967, come ricostruisce Marco Belpoliti nel suo accurato libro dedicato all'autore di "Se questo è un uomo"

Vanadio fotografato da Géry Parent (Flickr )

Nel 1975 Primo Levi pubblicò il suo quinto libro, Il sistema periodicoun’antologia di 21 racconti ognuno dei quali dedicato a un elemento della tavola periodica. Nel penultimo – intitolato Vanadio – Primo Levi racconta di quando nel 1967 si rese conto che un chimico tedesco con cui intratteneva relazioni epistolari di lavoro per conto della Siva, la Società industriale vernici e affini di Settimo Torinese di cui Levi era direttore tecnico, era in realtà un funzionario tedesco che aveva incontrato ad Auschwitz. Tra i due inizia un rapporto in bilico tra cortesia, freddezza, «eccitazione violenta», pietà e senso colpa che Levi ricostruisce discostandosi per alcuni dettagli decisivi da quanto avvenne in realtà. Un rapporto che, forse, nella realtà, portò anche a un incontro.

Vanadio e il grigio dottor Müller – che qui pubblichiamo – è uno dei capitoli più importanti del libro Primo Levi di fronte e di profilo di Marco Belpoliti. Nel ricostruire nel dettaglio la vicenda che diede origine a Vanadio e le scelte letterarie e umane di Levi, Belpoliti analizza la complessità e perfino l’ambiguità del lavoro della memoria che per rimanere fedele al passato e conquistarsi il diritto di giudicarlo è costretta a reinventarlo di continuo attraverso il racconto e la scrittura, aggiungendo e limando particolari, cambiando nomi per non ferire persone reali e riformulando frasi per dare senso a quanto non sembra averne, ma che proprio per questa sua natura mutevole e inafferrabile si sottrae alle celebrazioni ufficiali, comprese quelle del Giorno della memoria, il 27 gennaio di ogni anno.

Ma nel saggio di Belpoliti – quasi 800 pagine, frutto di un lavoro ventennale, piene di lemmi, inserti, fotografie – è la stessa figura di Primo Levi ad apparire inafferrabile e complessa, e per questo più misteriosa e affascinante. Fin dal titolo e dalla bellissima e inquietante foto di copertina in cui lo scrittore fissa da dietro la maschera di un gufo in filo di rame costruita da lui stesso, Primo Levi continua a trasformarsi, a rivelarsi e nascondersi, a muoversi tra bisogno di narrare e necessità di testimoniare. «Mi è capitato in varie occasioni di paragonarlo a un poliedro dalle molte facce», scrive Belpoliti nell’introduzione, «per cui, mentre se ne mette in luce una, ne restano in ombra altre». Lo stesso si potrebbe scrivere della natura della memoria.


Vanadio e il grigio dottor Müller

di Marco Belpoliti

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Il penultimo racconto di Il sistema periodico è intitolato Vana­dio, elemento chimico presente nella tavola di Mendeleev con numero atomico 23, elemento raro, duttile e duro, tre qualità che si ritrovano nella storia raccontata. Riguarda ancora il Lager, e in particolare uno dei chimici che si trovavano nel laboratorio della Buna. Nel racconto il personaggio in questione si chiama dottor Müller, ma il suo vero nome è Ferdinand Meyer.

La prima parte narra una vicenda chimica, di una vernice, la cui particolarità è di non rispondere ai requisiti necessari affin­ché funzioni. In queste pagine Levi dispiega tutta la sua peri­zia di chimico provetto, di «verniciaio», ma anche di scrittore. Un’azienda tedesca fornisce alla Siva di Settimo Torinese, di cui lo scrittore è direttore tecnico, una partita di resina difetto­sa. Tutto questo porta a uno scambio di lettere tra la ditta, cioè Levi stesso, e la W., «la grande e rispettabile industria tedesca», che deriva da uno dei tronconi dell’azienda chimica I.G. Farben, smembrata dagli Alleati dopo la fine della guerra. La I.G. Far­ben, come sappiamo, utilizzava la manodopera del Lager di Mo­nowitz dove il giovane deportato ebreo si trovava rinchiuso.

Dopo la narrazione del difetto nella resina entra in scena il Doktor L. Müller che suggerisce la soluzione per risolvere il pro­blema: naftenato di vanadio, un additivo che renderebbe efficace la vernice, togliendole il difetto che le impedisce di essiccarsi in modo adeguato (Levi parla del risultato come di «una lugubre carta moschicida»). Dallo scambio epistolare Levi arguisce che il dottor Müller è un chimico presente nel laboratorio della Buna a Monowitz-Auschwitz. Il dettaglio rivelatore è un lapsus lingui­stico: l’errore riguardante la parola «Naphthenat» – nella lettera è scritto «Naptenat» –, l’indizio chiave. Lo scrittore torinese ri­corda infatti che Müller, nel «non dimenticato laboratorio pieno di gelo, di speranza e di spavento» diceva «beta-Naptylamin» anziché «beta-Naphtylamin», omettendo la h, così come accade con «Naphthenat».

Il brano immediatamente successivo è un flashback. Si tor­na nel laboratorio della Buna e si racconta l’incontro con Müller. Sono due pagine in tipico stile Levi, dove narrazione e rifles­sione si fondono perfettamente. Poi si ritorna ai giorni nostri, o meglio a quel 1967, come si capirà due pagine dopo, in cui si svolge la storia del ritrovamento di Müller. Non ancora sicuro che Müller sia proprio quel Müller, Levi si mette in contatto con il rappresentante della ditta, W., e lo prega di investigare sul chi­mico tedesco: anni, aspetto fisico, attività durante la guerra. La conclusione è quella attesa: è proprio quel Müller. A questo pun­to lo scrittore dichiara tutta la sua «eccitazione violenta» per la scoperta, ma aggiunge che non vuole vendetta: non è un conte di Montecristo, vuole solo «ristabilire le misure» (p. 925, vol. I).

Dopo la pubblicazione di Se questo è un uomo in Germa­nia nel 1961, questa è la prima volta che Levi si trova faccia a faccia, seppur per lettera, con uno dei tedeschi che erano là, ad Auschwitz. Non è una SS, ma comunque un uomo che col­laborava con il progetto del Terzo Reich. Müller, apprendiamo da Vanadio, «aveva avuto pietà, o anche solo un rudimento di solidarietà professionale» (p. 925, vol. I). Levi racconta di aver parlato con lui da chimico a chimico, di aver ricevuto il permes­so di radersi e anche un paio di scarpe di cuoio. Gli aveva dato del lei e chiesto: «Perché ha l’aria così inquieta?» Anche se tra sé e sé il giovane deportato italiano, che allora pensava in te­desco, aveva concluso: «‘Der Mann hat keine Ahnung’, costui non si rende conto» (p. 925, vol. I). Ottenuto l’indirizzo gli scrive una lettera, la spedisce unendo una copia dell’edizione tedesca di Se questo è un uomo. La storia prosegue con un doppio car­teggio; da un lato, quello ufficiale, da ditta a ditta, che riguarda il vanadio, l’elemento chimico che giustifica l’inserimento della storia in Il sistema periodico, e dall’altro la corrispondenza pri­vata tra il chimico della Buna e l’ex deportato. Seguono tre let­tere: la risposta di Müller a Levi, la replica di Levi a Müller e la nuova risposta di Müller a Levi; e quindi una quarta lettera che Levi comincia a scrivere, ma che non completerà, o almeno non spedirà, per l’improvvisa scomparsa del suo corrispondente tedesco. Il racconto narra tutto questo e riporta la vera e ultima lettera che Levi ha inviato al suo «nemico».

Sin qui la storia che leggiamo in Vanadio. Ma c’è un’altra storia, ancora tutta da scrivere, che s’intreccia con quella del racconto di Il sistema periodico. Come ha capito la biografa di Primo Levi Carole Angier, che ne scrive in Il doppio legame (Angier, 2004), la storia dello scambio epistolare non è andata proprio così, e com’è capitato in altri libri di Levi, lo scrittore ha «arrotondato» il racconto e quello che leggiamo è una perfetta mescolanza di verità e finzione. Il motivo non è solo la naturale ritrosia e pudore di Levi – ha cambiato i nomi della ditta e di Müller per non farli riconoscere –, ma anche la ricerca di una narrazione efficace e semplificata, e perciò letterariamente fun­zionale. Si è dimostrato buon scrittore ancora una volta, e così, come ha scritto Mario Barenghi in un suo intervento (Barenghi, 2013), un valido testimone; tra i due ruoli c’è una stretta connes­sione.

Barenghi spiega come Levi abbia messo la narrazione al ser­vizio della testimonianza. Il criterio di veridicità nel caso di Levi, come in quello di altri testimoni, non è dato dalla conformità tra la rievocazione memoriale e un evento intrinsecamente informe e per di più non documentabile (ecco il problema di fronte al Lager e allo sterminio). Quello che conta, scrive Barenghi, «è il valore morale dell’esperienza che non si dà mai tutto nell’hic et nunc (o meglio nell’illic et tunc)», ovvero nell’immediatezza. Il lavoro letterario di Levi ha un grande valore proprio per il suo «processo di costruzione di senso che muove dal suo vissuto e si sviluppa in un arco di tempo impregiudicabile attraverso il lavoro della memoria». Detto altrimenti, l’opera di Levi è esem­plare perché «prodotto di una strategia narrativa che poggia su una precisa economia della memoria». Grande testimone, per­ché grande scrittore: tutto ruota intorno a quella doppia faccia, che è poi una sola.

Il saggio di Barenghi è articolato e complesso, pur nella sua concisione; si fonda su una definizione dei concetti di memoria e ricordo. Crediamo a Primo Levi, scrive, per via del suo stile, per la moralità della sua scrittura, per la forma della sua testi­monianza. Il suo obiettivo, com’è detto sin dalle prime righe di Se questo è un uomo, non è di fornire nuovi particolari atroci, ma di riflettere sull’uomo. Il suo è uno studio dell’uomo in genere. Opera da scrittore e da grande moralista in senso classico, per quanto attiene al suo primo libro.

E ora? Come considerare il racconto Vanadio? Attraverso una serie di lettere che appartengono al carteggio tra Levi e Müller-Meyer si può provare a ricostruire la vicenda. A trovare Müller-Meyer non fu Levi stesso, bensì una terza persona che non è presente nel racconto, ma che invece ha avuto una notevole im­portanza nel rapporto tra Levi e la Germania: Hety Schmitt-Maass. Hety è stata corrispondente di Levi dal 1966 al 1981. Lei ha fornito a Levi le opere di Jean Améry, lei ha trovato l’indirizzo postale di Müller-Meyer. In una delle prime lettere che Levi le indirizza alla fine del 1966, le chiede notizia di diverse persone che erano pre­senti nel laboratorio della Buna: dottor Pannwitz, dottor Probst, dottor Hagen, dottor ingegner Meyer. «Lavoravano», scrive, «tutti nel reparto di polimerizzazione a Buna-Monowitz; del primo ho riferito nel mio libro, l’ultimo si comportava in maniera partico­larmente gentile con noi e con i colleghi.» Hety ha sposato un chimico impiegato a Ludwigshafen, la fabbrica modello della I.G. Farben, da cui era stata clonata la fabbrica della Buna. Conosceva un chimico, Reinhard Heidebroek, che era stato ad Auschwitz a lavorare con la moglie, e in un suo ritorno aveva riferito ai colle­ghi e agli amici che era «un campo di concentramento». Bisogna aggiungere che Hety era figlia di un pedagogista di fede socia­lista, antinazista, perseguitato e internato a Dachau nel luglio del 1944. Hety racconterà in una lettera inviata a Müller-Meyer nell’aprile del 1967 la storia della sua famiglia durante il nazismo, lettera che, girata in copia a Levi, farà comprendere meglio a que­sti la situazione tedesca e creerà un legame ancora più solido con la sua corrispondente.

È Hety che nel gennaio del 1967, avuto l’indirizzo di Müller-Meyer attraverso l’ex marito, da cui si è da tempo separata, scrive al chimico della Buna e gli manda la copia tedesca di Se questo è un uomo. Hety si è assunta lo scopo di scandagliare in «un passato che nessuno ha superato», come scrive a Müller-Meyer, attraverso contatti che ha stabilito con Hermann Langbein, ex deportato e autore di vari libri, Jean Améry e lo stesso Levi. Spiega nella sua missiva a Müller-Meyer i suoi legami con i chimici di Ludwigshafen e lo esorta a scrivere a Levi stesso. Cinque giorni dopo Levi scrive a Hety e ricorda l’episodio del rasoio e delle scarpe che troveremo otto anni più tardi in Vanadio, quasi con le stesse parole; commenta il caso di Heidebroek come esempio tipico di uomo non nazista e non malvagio, ma che ha obbedito agli ordini impartiti. Ricorda come queste persone si siano poi scusate sostenendo che erano andate ad Auschwitz affinché non vi arrivassero dei veri nazisti. Ci si può credere solo in un caso, dice Levi a Hety: se chi lo sostiene può dimostrare di aver fatto qualcosa di concreto, anche poco, a suo rischio e pericolo, in aiuto delle vittime e contro l’autorità. Per lui il punto è proprio questo: la cieca obbedienza all’autorità, forza e debolezza del popolo tedesco.

Il 2 marzo 1967 Müller, ovvero Ferdinand Meyer, risponde a Hety ringraziandola di avergli mandato il libro di Levi e di aver­lo messo in contatto con lui e le assicura che gli scriverà. Lo fa il giorno stesso. Si tratta di una lettera carica di simpatia, parla dell’inferno di Auschwitz e si dice lieto che Levi sia sopravvis­suto. Elenca i compagni del chimico torinese e chiede del fisico di Breslavia dottor Goldbaum, non nominato nell’opera di Levi, e che troveremo poi in un racconto successivo incluso in Lilít. Dunque la prima parte di Vanadio è una invenzione narrativa. Il chimi­co della Buna scrive a Levi che lavora alla Bsf di Ludwigshafen, la W. del racconto, ma se fosse stato davvero in corrispondenza con Levi per la questione della partita di resina, non avrebbe avuto bisogno di ribadirlo: il suo interlocutore avrebbe dovuto saperlo. Si erano già scritti varie volte come rappresentanti delle due aziende. Evidentemente Primo Levi non ha voluto mettere di mezzo Hety, ma ha anche creato un piccolo giallo con tanto di decifrazione investigativa che funziona molto bene nell’econo­mia complessiva della storia. Ha ragione Carole Angier nel dire che qui Levi ha sfondato la barriera narrativa, ma forse in quel momento e a questo riguardo non gli faceva piacere ammetterlo apertamente.

Meyer sempre quel giorno scrive a Hety Schmitt-Maass un’al­tra lettera riguardo a un libro di Améry, quello che verrà tradot­ to in italiano con il titolo di Intellettuale a Auschwitz, che lei gli ha dato in lettura o suggerito, e le chiede di inoltrare ad Améry, con cui Hety è in contatto, le sue riflessioni sul libro. Lo stesso giorno Levi batte a macchina una lettera per la sua corrispon­dente tedesca in cui parla di varie cose personali e conclude ringraziandola di avergli dato l’indirizzo di Meyer e anche di avergli inviato il suo libro. Dieci giorni dopo, il 12 marzo, Levi risponde a Meyer. Come spiega in Vanadio, decide di farlo in italiano, dal momento che il suo tedesco è «molto scorretto»; si tratta, ricorda a Meyer, di quello che ha imparato ad Auschwitz, o poco di più. Inoltre non sa se il suo interlocutore conosce il francese o l’inglese. In verità, la ragione per cui si esprime nella sua lingua è tipica di Levi: «la lettera che mi accingo a scrivere esigerà chiarezza e precisione», possibili evidentemente solo in italiano. Il tono della missiva non è ostile, ma neppure amiche­vole. Levi tradisce, come racconta in Vanadio, una «eccitazione violenta». Pur dicendo di conservare un buon ricordo del chimi­co della Buna, e volendo, come chiede l’interlocutore, raggiun­gere una Bewältigung del passato, non nasconde a Meyer la sua esitazione: si trova per la prima volta «come al termine di una partita a scacchi», in comunicazione con qualcuno che è dall’al­tro lato della barricata, per quanto capisca che Meyer stava da quella parte controvoglia. Accetta l’idea di incontrarsi con lui, anche perché lo ritiene indispensabile, e gli fa alcune proposte di date, ma traspare che non è proprio questo che vuole. Rispon­de alle domande circa i compagni del laboratorio: non sa nulla di Brackier e Kandel, mentre Goldbaum, scrive, «è morto di fame e di freddo durante l’evacuazione da Auschwitz a Buchenwald». Poi riepiloga la sua vita da Auschwitz a quel momento, compre­sa l’avventura dopo la liberazione, che ha già trovato forma in La tregua. Gli pone a sua volta delle domande. Sono stringate e serrate: Pannwitz descritto nel libro era così? È vivo o morto? La direzione della I.G. Farben ha assunto malvolentieri la mano­dopera proveniente dal Lager? In questo modo ha inteso favori­re i prigionieri? Il loro lavoro era utile o inutile oppure nocivo? Che cosa sapeva lui degli «impianti» di Birkenau? Lo colpisce che qualcuno sapesse il suo nome e quello degli altri, non erano solo dei numeri? Gli chiede cosa ricorda di lui. Quindi rievoca l’episodio del rasoio e delle scarpe di cuoio, e dice di aver avuto l’impressione di trovarsi davanti a un uomo «che provava pietà e forse anche vergogna». Dopo aver assunto un tono vagamente inquisitorio, il finale della lettera è più possibilista: «mi risponda solo se lo crede opportuno». Gli chiede copia dei suoi appunti del periodo e termina con una frase che esprime la sua convin­zione di fondo, al di là dell’agitazione: «Sono molto contento di poter comunicare con lei: per parte mia, considero questo incon­tro, per ora solo epistolare, un inaspettato e straordinario dono del destino, e sono sicuro che non ne potrà scaturire che del bene». Manda copia delle lettere («missione contatto») a Hety il giorno dopo.

In Vanadio dà un riassunto della lettera e aggiunge che non si sente il rappresentante dei morti di Auschwitz, così come non vede in Müller il rappresentante dei carnefici. Esclude qui la lo­gica amico-nemico facendo il paragone con la contrapposizione tra Orazi e Curiazi, cui si dice estraneo. Fa anche una confidenza caratteriale al lettore: non è uomo pronto alla polemica, l’avver­sario lo distrae, gli interessa di più l’uomo, a rischio di credergli; lo sdegno e il giudizio giusto gli vengono dopo, quando è «sulle scale», quando non servono più. In verità, nella lettera un giudi­zio traspare, e non è né di assoluzione né di condanna.

Meyer gli risponde. Non è tra le lettere che ho potuto leggere, perciò mi baserò su quello che Levi stesso ne scrive in Vanadio. Qui Levi fa una inconsueta considerazione che colloca tutto il racconto su un piano anomalo. Dice: la lettera che ho ricevuto «non era una lettera modello, da paradigma»; e subito aggiun­ge: «se questa storia fosse inventata, avrei potuto introdurre solo due tipi di lettera; una lettera umile, calda, cristiana, di tedesco redento; una ribalda, superba, glaciale da nazista pervicace». Ma poiché «questa storia non è inventata», la realtà risulta «sempre più complessa dell’invenzione: meno pettinata, più ruvida, meno rotonda. È raro che giaccia su un piano».

Qui entra in campo un altro aspetto della personalità di Levi e della stessa lettura che fornisce del Lager. Così come si è mos­so in questo racconto tra realtà e invenzione, ora si trova ad affrontare una delle personalità che poi collocherà nella «zona grigia». In effetti, alla fine del resoconto della lunga lettera di risposta di Meyer alle sue domande, dirà che il chimico tedesco non era «né infame né eroe», e filtrata via la retorica e le bugie in buona o in mala fede dalla sua lettera di otto pagine, «rimaneva un esemplare umano tipicamente grigio, uno dei non pochi mo­nocoli nel regno dei ciechi». Grigio: ecco la definizione che com­pare qui. Meyer non è un caso lontano, come quello di Chajim Rumkowski, su cui si soffermerà in I sommersi e i salvati, ma molto vicino: lo riguarda direttamente. La realtà sta su un piano inclinato e ora si trova a camminarci sopra nel dover giudicare il chimico della I.G. Farben che pure ha avuto per lui sguardi, parole e gesti amichevoli nell’inferno di Auschwitz. Non è facile.

Nel riferire della lettera Levi parte da un dettaglio visivo: la foto che Meyer ha allegato alla lunga missiva. Una immagine che lo fa trasalire: «Il viso era quel viso: invecchiato, ed insieme nobi­litato da un fotografo sapiente, lo risentivo alto sopra di me a pro­nunciare quelle parole di compassione distratta e momentanea, ‘perché ha l’aria così inquieta?’» Poi passa a esaminare la lettera. Meyer fa un resoconto delle sue vicende dalla adesione alla lega nazionalista studentesca e alle SA sino all’arrivo ad Auschwitz come chimico, un resoconto che finisce per assolverlo dai delitti perpetuati dal nazismo cui pure ha aderito. Manifesta vergogna e sdegno ma Levi non è propenso a credergli, o quanto meno a giustificarlo. In buona sostanza non si assume nessuna responsa­bilità. La conclusione cui arriva lo scrittore è che si era «costrui­to un passato di comodo», seppure in buona fede. Alle domande circostanziate di Levi sulla I.G. Farben replica con una incredi­bile storia: la fabbrica di Buna-Monowitz era stata costruita con l’intento di proteggere gli ebrei e farli sopravvivere. Dichiara anche di non aver saputo nulla all’epoca dello sterminio degli ebrei. Finisce chiedendo un incontro con l’ex deportato in Ger­mania o in Riviera. Dopo aver riassunto la missiva, Levi prova a tirare delle conclusioni; le sue considerazioni si spostano dal dottor Meyer a lui stesso. Si trova ancora su un piano inclinato. Si ha la sensazione che entri ed esca dalla finzione narrativa, che cerchi di trovare un punto di equilibrio tra quello che pro­va nel raccontare la storia, pur con il suo portato di invenzione letteraria, e invece l’elemento di «realtà» che implica scriverne, ricordare, cercare di capire. Nulla è semplice in un racconto di Levi, proprio per questa commistione di scrittura letteraria e te­stimonianza, e niente è semplice neppure in lui, nell’autore che è anche voce narrante e protagonista del racconto.

Nelle ultime due pagine del testo manifesta i suoi sentimenti: «Non lo amavo, e non desideravo vederlo, eppure provavo una certa misura di rispetto per lui: non è comodo essere monocoli» (p. 932, vol. I). Il proverbio medievale torna ancora qui, e forse affiora anche la memoria di un racconto di H.G. Wells, Nel paese dei ciechi. «Non era un ignavo né un sordo né un cinico, non si era adattato, faceva i conti col passato e i conti non tornavano bene: cercava di farli tornare, magari barando un poco. Si pote­va chiedere molto di più a un ex SA?» Ricorda che nella prima lettera Meyer aveva usato un’espressione tedesca, Bewältigung, che suona come: «superamento» del passato; un eufemismo in uso nella Germania post bellica, ovvero: «redenzione dal nazi­smo». Ma la traduzione corretta sarebbe, scrive Levi, «violenza fatta al passato». La conclusione è ancora una volta problema­tica: di fronte alla «florida ottusità» dei tedeschi incontrati nel dopoguerra, probabilmente in Riviera, sulle spiagge e nei luoghi pubblici, gli sforzi di Meyer, seppur «maldestri, un po’ ridicoli, irritanti e tristi, tuttavia decorosi» non erano forse meglio? E in fondo non gli aveva fatto avere un paio di scarpe?

Qui dovrebbe entrare in scena l’ultima lettera, la risposta di Levi, per cui lo scrittore stende una minuta. I suoi temi princi­pali sono elencati nell’ultima pagina del racconto e ribadiscono la posizione di Levi: lo ringrazia per tutto quello che ha fatto, si dichiara pronto a perdonare i nemici (e magari anche amar­li) se mostrano segni di pentimento, ovvero quando cessano di essere nemici, ma se la volontà di creare sofferenza permane, non si deve perdonare; si deve cercare di recuperare il nemico, magari discutere con lui, ma è «nostro dovere giudicarlo, non perdonarlo». Il piano inclinato si piega ancora di più nel finale, là dove Levi riferisce che nell’abbozzo di lettera aveva citato i casi di due tedeschi che nella Buna avevano fatto gesti concreti, qualcosa di ben più coraggioso di quanto lui rivendicava nelle sue lettere. Conclusione: non tutti nascono eroi e un mondo in cui tutti fossero come lui, Meyer, onesti e inermi, sarebbe tol­lerabile; e tuttavia non si può non considerare che si tratta di un mondo irreale. «Nel mondo reale gli armati esistono, costru­iscono Auschwitz, e gli onesti e inermi spianano loro la strada», scrive; «perciò di Auschwitz deve rispondere ogni tedesco, anzi ogni uomo, e dopo Auschwitz non è più lecito essere inermi». Dell’incontro possibile neppure una parola.

La sera stessa in cui ha cominciato a rispondere alla lettera, Müller-Meyer lo chiama al telefono nella sua casa di Torino e con voce rotta e tono concitato gli annuncia che entro sei settimane andrà a trovarlo a Finale Ligure. Preso alla sprovvista Levi ac­consente. Otto giorni dopo riceve dalla moglie di Meyer la no­tizia che il marito è morto inaspettatamente a sessant’anni. Nel carteggio con Hety c’è tuttavia una lettera di Levi indirizzata a Meyer, scritta in francese e datata 13 maggio 1967: contiene al­cuni dei temi e persino delle frasi della minuta riassunta in Va­nadio. Il tono è più conciliante e la complessità dei sentimenti provati da Levi evidente. Inizia ricordando la natura anfibia che Auschwitz ha prodotto in lui: un uomo che ha il privilegio e an­che i rischi di vivere due vite. Si riferisce al fatto che il Lager gli ha lasciato una doppia identità, di scrittore e chimico: «Pur continuando a lavorare come chimico mi sono trovato un po’ alla volta a impersonare il ruolo di uomo di lettere (che non sono)». Questo gli toglie tempo, come dice al suo corrispondente, per questo ha tardato a rispondere. Ma la ragione è anche un’altra: è in imbarazzo. Si trova, spiega, diviso tra il giudizio complessi­vo riguardo alla Germania nazista e quello sulla Germania del dopoguerra, che è di diffidente simpatia; diviso tra il giudizio complessivo verso i tedeschi in generale e verso i tedeschi in particolare, verso le singole persone. Di più: nel caso di Meyer è diviso tra il rispetto e la gratitudine, e il dubbio sul fatto che possa aiutarlo a fare i conti con il passato. La natura anfibia, dua­le, di centauro, è sancita da un’idea di fondo che Levi coltiva: le due battaglie che occorre combattere. Da un lato, contro l’iner­zia, la cattiva coscienza e le ingiurie verso il prossimo; dall’altro, contro le medesime colpe presso di sé. Sostiene le stesse tesi sul rapporto con il nemico riassunte in Vanadio; aggiunge che non era d’accordo con l’impiccagione di Eichmann, ma che era giusto catturarlo e giudicarlo, dato che la giustizia tedesca e austriaca lo lasciavano vivere in pace. Nel prosieguo della lettera Levi fa due esempi di uomini tedeschi che in Buna hanno agito e pagato in prima persona: un membro della Polymerisations-Abteilung, chiamato Grober, che reca il pane a un ebreo olandese, sparito all’improvviso nel novembre del 1944, forse mandato sul fronte russo; e Stawinoga che porta con sé Levi in un bunker durante un allarme aereo e fa a pugni con un Triangolo Verde tedesco, vicenda di cui Levi parlerà successivamente in un suo testo, e anche Sina Rasiniko, una delle ragazze ucraine del laboratorio. Che sia questa la lettera della minuta, quella che stava scrivendo prima della scomparsa improvvisa di Meyer? Perché l’ha manda­ta a Hety? Non lo sappiamo. Comunque sia, si conclude con un ringraziamento per averlo voluto in laboratorio, e per avergli in quel modo salvato la vita – Meyer se ne era preso il merito in una lettera. La conclusione è affettuosa: promette che si incontreran­no e chiude con un «Vi stringo molto amabilmente la mano».

In un’altra lettera compresa nel carteggio con Hety, la donna racconta il proprio incontro con Hermann Langbein e il dottor Meyer. A suo dire l’atteggiamento è di chi «continua a rifiutar­si di vedere la realtà»; Meyer tradisce un imbarazzo di fronte alle domande su quello che era accaduto ad Auschwitz. Levi risponde a Hety il 17 giugno 1967 commentando il resoconto dell’incontro con Meyer. Sono i giorni della guerra in Israele e lo scrittore è molto preoccupato e angosciato, tanto da confessare all’amica tedesca di aver provato vergogna, la stessa vergogna di Auschwitz, davanti ai propri figli, «per averli generati in un mondo in cui la guerra incombe stabilmente»; poi è subentrato il sollievo per il successo militare degli israeliani, per quanto il suo giudizio sullo stato d’Israele sia critico. Ma questa è un’altra storia ancora.

Nelle lettere seguenti il nome di Meyer è presente, anche se non più con la medesima impellenza dello scambio epistola­re iniziale. Ma non è solo Levi a interloquire con Meyer. Nel settembre del 1967 il chimico tedesco, che nel corso degli ulti­mi anni si era dato a studi filosofici, scrive un lungo commen­to al libro di Améry, Intellettuale a Auschwitz (Jenseits von Schuld und Sühne); lo invia a Hety, che lo fa avere a sua volta ad Améry. La risposta dell’autore a Meyer è cortese ma secca, e contiene un giudizio su Primo Levi: l’autore di Se questo è un uomo ha una maggior disponibilità al perdono perché italiano e perché non ha vissuto la carcerazione come Améry. Lui, riba­disce, è di origini tedesche e per farsi capire usa una metafo­ra: è ben diverso se il divieto d’ingresso in una locanda viene opposto dall’oste a uno straniero o a qualcuno che frequenta abitualmente quel locale.

Nel 1976, a distanza di anni, Hety con l’aiuto di una amica italiana traduce in tre fine settimana Vanadio in tedesco. Levi glielo ha inviato chiedendole un parere: la famiglia Meyer leg­gendolo si sentirà ferita? Hety risponde il 20 febbraio 1976: sì, la famiglia del chimico della Buna potrà sentirsi punta sul vivo, tuttavia crede che sarà difficile che leggano il libro una volta tradotto. Aggiunge anche di essere rimasta sorpresa nel notare quanto Levi sia stato critico nei confronti di Müller-Meyer, molto più critico di quanto non avesse notato all’epoca della loro cor­rispondenza. Non l’ho forse ascoltata con sufficiente attenzione? si domanda Hety colpita dalla durezza del suo amico italiano. Ricorda un episodio, quando in un viaggio in Germania si erano incontrati e Levi aveva telefonato a Meyer; le era parso allora che Levi avesse gradito la conversazione, anche se dopo le ave­va confessato di aver paura d’incontrare Meyer: temeva che si mettesse a piangere vedendolo. Ora si rende conto di una cosa: quella che allora era una paura, forse era una cosa diversa, «di tutt’altra natura». Cosa fosse non lo dice.

Ma torniamo un po’ indietro, al momento della scomparsa di Meyer, di cui Levi scrive a Hety nel gennaio del 1968. Si dice dispiaciuto, ma confessa anche di aver seguito i tentativi del chimico tedesco di esorcizzare il passato con una sorta di impazienza, «senza la reale volontà di essergli di aiuto». Tutto è andato per sempre. Hety in una lettera successiva gli rivela che il 13 dicembre Meyer è morto probabilmente per infarto. Quando lo ha saputo il suo pensiero è andato subito al man­cato incontro con Levi: che peccato, scrive, abbiamo sprecato una occasione unica, poiché non si deve rimandare nulla se si può fare del bene a una persona. Chiede all’ex deportato se non rimpiange di aver chiesto a Meyer di attendere fino a primave­ra per rincontrarsi e qui emerge un dettaglio che non troviamo in Vanadio: Levi e Meyer si erano probabilmente incontrati.

Hety scrive che Meyer desiderava un altro incontro con Levi. Ma c’è stato davvero questo incontro o Hety si riferisce a quel­la telefonata, a quel parlarsi direttamente nella cornetta, senza la mediazione della scrittura? Possibile. Se è vero che Primo Levi ha incontrato almeno una volta Meyer fuori dalla scrittu­ra e gli ha parlato, almeno al telefono, così non è accaduto per il dottor Müller in Il sistema periodico. Qui, nella finzione, il ri­fiuto del nemico resta fermo, come l’elemento chimico vanadio che è raro, duttile, ma anche duro. La letteratura come inven­zione della realtà è forse più realista della realtà medesima?

(@ 2015 Ugo Guanda Editore S.r.l)

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