La preparazione di un seggio elettorale di Bangui, 29 dicembre 2015 (ISSOUF SANOGO/AFP/Getty Images)
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  • mercoledì 30 Dicembre 2015

Le elezioni nella Repubblica Centrafricana

Le elezioni presidenziali e legislative si tengono dopo quasi tre anni di guerra e violenza e ben otto rinvii: tutte le cose da sapere

La preparazione di un seggio elettorale di Bangui, 29 dicembre 2015 (ISSOUF SANOGO/AFP/Getty Images)

Oggi, mercoledì 30 dicembre, nella Repubblica Centrafricana si svolgeranno le elezioni legislative e il primo turno delle elezioni presidenziali (l’eventuale secondo turno – considerato probabile – è previsto entro la fine di gennaio). Dal marzo del 2014 le votazioni sono state rimandate già otto volte, l’ultima volta lo scorso 27 dicembre con un rinvio di tre giorni deciso per motivi logistici e organizzativi. Da quasi tre anni infatti il paese è attraversato da scontri e violenze settarie principalmente tra gruppi musulmani ribelli – riuniti nella coalizione “Seleka” – e milizie cristiane che hanno causato la morte di migliaia di persone. Lo scorso 13 dicembre i cittadini avevano votato un referendum costituzionale. Attualmente, per garantire la sicurezza, sono presenti nel paese forze militari internazionali: l’ONU, con i caschi blu della missione Minusca, e la Francia, con novecento uomini.

Fino a qui
La Repubblica Centrafricana è un paese dell’Africa Centrale di circa cinque milioni di abitanti ed è particolarmente ricco di risorse naturali – oro, uranio e diamanti – nonostante sia uno dei paesi più poveri del mondo. Da quando è diventata indipendente dalla Francia, nel 1960, la Repubblica Centrafricana ha subito diversi colpi di stato e rivolte armate, mentre l’influenza dell’ex paese coloniale (così come i suoi interessi economici) è particolarmente forte anche a distanza di decenni. La Repubblica Centrafricana è un paese a maggioranza cristiana con una percentuale di abitanti musulmani tra il 10 e il 15 per cento, che vivono soprattutto nel nord del paese.

La guerra civile cominciò nel marzo del 2013, quando i gruppi musulmani ribelli assistiti da mercenari provenienti da Ciad e Sudan presero il potere con un colpo di stato contro l’allora presidente François Bozizé. I ribelli proclamarono come nuovo presidente il loro leader, Michel Djotodia, che diventò così il primo capo di stato di religione islamica in un paese dove i musulmani sono una minoranza. Da allora i combattimenti tra i fedeli dell’ex presidente Bozizé e i ribelli Seleka (alleanza che nel frattempo è stata formalmente sciolta da Djotodia, nel tentativo di tranquillizzare le cose) non si sono fermati con continui saccheggi, attentati, stupri e una situazione umanitaria sempre più disastrosa.

Nel dicembre del 2013 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvò una risoluzione che permetteva ai soldati della Francia e di diversi stati africani di intervenire nel paese per difendere i civili, spesso coinvolti negli scontri. Nel gennaio del 2014 il presidente Djotodia si dimise a causa delle continue violenze settarie e qualche settimana dopo il parlamento ad interim (il “Consiglio di Transizione Nazionale”) elesse un nuovo presidente ad interim: Catherine Samba-Panza, prima donna nella storia del paese a ricoprire questo incarico. Samba-Panza aveva il compito di guidare la Repubblica Centrafricana verso le elezioni.

Lo scorso 13 dicembre quasi due milioni di persone avevano votato al referendum costituzionale, per approvare con quasi il 90 per cento dei voti la nuova costituzione. Violenze e esplosioni avevano complicato lo svolgimento del referendum: cinque persone erano morte davanti a un seggio elettorale della capitale, Bangui. La nuova costituzione prevede che il presidente venga eletto per un mandato di cinque anni, rinnovabile una sola volta.

Le elezioni
Per la presidenza si sono presentati 30 candidati, molti dei quali sono praticamente sconosciuti nel paese. Soltanto tre sono più famosi degli altri, quelli che hanno maggiori possibilità economiche e hanno potuto viaggiare per il paese per fare campagna elettorale: sono due ex primi ministri, Anicet Georges Dologuélé e Martin Ziguelé, e il più volte ministro Abdoul Karim Meckassoua.

Martin Ziguélé ha 58 anni ed è considerato il favorito, poiché il suo partito è uno dei più strutturati e conosciuti del paese. Ma c’è un elemento che potrebbe danneggiarlo: parte della popolazione ritiene che abbia sostenuto il colpo di stato della rivolta Seleka. Anicet Dologuélé ha 58 anni ed è un banchiere, sostenuto soprattutto dalla comunità imprenditoriale del paese. Il suo partito, l’Union pour le renouveau centrafricain (Urca), ha trovato un accordo politico con il partito dell’ex presidente Bozizé (Kwa Na Kwa, Knk) in base al quale in cambio del suo appoggio il partito di Bozizé avrà un peso rilevante nella futura assemblea nazionale e nel futuro governo. Karim Meckassoua ha 61 anni, è stato ministro per diverse volte sotto il regime di Bozizé ed è considerato vicino al presidente congolese Denis Sassou-Nguesso e al ministro della Difesa francese. Negli anni passati è stato molto critico con i ribelli Seleka e diversi analisti pensano che una sua elezione non riconcilierebbe il paese.

Circa due milioni di persone si sono registrate per votare. I programmi elettorali si sono concentrati sulla riconciliazione, il ripristino della sicurezza e lo sviluppo futuro del paese. L’organizzazione di queste elezioni è stata molto complicata: in molti luoghi le infrastrutture sono insufficienti e diverse fonti ipotizzano che per problemi logistici si riuscirà effettivamente a votare solo nell’ottanta per cento dei 5687 seggi elettorali predisposti. Ci sono poi diverse preoccupazioni legate alla sicurezza e molti candidati temono che si verifichino dei brogli. C’è infine un’ultima questione, emersa durante il voto per il referendum del 13 dicembre: il livello di alfabetizzazione dei funzionari elettorali ai seggi. Quasi la metà dei verbali dei conteggi degli scrutini del referendum non è stato ritenuto valido o utilizzabile perché, secondo varie testimonianze, molti funzionari erano analfabeti. Altri hanno invece parlato di un sabotaggio intenzionale, perché i funzionari stessi non avevano ricevuto i loro stipendi. Il replicarsi di questa situazione rischia di minare seriamente la credibilità delle elezioni.