Il luogo dell'omicidio di Bruno Caccia a Torino, pochi giorni dopo. (ARCHIVIO ANSA)
  • Italia
  • martedì 22 dicembre 2015

Il caso Bruno Caccia, dall’inizio

Chi era il magistrato piemontese ucciso nel 1983 e per il quale oggi c'è un nuovo accusato, dopo 32 anni

Il luogo dell'omicidio di Bruno Caccia a Torino, pochi giorni dopo. (ARCHIVIO ANSA)

Nella notte tra lunedì 21 e martedì 22 dicembre a Torino la polizia ha arrestato Rocco Schirripa, un uomo di 62 anni di origini calabresi con precedenti penali che lavorava in una panetteria in piazza Campanella, nella zona ovest della città. Schirripa è accusato di essere una delle persone che il 26 giugno del 1983 uccisero Bruno Caccia, magistrato che allora era a capo della procura di Torino, per conto della ‘ndrangheta. Quello di Caccia è stato uno dei casi di cronaca nera più famosi degli anni Ottanta, anche perché è rimasto parzialmente irrisolto: fu arrestato e condannato il mandante dell’omicidio, ma mai gli esecutori.

Chi era Bruno Caccia
Bruno Caccia era nato a Cuneo nel 1917, e diventò procuratore di Torino nel 1980 dopo avere lavorato diversi anni come sostituto procuratore a Torino e come procuratore ad Aosta. Negli anni Settanta e Ottanta in Italia erano molto frequenti sequestri, omicidi e attentati di natura politica, e Torino era una città dove gruppi terroristici come le Brigate Rosse e Prima Linea erano molto attivi.

Una decina di anni prima della sua morte, Caccia aveva coordinato le indagini dei carabinieri che avevano portato all’arresto nel 1974 di due leader delle Brigate Rosse, Renato Curcio e Alberto Franceschini, ed era stato pubblico ministero durante l’importante processo del 1976 a Torino al cosiddetto “nucleo storico” delle Brigate Rosse. Durante quel processo a Genova venne ucciso il magistrato Francesco Coco con i due agenti della sua scorta; l’anno seguente a Torino sempre le Brigate Rosse uccisero il presidente dell’ordine degli avvocati Fulvio Croce, che era stato nominato difensore d’ufficio dei brigatisti imputati. La procura di Torino e Caccia avevano anche portato avanti importanti indagini su Prima Linea, un’altra organizzazione armata di estrema sinistra, che portarono all’arresto di Roberto Sandalo, che successivamente aiutò la magistratura ad arrestare molti altri membri dell’organizzazione.

In tutto questo, a partire dagli anni Sessanta a Torino e nelle altre città industriali del nord dell’Italia avevano cominciato a insediarsi alcune famiglie della criminalità organizzata siciliana e calabrese, e Caccia come procuratore aveva guidato diverse indagini sul traffico di droga e altre attività illegali condotte in Piemonte dalla ‘ndrangheta e dalla mafia. Nei suoi anni alla procura di Torino, Caccia si era guadagnato la fama di giudice duro e non corruttibile.

L’omicidio e le indagini
La sera del 26 giugno 1983, giorno in cui in Italia si era votato per le elezioni politiche, Caccia uscì senza scorta dalla sua casa in via Sommacampagna, vicino alla chiesa della Gran Madre, per portare a passeggio il cane. Mentre camminava gli si avvicinò una Fiat 128 e delle persone a bordo gli spararono 17 colpi di pistola. Una telefonata anonima poco dopo accusò le Brigate Rosse dell’omicidio, ma nei giorni successivi i leader delle BR e di Prima Linea che erano sotto processo a Torino negarono di essere coinvolti, e le perquisizioni della polizia sembrarono confermare l’estraneità delle organizzazioni di estrema sinistra. Le indagini si indirizzarono anche sui Nuclei Armati Rivoluzionari, un’organizzazione neofascista, ma senza risultati.

I magistrati spostarono quindi l’attenzione sulle organizzazioni criminali: un boss mafioso in carcere di nome Francesco Miano accettò di collaborare con i servizi segreti e registrare con un microfono nascosto una conversazione con Domenico Belfiore, uno dei principali esponenti della ‘ndrangheta a Torino. Belfiore disse a Miano che era stata la ‘ndrangheta a uccidere Caccia, perché era un magistrato col quale la criminalità organizzata non avrebbe potuto trattare. Belfiore fu arrestato nel 1983 e condannato all’ergastolo nel 1993 come mandante dell’omicidio, mentre non furono scoperti gli esecutori materiali.

L’arresto di Schirripa
Nello scorso ottobre la famiglia Caccia ha fatto denuncia a Milano perché venissero riaperte le indagini sull’omicidio. La procura di Milano ha accolto la richiesta: le nuove indagini sono state coordinate dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dal sostituto procuratore Marcello Tatangelo.

Secondo quanto scrive Repubblica, la polizia sospettava già che Schirripa fosse coinvolto nell’omicidio, e ha inviato allora una lettera anonima ai sospettati con un articolo di giornale sulla morte di Caccia e il nome di Schirripa scritto a penna. Sempre Repubblica scrive che i vari sospettati, mentre erano intercettati, hanno discusso per telefono di chi avesse fatto il nome di Schirripa e se questo avesse confessato qualcosa, ammettendo quindi di sapere qualcosa del suo coinvolgimento.

L’arresto di Schirripa è stato ordinato dopo alcune intercettazioni ambientali nella casa di Belfiore, che dopo aver trascorso oltre trent’anni in prigione lo scorso giugno è stato scarcerato per motivi di salute. Belfiore avrebbe parlato dell’omicidio di Caccia con suo cognato, che ne avrebbe poi parlato al telefono con Schirripa. Scrive Repubblica che Schirripa stava anche pianificando una fuga, ma non ci sono conferme ufficiali e in generale la gran parte delle informazioni pubblicate dai giornali arrivano dalla procura, cioè dall’accusa, e quindi è bene prenderle con cautela. I giornali scrivono che sono stati trovati legami di parentela tra Schirripa e Belfiore, e che secondo la ricostruzione dei magistrati l’auto usata durante l’omicidio di Caccia fu guidata da Schirripa, che poi uccise Caccia insieme a Belfiore a colpi di pistola.

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