(AP Photo/Natacha Pisarenko)
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  • sabato 12 Dicembre 2015

La sinistra sudamericana è in crisi?

Diversi giornali internazionali hanno scritto che con le vittorie del centrodestra in Argentina e Venezuela è finita la "marea rosa" (che cos'è?)

(AP Photo/Natacha Pisarenko)

Nell’ultimo mese, due dei governi più radicali del Sudamerica hanno subito delle grosse sconfitte elettorali. Lo scorso 6 dicembre, l’opposizione di centrodestra ha ottenuto una storica vittoria in Venezuela, mettendo in minoranza il Partito socialista del Venezuela per la prima volta dopo 17 anni. Poche settimane prima, in Argentina, il conservatore Mauricio Macri aveva vinto le elezioni presidenziali contro Daniel Scioli, il candidato scelto da Cristina Kirchner, la leader populista che insieme al marito Nestor, morto nel 2010, governava il paese dal 2003. Le sconfitte di due importanti movimenti di sinistra radicale sono solo l’ultimo episodio di un declino registrato da giornalisti e osservatori da diversi mesi.

Da tempo circola l’idea che i movimenti di sinistra radicali arrivati al potere all’inizio degli anni 2000 in un’ondata di elezioni vittoriose che giornalisti ed esperti avevano battezzato “marea rosa” – una tonalità un po’ sbiadita del rosso comunista, si diceva – stia attraversando una grave crisi. Nel 2005, all’apice del suo successo, la marea era arrivata in quasi tutto il continente e circa tre quarti dei sudamericani vivevano in un paese governato dalla sinistra: era il caso di Brasile con Luiz Lula e i sui seguaci, l’Argentina dei Kirchner, il Venezuela di Hugo Chávez e Nicolás Maduro, l’Ecuador di Rafael Correa, la Bolivia di Evo Morales e molti altri stati più piccoli del continente.

È stato possibile riunire questi governi in un’unica definizione perché in sostanza – chi più chi meno – hanno tutti adottato delle politiche economiche molto di sinistra – quasi ovunque hanno promosso ampi programmi di spesa sociale e per la lotta alla povertà – e un atteggiamento molto critico nei confronti degli Stati Uniti. Spesso però, hanno anche aumentato la spesa pubblica, assumendo ad esempio decine di migliaia di nuovi impiegati pubblici, e in alcuni casi hanno adottato atteggiamenti antidemocratici e autoritari, perseguitando gli oppositori e minacciando l’indipendenza dei media e della magistratura.

Con le sconfitte delle ultime due settimane, in molti hanno scritto che la crisi è entrata in una fase decisiva: il Wall Street Journal ha parlato in questi giorni di un vero e proprio “ritiro” della “marea rosa”. I governi di Venezuela e Argentina, fra l’altro, erano probabilmente quelli che anche nel resto del mondo venivano più identificati con l’ideologia della nuova sinistra sudamericana, a volte chiamata “socialismo del Ventunesimo secolo”. Specialmente il governo del Venezuela, prima sotto il presidente Hugo Chavez, morto nel 2013, e ora sotto il suo successore, Nicolas Maduro, ha sempre avuto una retorica e una politica estera pan-sudamericana particolarmente aggressiva. Negli anni Duemila, Chavez affermava la necessità di creare una nuova alleanza dei paesi sudamericani per contrastare gli Stati Uniti d’America e utilizzò le ampie riserve petrolifere del suo paese per sostenere governi alleati nei paesi vicini. Cuba, Ecuador, Honduras e Bolivia ricevono tutt’ora migliaia di barili di petrolio venezuelano a prezzi calmierati.

Questa settimana, Foreign Policy ha raccontato come sotto il suo successore Maduro questo tentativo sia naufragato. Gli stati clienti del Venezuela stanno cercando nuovi fornitori di energia mentre la produzione Venezuelana è crollata a causa della mancanza di investimenti e della cattiva gestione. Persino Cuba, l’alleato più stretto su cui Chavez e Maduro potessero contare, ha preferito compiere un riavvicinamento diplomatico con gli Stati Uniti. Anche sul fronte interno, gli sforzi dei governi chavisti sono falliti. Oggi il 95 per cento delle esportazioni del venezuela sono costituite da petrolio, mentre il resto dell’economia è quasi svanito. Nel paese mancano beni di prima necessità come zucchero e carta igienica, mentre l’inflazione è stimata tra il 150 e il 200 per cento. Nel 2015, si stima che l’economia del Venezuela subirà un crollo del 10 per cento, uno dei risultati peggiori al mondo.

Foreign Policy cita anche un altro caso di paese toccato dalla marea rosa dove ora la situazione economica e politica non è più così buona: il Brasile. Rispetto al Venezuela, il Brasile si trova allo spettro opposto nella scala del radicalismo politico. Quando Lula arrivò al potere nel 2003, una delle prime cose che fece fu rassicurare gli investitori internazionali che nonostante il suo passato di sindacalista rivoluzionario, il suo governo non avrebbe preso decisioni azzardate. Lula e il suo successore Dilma Roussef hanno in effetti utilizzato una retorica e metodi meno “radicali” di Chavez, ma anche loro, scrive Foreign Policy, avevano l’ambizioso obbiettivo di allontanare il centro potere mondiale dal ricco occidente e avvicinarlo all’emisfero meridionale.

Anche se in maniera meno evidente che in Venezuela, anche il Brasile ha fallito i suoi obbiettivi. Sempre secondo Foreign Policy, i governi brasiliani non sono riusciti a ottenere nemmeno i più legittimi e “storici” tra i loro obbiettivi, come la rimozione dei sussidi all’agricoltura da parte dei paesi europei e degli Stati Uniti (che secondo i paesi in via di sviluppo impediscano che i loro prodotti abbiano successo nei mercati occidentali). Sul fronte interno, il Brasile è in recessione e si stima che nel 2015 la sua economia diminuirà del tre per cento. Il governo Roussef, intanto, è criticato per un grave scandalo di corruzione che coinvolge la potente e semi-privata compagnia petrolifera Petrobras e migliaia di persone sono scese in piazza per chiedere le sue dimissioni. Oggi secondo i sondaggi il suo tasso di approvazione è intorno al 10 per cento.

Nel resto del continente le cose non vanno molto meglio per i governi di sinistra. In Ecuador, il presidente Rafael Correa è stato molto contestato quest’estate quando ha proposto di abolire il limite costituzionale al numero di mandati e di introdurre una tassa di successione al 75 per cento, studiata per rimediare alle perdite causate dalla diminuzione degli introiti dovuti alle esportazioni di petrolio. L’unico che sembra passarsela ancora bene è il presidente della Bolivia Evo Morales, uno stretto alleato di Maduro e Correa che alle elezioni dello scorso ottobre è riuscito a farsi rieleggere con circa il 60 per cento dei voti.

Secondo molti osservatori, la causa del ritiro della “marea rosa” ha molte ragioni politiche, fra cui l’inadeguatezza di politiche radicali e para-nazionaliste nel mondo contemporaneo. Ma ci sono anche ragioni economiche: i prezzi di energia e materie prime, secondo molti esperti, hanno giocato una parte rilevante in questa crisi. Secondo Riordan Roett, direttore degli Studi Latino Americani alla Johns Hopkins University, intervistato da Bloomberg dopo la vittoria del centrodestra in Argentina, i governi di sinistra radicale della regione sono stati danneggiati dal calo dei prezzi delle materie prime – il cui controllo è spesso nazionalizzato – come petrolio, metalli e prodotti agricoli, con cui fino a poco tempo fa finanziavano generosi programmi di spesa sociale che li aiutavano a mantenere il consenso dei loro elettori: «Sono arrivati al potere con il boom del prezzo delle materie prima nei primi anni 2000, hanno speso male i loro profitti e non li hanno investiti. Ora che non hanno più un soldo stanno marciando fuori dalla porta».