(AP Photo/Marcio Jose Sanchez)

Che ne sarà di Yahoo?

Una delle più famose aziende di internet potrebbe vendere presto il suo motore di ricerca, e deve il suo valore attuale soprattutto alla quota che possiede del sito cinese Alibaba

(AP Photo/Marcio Jose Sanchez)

Aggiornamento del 9 dicembre 2015
Yahoo ha annunciato di avere rinunciato al piano per separare le sue azioni di Alibaba in una nuova società, operazione da un valore stimato intorno ai 30 miliardi di dollari. L’azienda ha deciso invece di vendere buona parte delle sue altre attività, compresi i servizi online e le partecipazioni in Yahoo Giappone. Se avesse separato le azioni Alibaba dal resto, Yahoo avrebbe dovuto pagare svariati miliardi di tasse e avrebbe rischiato un lungo contenzioso con l’agenzia delle entrate statunitense se qualcosa fosse andato storto.

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In questi giorni il consiglio di amministrazione di Yahoo ha il complicato compito di decidere il futuro della sua società, un tempo tra le più importanti di Internet e ora in serie difficoltà dopo anni in cui non è riuscita a reinventarsi e a riavviare le sue principali attività online. I consiglieri stanno valutando tutte le soluzioni possibili per salvare almeno una parte dell’azienda, ma per ora non sembrano esserci idee molto chiare. Tra le ipotesi possibili, viene data per credibile la cessione del motore di ricerca, che attualmente è un’attività marginale di Yahoo se confrontata con le altre. Le decisioni del consiglio di amministrazione potrebbero riguardare anche Marissa Mayer, CEO di Yahoo da oltre tre anni, che secondo gli analisti non è stata in grado di risollevare le sorti dell’azienda.

Il valore di Yahoo nel suo complesso si aggira intorno ai 34 miliardi di dollari, quasi tutti dovuti alla proprietà di quasi 400 milioni di azioni dell’azienda cinese Alibaba, specializzata nella vendita di prodotti online e in fortissima crescita negli ultimi anni. Alibaba si è quotata in borsa nel 2014: Yahoo ne possedeva già delle azioni e grazie al loro buon andamento in borsa ora valgono circa 30 miliardi di dollari. In pratica la cosa più di valore dell’azienda non sono le sue attività, ma le quote di un’altra società che ora Yahoo vorrebbe vendere per ottenere nuovo denaro per i suoi investimenti (e per soddisfare le richieste dei suoi azionisti, che otterrebbero una parte dei guadagni).

Il problema è che incassare 30 miliardi di dollari vendendo azioni non è così semplice, perché di mezzo ci sono molte tasse da pagare. Già a gennaio, Yahoo aveva annunciato che avrebbe costituito una nuova azienda nella quale travasare le azioni di Alibaba, ma questa decisione potrebbe rivelarsi molto costosa, perché non è chiaro se un’operazione di questo tipo debba essere o meno tassata. L’Internal Revenue Service (IRS), l’equivalente della nostra Agenzia delle entrate negli Stati Uniti, non ha dato una propria valutazione e c’è quindi la possibilità che tra qualche anno, terminate le verifiche del caso, decida di fare causa a Yahoo per ottenere tasse che ritiene non fossero state pagate al momento della creazione della nuova azienda.

Secondo diversi analisti, Yahoo si potrebbe ritrovare a pagare fino a 9 miliardi di dollari di tasse per il suo travaso di azioni Alibaba. Non essendoci garanzie assolute da parte dell’IRS, molti investitori hanno chiesto al consiglio di amministrazione di muoversi con cautela e semmai di fare il contrario: tenere le azioni Alibaba dentro l’azienda che già esiste, quindi Yahoo (che possiede anche quote di valore di Yahoo Giappone), e vendere il motore di ricerca e gli altri servizi online. Questa seconda opzione potrebbe costare al massimo tra i 3 e i 4 miliardi di tasse, circa un terzo rispetto all’altra soluzione.

Kara Swisher di Re/code, giornalista di solito molto informata su quanto accade all’interno di Yahoo, scrive che il consiglio di amministrazione potrebbe decidere di prendere tempo e rinviare la decisione in attesa di avere informazioni più precise sui costi dell’operazione. Un allungamento dei tempi si porterebbe però dietro maggiori incertezze e di conseguenza ulteriori scetticismi da parte degli investitori, con ripercussioni per Yahoo in borsa. Marissa Mayer, dice sempre Swisher, è comunque determinata a seguire la strada della nuova azienda in cui mettere le azioni Alibaba, senza quindi rinunciare alle attività storiche di Yahoo come il motore di ricerca, servizi di vario tipo, portali, email e pubblicità. Il consiglio di amministrazione è orientato allo stesso modo e non dovrebbe quindi essere ostile al piano di Mayer, nonostante gli insuccessi degli ultimi tempi.

Di fondo, comunque, resta il problema di che cosa voglia essere Yahoo in futuro. Nel mercato dei motori di ricerca non c’è più gara: Google ha una posizione di dominio quasi assoluto, mitigata in parta (e quasi solo negli Stati Uniti) da Bing di Microsoft, che tra l’altro gestisce materialmente le ricerche online per conto di Yahoo. Sui social network non ha speranze, con Facebook e Twitter che si spartiscono buona parte del mercato, e nemmeno nell’offerta dei video in streaming. Yahoo ha comunque un cospicuo numero di portali, di siti di informazione e centinaia di milioni di account email attivi. Solo negli Stati Uniti si stima che abbia circa 200 milioni di visitatori attivi ogni mese, che costituiscono comunque una risorsa e potrebbero interessare qualche compratore.

Il Wall Street Journal segnala che tra le aziende potenzialmente interessate ad acquistare la parte di Yahoo che si occupa dei servizi online ci sono Verizon, uno dei principali operatori telefonici staunitensi, il conglomerato IAC/InterActiveCorp (Vimeo, Tinder, Meetic, CollegeHumor, per citarne alcuni) e anche la multinazionale NewsCorp di Rupert Murdoch, che possiede televisioni, riviste, giornali e case di produzione cinematografica. Dopo l’eventuale acquisto sarebbe comunque necessaria una ristrutturazione dell’intera società, che potrebbe essere un azzardo se questa continuasse a essere quotata in borsa. Tra le soluzioni, per ora solo ipotizzate dagli analisti, ci sarebbe quindi il ritiro di Yahoo dal mercato azionario, in modo da poterla gestire più facilmente in questa fase. Una simile eventualità non sembra comunque essere nei piani di Mayer.