• Moda
  • martedì 1 dicembre 2015

I tessuti africani che hanno dentro un messaggio

Li produce da 150 anni un'azienda olandese; ora sono un prodotto di lusso ma all'inizio le donne sceglievano i motivi per dire che erano colte o ballavano bene

Una sfilata di Vlisco a Parigi, nel 2009 (AP Photo/Francois Mori)

Vlisco è un marchio olandese famoso per i tessuti dallo stile africano – conosciuti anche come tessuti wax (in cotone stampato) – e una storia singolare: fu fondato nell’Ottocento e produceva stoffe destinate al mercato indonesiano ma oggi è diventato il principale fornitore di tessuti per gli abiti tradizionali africani femminili, e un affermato marchio di moda. Il sito MessyNessy ne ha ricostruito la storia, spiegando il significato dei tessuti e dei loro ornamenti: ognuno infatti ha un nome – assegnato in origine dai venditori locali e negli ultimi anni dall’azienda – e comunica alcune informazioni su chi lo indossa: se è sposata, se è il capofamiglia, se è molto colta o è orgogliosa di ballare bene.

Alcune delle fantasie più famose del marchio e i loro significati:

Vlisco fu fondato nel 1864, quando l’imprenditore Pieter Fentener van Vlissingen acquisì una piccola azienda tessile a Helmond, in Olanda. Suo zio, che lavorava nelle ex colonie olandesi nell’odierna Indonesia, lo convinse a produrre un tradizionale tessuto locale, il batik, per poi venderlo nelle colonie. Il batik prende il nome da una particolare tecnica di tintura detta “a riserva”, che si ottiene impermeabilizzando con cera o altri materiali una parte della superficie da tingere, per poi applicare diversi colori sulle sagome rimaste del colore originale, e ottenere così la fantasia voluta. È una tecnica artigianale molto complessa, ma van Vlissingen riuscì a semplificarla con l’utilizzo dei macchinari industriali. In Indonesia però i tessuti non ebbero successo anche se erano meno cari degli originali: erano visti come copie meno pregiate, e la tecnica industriale accentuava l’effetto di “screpolatura” dei disegni, che sembravano così imperfezioni.

Le navi che trasportavano i prodotti di Vlisco in India facevano però tappa lungo le coste africane, dove vendevano i tessuti in cambio di rifornimenti di cibo e altre provviste. Qui le stoffe vennero molto apprezzate perché erano double-face ed erano viste come un originale prodotto di lusso che ricordava lo stile tradizionale africano. Vlisco modificò ulteriormente i motivi aggiungendo stampe e colori molto accesi per adattarli ai gusti dei nuovi clienti, e nel 1894 divenne la prima fabbrica olandese con una squadra di stilisti. Negli anni Trenta Vlisco era diventato uno dei marchi di lusso più pregiati nell’Africa centrale e occidentale.

Quando iniziò il commercio in Africa, Vlisco si limitava a contrassegnare le stoffe con un numero, ma i rivenditori locali attribuirono un nome e un significato preciso a ognuna, così da promuoverle e venderle di più. Un tessuto si chiama per esempio “Si tu sors, je sors”, che significa “Se tu vai vado anch’io” ed era indossato dalle donne per dire che se l’uomo avesse preso il matrimonio con leggerezza, lo stesso avrebbero fatto loro.

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Dal 2007 anche l’azienda ha iniziato a dare nomi alle stoffe, e ancora oggi lo stesso tessuto può avere nomi e significati diversi a seconda di chi lo porta e in quale area geografica è più venduto. Vlisco ha anche aperto un blog sul suo sito per raccogliere le interpretazioni e le denominazioni che i suoi tessuti hanno avuto nel corso del tempo.

Nel 2010 Vlisco è stata comprata per 151 milioni di dollari da Actis, un fondo di investimento londinese; da allora è diventato un marchio di moda che crea le proprie collezioni e non soltanto una fabbrica che produce tessuti. Oggi gestisce quattro marchi – oltre a Vlisco stesso, i meno cari Woodin, Uniwax e GTP – e vende soprattutto in Costa d’Avorio, Nigeria, Togo, Benin, Ghana e Congo. Negli ultimi anni ha rinforzato la sua immagine di marchio di alta moda collaborando con stilisti importanti come Junya Watanabe, Jean Paul Gaultier e Dries van Noten.

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