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  • venerdì 20 novembre 2015

Il processo di Norimberga, 70 anni fa

Il tribunale più famoso del Novecento iniziò i suoi lavori il 20 novembre 1945 e consegnò alla storia la memoria di cosa furono i crimini nazisti e l'Olocausto

di Edna Friedberg – Slate
(AFP/Getty Images)

Il processo di Norimberga contro gli ufficiali nazisti è probabilmente il processo più famoso della storia, riconoscibile anche solo con il nome della città tedesca in cui fu celebrato. Dal suo inizio, 70 anni fa oggi, la copertura mediatica del processo fu senza precedenti. Nei lavori di ristrutturazione fatti di corsa al Palazzo di Giustizia di Norimberga, gli operai aggiunsero sia un’area per il pubblico sia una sala stampa. Fu fondamentale anche l’aggiunta delle strumentazioni per le traduzioni simultanee, che contribuirono ad ampliare esponenzialmente il pubblico del processo. Più di 400 spettatori assistettero alle udienze ogni giorno per un anno, insieme a corrispondenti provenienti da 23 diversi paesi per un totale di 325 tra giornali, radio e agenzie di stampa. Questi giornalisti offrirono a milioni di persone un posto nell’aula del tribunale.

Ma cosa osservarono con i loro occhi? Le udienze erano drammatiche? Rebecca West, acclamata scrittrice britannica, scrisse di Norimberga per il New Yorker. Nell’agosto del 1946, mentre si entrava nel decimo mese di processo, scrisse: “L’aula è una cittadella della noia. Tutte le persone che partecipano sono sull’orlo della noia estrema”. Come poteva essere così tedioso il processo di alcuni dei più grandi e terrificanti crimini mai commessi? La risposta sta in una deliberata strategia dell’accusa, cui dobbiamo essere grati ancora oggi.

I 24 accusati al processo principale di Norimberga e le loro condanne

Consapevoli di avere lo sguardo del mondo su di loro, gli ideatori di questa innovativa corte internazionale decisero volutamente di mettere insieme e a disposizione di tutti i documenti sugli impressionanti crimini commessi dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale, compreso il periodo dell’Olocausto. Diciannove gruppi di indagine consultarono i registri, intervistarono i testimoni e fecero sopralluoghi sui luoghi delle atrocità per mettere insieme le accuse. Robert H. Jackson, il capo dell’accusa statunitense, temeva che “se non fosse stata messa insieme la documentazione, le generazioni future non avrebbero creduto all’orribile verità”.

Chi lavorava con Jackson condivideva la stessa preoccupazione. Come scrisse in seguito un altro membro dell’accusa, Robert Storey: “Lo scopo del processo di Norimberga non era semplicemente condannare i leader della Germania nazista… La cosa più importante, almeno così mi sembrò, era tenere traccia per i posteri di ciò che aveva fatto il regime di Hitler”. Le prove presentate a Norimberga posero in effetti le fondamenta per ciò che sappiamo oggi sull’Olocausto, compresi i dettagli del sistema su scala industriale utilizzato ad Auschwitz ma non solo per uccidere 6 milioni di ebrei.

Per evitare qualsiasi accusa di avere proposto testimonianze viziate, l’accusa decise di basare buona parte del proprio impianto accusatorio sui documenti scritti dagli stessi nazisti. I loro funzionari avevano distrutto molti documenti quando ormai la guerra stava finendo, e altri documenti erano stati distrutti dai bombardamenti aerei. I soldati degli Alleati furono comunque in grado di recuperare milioni di documenti durante la loro conquista della Germania nel 1945: grazie al loro lavoro, l’accusa poté presentare a Norimberga circa 3mila tonnellate di carta contenenti documenti e registri.

La gestione di quello che era a tutti gli effetti un mare di carta costituì uno sforzo epico, soprattutto se si pensa che il tribunale aveva aperto pochi mesi dopo la fine della guerra. Molti di quei documenti si sarebbero rivelati in seguito una fonte preziosa per gli storici. L’accusa scelse un approccio sobrio, senza offrire udienze drammatiche, ma ciò non rese il suo lavoro meno importante.

Anche nel caso di documenti fondamentali distrutti, gli Alleati furono in grado di ricostruire alcune delle cose successe da altre fonti. La documentazione dell’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich, per esempio, fu bruciata nei sotterranei del palazzo che ospitava il suo quartier generale a Praga, ma alcune copie di quei documenti furono recuperate dagli uffici della Gestapo in varie località della Germania. Sia il protocollo della Conferenza di Wannsee (che documenta la complicità di diverse agenzie statali) che i “Rapporti Einsatzgruppen” (che descrivono le unità mobili che spararono a più di un milione di civili) furono tra i documenti presentati a Norimberga durante una serie di udienze. Entrambi sono ritenuti fondamentali per la comprensione della cosiddetta “soluzione finale”: dimostrano lo sviluppo di una strategia legata al genocidio e danno ancora oggi elementi per cogliere segnali di allarme da tenere in considerazione in altre aree di crisi.

Le prove storiche raccolte a Norimberga non derivarono solamente da documenti cartacei. Le riprese realizzate dalla stessa Germania nazista furono usate come prove dei crimini compiuti. Fin dagli inizi del partito nazista, fotografi e cineoperatori registrarono (spesso con orgoglio) ciò che era riuscita a perseguire la loro ideologia. Quando arrivarono i contingenti degli Alleati in territorio tedesco, il personale militare lavorò senza sosta per identificare e catalogare tutto il materiale fotografico.

Come disse il procuratore Jackson nel corso del suo discorso di apertura: “Vi mostreremo le loro stesse immagini”. Il 29 novembre 1945, a una settimana circa dall’inizio del processo, l’accusa mostrò un documentario lungo un’ora intitolato “I campi di concentramento nazisti”, basato su un montaggio di riprese effettuate dai tedeschi stessi. Quando le luci si riaccesero nell’aula del Palazzo di Giustizia, tutta l’assemblea rimase in silenzio. L’impatto umano di prove visibilmente tangibili fu un punto di svolta per l’intero processo: portò nell’aula le atrocità di massa.

Oltre alle immagini ufficiali, c’erano anche le fotografie e i filmati realizzati dalla polizia e dai soldati tedeschi. Ripresero le umiliazioni pubbliche degli ebrei, così come le deportazioni e le condizioni nei campi di concentramento. L’accusa esibì come prova un album fotografico personale realizzato su ordine del leader delle SS Jürgen Stroop, per documentare la distruzione del ghetto di Varsavia, in Polonia, nella primavera del 1943. Secondo i calcoli dello stesso Stroop, i suoi soldati catturarono più di 55mila ebrei, uccidendone almeno 7mila e mandandone almeno altri 7mila al campo di sterminio di Treblinka.

Messi insieme, i documenti, le fotografie e i filmati mostrati al processo di Norimberga e ai seguenti 12 processi costituiscono una prova incontrovertibile dei crimini di massa che ora chiamiamo Olocausto. Ancora prima che fossero comunicati i verdetti, la corte aveva offerto un servizio pubblico senza precedenti e un antidoto per il futuro negazionismo.

A volte i verdetti e le condanne non costituiscono la fine della storia. I processi offrono un modo per le comunità – su scala locale o globale – per riaffermare i loro valori e dichiarare apertamente la loro difesa. Il tribunale di Norimberga in questo ebbe un ruolo pionieristico in molti sensi, stabilendo che “eseguire gli ordini” non era una difesa legittima per atti criminali, e che anche i più alti funzionari di stato possono essere sottoposti a giudizio. Ma i documenti e le testimonianze emersi in quell’aula di tribunale non sono un’eredità meno importante. In una delle sue corrispondenze dal processo, Rebecca West fece riferimento a Norimberga parlando di una “lente d’ingrandimento dalla portata storica”. Questo processo fu attentamente allestito: non per bieco voyeurismo, ma come monito e al tempo stesso confronto sul rapporto tra criminalità sostenute da un apparato statale e una quantità inequivocabile di testimonianze del male.

©2015 Slate

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