Due poliziotti francesi durante l'operazione a Saint-Denis, 18 novembre 2015 (AP Photo/Francois Mori)
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  • venerdì 20 novembre 2015

Gli attacchi di Parigi potevano essere evitati?

Si discute molto – in Francia ma non solo – del "fallimento dei servizi di intelligence": cosa c'è di vero? Cosa non ha funzionato?

Due poliziotti francesi durante l'operazione a Saint-Denis, 18 novembre 2015 (AP Photo/Francois Mori)

Passato qualche giorno dagli attentati di Parigi e Saint-Denis di venerdì scorso, in cui sono morte 130 persone e alcune centinaia sono rimaste ferite, giornalisti e analisti hanno cominciato a scrivere del “fallimento dei servizi di intelligence francesi”. Vengono tirate in ballo diverse questioni, dalla mancanza di risorse della polizia al fatto che i servizi segreti dei diversi paesi collaborino poco e che l’Unione Europea finora si sia mossa con lentezza, con accuse reciproche tra vari governi. Probabilmente tutti questi argomenti messi insieme possono aiutare a capire che cosa non abbia funzionato.

I numeri c’entrano?
Dopo il 13 novembre Alain Chouet, uno dei responsabili dei servizi segreti francesi e della DGSE, il servizio informazioni all’estero della Francia, ha detto: «Non si possono incolpare i vigili del fuoco per gli incendi. Ma se si mettesse un vigile del fuoco ogni cinque metri di bosco, gli incendi non ci sarebbero». La questione delle forze non è secondaria: dopo gli attentati di Parigi il presidente Hollande, il ministro dell’Interno Bernard Cazeneuve e il primo ministro Manuel Valls hanno annunciato nuovi investimenti per la polizia francese, che riguarderanno sia nuove assunzioni sia l’acquisto di nuovo materiale e attrezzature. «Gli investimenti sono diminuiti del 17 per cento tra il 2007 e il 2012, voglio riportarli ai livelli di un tempo», ha detto Cazeneuve. Valls ha anche anticipato che gli impegni di bilancio europei della Francia saranno «inevitabilmente disattesi».

Il numero delle persone che vengono considerate in Francia sufficientemente pericolose da essere messe sotto sorveglianza non è insignificante: secondo il New York Times circa duemila cittadini francesi sono andati a combattere in Siria o in Iraq negli ultimi anni di guerra e almeno 200 hanno fatto ritorno in Francia. Sorvegliare concretamente ognuna di queste persone richiede un sostanzioso lavoro di più agenti. A queste duemila persone vanno aggiunti i migliaia di cittadini francesi che sono andati in Yemen, Afghanistan e Pakistan e che si sospetta abbiano ricevuto da quelle parti un addestramento militare. Il Guardian e Le Monde scrivono che sono circa 11mila le persone considerate potenziali minacce per la sicurezza nazionale. Quasi nessun servizio di intelligence al mondo ha risorse umane e mezzi per condurre una sorveglianza estesa di un numero così alto di sospetti.

Se in un’operazione di sorveglianza di 24 ore vengono impiegate dalle 30 alle 40 persone, la Francia ha “solamente” 500-600 agenti con il compito di seguire fisicamente i sospettati. C’è effettivamente un grande divario tra il personale a disposizione e l’enorme numero di sospetti, e questo costringe i servizi segreti francesi a fare quotidianamente scelte molto difficili: scegliere a cosa dare priorità e a cosa no. Quest’anno sono stati scoperti e sventati almeno sei attentati. Nei casi dello scorso gennaio – con l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo e a un supermercato kosher – e la scorsa settimana con gli attentati di Parigi e Saint-Denis, sono state evidentemente fatte delle scelte sbagliate, conclude il Guardian.

I servizi francesi di intelligence sono impreparati?
Secondo un magistrato francese che si occupa di terrorismo, Marc Trevidic, uno dei motivi per l’assenza di attacchi in Francia nel decennio dopo l’11 settembre 2001 è che i servizi di intelligence avevano sviluppato meglio di altri una comprensione della vera natura della minaccia jihadista. Avevano contribuito l’esperienza del 1995 – una bomba nella stazione di Saint-Michel della metropolitana di Parigi – e i poteri della polizia francese in materia di arresto e detenzione, superiori a quelli dei loro omologhi in altri paesi europei. Infine, sempre secondo Trevidic, c’è stato il merito dei governi francesi di aver saputo mantenere una lontananza dalle guerre statunitensi e soprattutto di essersi opposti fin dall’inizio alla guerra in Iraq del 2003. Questi vantaggi difensivi sembrano essere improvvisamente svaniti: «Siamo diventati il nemico numero uno dello Stato Islamico», ha detto Trevidic. «La Francia è l’obiettivo principale di un esercito di terroristi con mezzi illimitati. Inoltre è chiaro che siamo particolarmente vulnerabili a causa della nostra posizione geografica, per la facilità di ingresso nel nostro territorio di jihadisti di origine europea».

Le agenzie di intelligence francesi conoscevano almeno tre dei terroristi di Parigi: Abelhamid Abaaoud, morto nell’operazione di polizia a Saint-Denis; Omar Ismail Mostefai, uno degli attentatori del Bataclan che era stato in Siria, aveva già commesso dei crimini e aveva avuto legami precedenti con attività terroristiche; Sami Amimour, arrestato nel 2012 per presunti legami terroristici. Secondo diversi analisti, quindi, i fallimenti dei servizi segreti francesi non stanno nel fatto di non aver avuto sufficienti dati e informazioni ma di non aver agito di conseguenza in base a quei dati e a quelle informazioni. Se la sorveglianza fisica era difficile da attuare a causa della mancanza di personale, il controllo delle loro comunicazioni avrebbe richiesto un lavoro differente e meno impegnativo. Come ha spiegato il direttore della CIA, John Brennan, dopo gli attentati di Parigi, i terroristi hanno perfezionato la loro capacità di segretezza nelle comunicazioni: ma il telefono cellulare ritrovato dopo l’attentato al Bataclan – e che ha portato la polizia all’appartamento di Saint-Denis – non era criptato. Le comunicazioni erano avvenute, almeno da quel telefono, attraverso un normale SMS.

La mancanza di cooperazione
Uno dei più grandi fallimenti negli attentati di Parigi, generalmente riconosciuto, è la mancanza di cooperazione tra le agenzie di intelligence europee; alcuni dicono ci sia addirittura una riluttanza a condividere informazioni. Eppure è chiaro che gli attentati dell’ISIS superano i confini di un unico paese: negli attacchi di Parigi della scorsa settimana erano coinvolte almeno tre nazioni, la Siria (ma ci torniamo), il Belgio e la Francia. Il Guardian scrive che quando ci sono collaborazioni tra servizi di intelligence diversi, però, il processo diventa lento anche su cose semplici e banali come una traduzione.

Nel caso degli attentati di Parigi e Saint-Denis, il governo iracheno aveva inviato diversi avvisi all’intelligence francese su un potenziale attacco, che non sono però stati presi in considerazione. Al governo turco, che aveva fatto delle segnalazioni su Mostefai, non era stata data alcuna risposta (la Francia si è difesa spiegando che questo tipo di segnalazioni, piuttosto vaghe, vengono inviate praticamente “ogni giorno”). A questo si aggiunge una mancanza di cooperazione particolarmente grave: quella tra la Francia e il Belgio, paese che è stato a lungo senza un governo e dunque in una situazione piuttosto instabile, e che viene indicato come il paese che in proporzione fornisce più combattenti al jihad tra tutti gli stati europei: circa 1 cittadino musulmano belga ogni 1.260.

La questione dei controlli e l’Unione Europea
Il progetto di legge sullo stato di emergenza approvato dal Parlamento francese (che è passato oggi al Senato) prevede, tra le altre cose, più militari per le strade, maggiori controlli alle frontiere e sui voli, estensione dello stato di fermo a tutti i presunti terroristi, indagini senza l’autorizzazione del giudice e maggiore libertà di effettuare perquisizioni amministrative. Si tratta di misure nazionali, che potrebbero essere più efficaci nell’ambito di un intervento più ampio a livello europeo.

Abdelhamid Abaaoud, il cittadino belga considerato da molti l’uomo che ha progettato gli attentati di Parigi e molti altri attentati dell’ISIS in passato, e che è stato ucciso mercoledì durante l’operazione della polizia francese a Saint-Denis, aveva viaggiato dentro e attraverso l’Unione Europea dalla Siria in almeno due occasioni negli ultimi 12 mesi, passando i controlli di diversi paesi, tra cui quelli di Belgio e Germania. Dopo gli attentati, Bernard Cazeneuve, ministro dell’Interno francese, ha detto che le autorità francesi non sapevano che Abaaoud fosse tornato in Europa prima degli attentati di Parigi – e che nonostante Abaaoud fosse oggetto di due mandati di cattura, di cui uno internazionale, nessun servizio di intelligence europea aveva avvisato la Francia della sua presenza in Europa. Cazeneuve ha anche detto che le uniche e più recenti informazioni su Abaaoud (fornite dai servizi segreti di un paese non europeo) avevano raggiunto la Francia solo il 16 novembre, tre giorni dopo gli attacchi. Cazeneuve ha detto che l’Europa ora deve «muoversi velocemente e con fermezza» invitando i suoi colleghi ministri a concordare a livello europeo le informazioni, migliori controlli alle frontiere esterne dell’Europa e un migliore coordinamento contro il traffico di armi.

E la Siria?
Una fonte fondamentale per le informazioni sul terrorismo è la Siria. Assad è «parte del problema» dell’instabilità nel paese, ripete costantemente il presidente Hollande. A causa del suo isolamento internazionale, Assad blocca però il passaggio di informazioni che potrebbero essere molto utili alle nazioni europee. Nell’ottobre del 2014, il quotidiano Le Monde ha raccontato di una situazione molto tesa tra il ministero degli Esteri e i servizi segreti francesi che perché questi avevano cercato di ristabilire un contatto con le autorità siriane. Già nel 2013 Bernard Squarcini, direttore dei servizi tra il 2008 e il 2012, aveva criticato la mancanza di comunicazione con il regime di Assad: «Come possiamo fermare i jihadisti francesi che lasciano la Siria se non ci sono più contatti e negoziati con la Siria?». L’ambasciata francese in Siria è stata chiusa nel 2012 per protestare contro la repressione portata avanti dal regime di Bashar al-Assad nei confronti della popolazione civile.

La Francia sta ricevendo diverse pressioni, anche internazionali, per riprendere la cooperazione con la Siria: qualche giorno fa, dopo gli attentati, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov – la Russia sostiene Assad fin dall’inizio – ha detto che è inaccettabile porre precondizioni alla richiesta di lotta unitaria contro il terrorismo. «Sarà necessario mettere da parte l’idea che una vera e propria lotta contro l’ISIS e i suoi affiliati possa avvenire solo dopo che il destino di Bashar al Assad sarà stato deciso».

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