Francesca Barracciu. (ANSA / CIRO FUSCO)

Francesca Barracciu si è dimessa

La sottosegretaria alla Cultura stamattina era stata rinviata a giudizio per peculato aggravato: è la stessa storia che la fece rinunciare alla candidatura in Sardegna

Francesca Barracciu. (ANSA / CIRO FUSCO)

Francesca Barracciu si è dimessa da sottosegretario alla Cultura del governo Renzi. Barracciu questa mattina era stata rinviata a giudizio per peculato aggravato: sarà processata dalla seconda sezione penale del Tribunale di Cagliari, la prima udienza si terrà il 2 febbraio. Il rinvio a giudizio è l’ultimo sviluppo di una vicenda che va avanti ormai da due anni e che ha già portato Barracciu a rinunciare alla candidatura alla presidenza della Sardegna, nonostante avesse vinto le primarie regionali del centrosinistra. Barracciu ha sempre detto di non aver compiuto nessun illecito, il governo in questi mesi l’ha difesa mentre l’opposizione ha chiesto le sue dimissioni.

«La notizia del rinvio a giudizio mi colpisce ed amareggia sia dal punto di vista personale, sia da quello dell’impegno e del lavoro che ho profuso in questi anni di politica ed amministrazione e che ho continuato a mantenere anche al governo. Con una dedizione assoluta all’incarico che mi è stato affidato e che riguarda il bene forse più prezioso del nostro Paese: la valorizzazione della sua bellezza, della sua cultura, della sua storia. Sono fiduciosa nel percorso della Giustizia e affronterò il processo con determinazione e serenità, nella certezza di essere totalmente innocente. Voglio, inoltre, con lo spirito di responsabilità che da sempre mi accompagna, evitare che strumentalizzazioni politiche e mediatiche coinvolgano l’attività del Governo e il fondamentale processo di riforma e di cambiamento che sta portando avanti per il bene del Paese. Per questo ritengo doveroso dimettermi dall’incarico di Sottosegretario ed avere tutta la libertà e l’autonomia necessarie in questa battaglia dalla quale sono certa uscirò a testa alta»

Barracciu – che ha 49 anni e prima che del PD ha fatto parte del PCI, del PdS e dei DS – è stata consigliera regionale in Sardegna dal 2004 al 2012, e nel 2013 era subentrata nel Parlamento europeo al posto di Rosario Crocetta. Il 29 settembre del 2013 Barracciu aveva vinto al primo turno le primarie con cui il centrosinistra intendeva scegliere il candidato presidente della Sardegna in vista delle elezioni del 2014. All’inizio di dicembre, però, si era saputo che la procura di Cagliari stava indagando sui rimborsi che aveva ricevuto dalla regione – insieme a quelli di altri 32 consiglieri regionali di centrosinistra e cinque dell’UdC – ipotizzando il reato di peculato.

A Barracciu era contestato inizialmente il rimborso di 33mila euro di benzina in tre anni, soldi che lei aveva spiegato di aver speso solo per partecipare a incontri legati al suo incarico di consigliere regionale; Barracciu aveva deciso così di rinunciare alla candidatura (al suo posto il centrosinistra presentò il docente universitario Francesco Pigliaru, che poi vinse le elezioni). Dopo qualche mese la procura aveva aggiunto alle contestazioni anche i rimborsi relativi ad altri 40 mila euro circa, per un totale di circa 77 mila euro. Stando a quanto raccontato dai giornali, non sempre le spiegazioni di Barracciu sono state puntuali e convincenti, soprattutto in riferimento alla sua effettiva presenza fisica nei luoghi in cui ha detto di essersi recata in auto (chiedendo per questo motivo i rimborsi).

Alla fine di febbraio del 2014, a meno di tre mesi dalla rinuncia alla candidatura, Francesco Barracciu era stata scelta dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, come sottosegretaria al ministero dei Beni e delle Attività culturali e del turismo. Barracciu si era così dimessa da europarlamentare – incarico che intanto aveva mantenuto – e aveva assunto le nuove mansioni a Roma. Renzi aveva spiegato più volte, difendendo questa scelta, che le indagini sarebbero potute andare avanti ma che «non ci si dimette per un avviso di garanzia» e che «per me un cittadino è innocente finché la sentenza non passa in giudicato».

Lo scorso 5 marzo la ministra Maria Elena Boschi aveva ribadito alla Camera – rispondendo a un’interrogazione parlamentare – che «il governo non chiede le dimissioni di ministri e sottosegretari sulla base di un avviso di garanzia» e che «all’esito [del procedimento] il governo valuterà se chiederne le dimissioni». Con il rinvio a giudizio il procedimento è entrato in una sua fase più avanzata e Barracciu ha deciso di dare le dimissioni. Non era obbligata a farlo: la cosiddetta legge Severino – quella che stabilisce l’incandidabilità e la decadenza dagli incarichi elettivi e di governo – stabilisce infatti all’articolo 6 che la condizione di incompatibilità con incarichi di governo si verifichi al momento di una condanna definitiva.