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  • venerdì 16 Ottobre 2015

Le violenze in Israele e Palestina e i video virali

Si discute del ruolo di video e post violenti e virali su Facebook nella nuova intensa serie di aggressioni cominciata all'inizio di ottobre

Nelle ultime settimane giornalisti ed analisti israeliani e palestinesi stanno discutendo se il nuovo ciclo di violenze in Israele e Palestina cominciato a ottobre possa essere definito l’inizio di una nuova “intifada”, un periodo di rivolte e violenze organizzate allo scopo di indebolire Israele e costringerlo a trattare condizioni più favorevoli per i palestinesi. Parallelamente, giornalisti e analisti si stanno anche chiedendo se l’inasprimento delle violenze degli ultimi giorni sia da attribuire fondamentalmente all’estesa diffusione dei social network – soprattutto di Facebook – in Palestina.

In molti sono convinti di sì: il giornalista ed editorialista David Rosenberg ha scritto su Haaretz, il quotidiano “di sinistra” più letto in Israele, un articolo dal titolo «Date la colpa a Facebook per questa nuova intifada». In un articolo di analisi apparso su Ma’an, una nota agenzia stampa palestinese, la ricercatrice Albana Dwonch ha scritto che «a oggi sembra davvero che esista un fronte “online” della Terza Intifada e che stia imperversando su varie piattaforme». La linea è condivisa anche da diversi importanti politici israeliani.

La tesi è che rispetto al passato i giovani palestinesi siano molto più esposti alla visione di filmati di propaganda filopalestinese e in generale di violenze di soldati o poliziotti israeliani nei confronti di altri palestinesi. Gli israeliani accusano i palestinesi di diffondere video falsi o tagliati allo scopo di esortare nuove violenze, come spesso accade anche in tempi di relativa “pace”: i palestinesi a loro volta rispondono che il problema vero è un altro, cioè la violenza viene inflitta loro ogni giorno dalle forze armate israeliane. E così via.

Proprio un equivoco su un video circolato moltissimo online ha causato l’ultimo incidente diplomatico fra palestinesi e israeliani. Mahmud Abbas, il presidente della Palestina, in un discorso televisivo pronunciato la sera di mercoledì 14 ha detto che Israele si sta impegnando «nell’esecuzione a sangue freddo dei nostri figli, come ha fatto con Ahmed Manasra». In un video circolato molto nei giorni precedenti, il 13enne palestinese Ahmed Manasra viene mostrato per terra e sanguinante in una strada di Gerusalemme, mentre attorno a lui alcune persone lo insultano e gli augurano di morire in ebraico e in arabo. Il guaio è che nei video spesso non viene menzionato il fatto che Manasra era appena stato coinvolto – assieme a un 15enne palestinese – in un’aggressione con un coltello a due israeliani. Alcune telecamere di sicurezza lo hanno ripreso mentre inseguiva con un coltello in mano un uomo assieme a un altro ragazzo. Dopo l’aggressione l’altro ragazzo è stato ucciso dalla polizia, mentre Manasra è stato investito da un’automobile. In tutto questo, Manasra non è morto ma secondo Associated Press si trova «in condizioni stabili» in un ospedale israeliano.

(occhio, il video è piuttosto forte)

L’inasprimento delle violenze causato dalla diffusione dei social network è una tesi ancora naturalmente tutta da dimostrare, ma secondo diversi analisti esiste un legame fra le aggressioni di questi giorni e la diffusione di post aggressivi sui social network (già nella guerra della scorsa estate in territorio israeliano e palestinese erano state usate strategie di propaganda online).

Secondo Haaretz un dato a supporto di questa tesi è il fatto che secondo un report sul consumo di Internet nei paesi arabi che si riferisce al 2013, in Palestina il 25 per cento della popolazione utilizzava Facebook e la percentuale era probabilmente molto più alta nella sola Cisgiordania, dove la situazione economica è migliore rispetto alla Striscia di Gaza. Nel giro di due anni, inoltre, è probabile che la percentuale sia ulteriormente aumentata. Per avere un termine di paragone: nel 2013 in Egitto – il paese dove secondo molti la cosiddetta “primavera araba” è stata favorita dalla diffusione dei social media – “solo” il 16,2 per cento di persone aveva un account Facebook.

Il Times of Israel, un rispettato quotidiano israeliano, ha scritto esplicitamente che «diversi palestinesi sospettati di avere accoltellato degli israeliani, interrogati nei giorni scorsi, hanno indicato alcuni post “virali” trovati sui social network come fonte di ispirazione». Molto spesso i post contengono foto o video di violenze. Adam Hoffman, un analista che si occupa di seguire il traffico “arabo” dei social network per un centro studi israeliano sulla sicurezza, ha spiegato allo stesso Times of Israel che esistono più livelli di “propaganda” online. Il livello del video che mostra Manasra a terra e sanguinante è il più subdolo: mostra una scena emotivamente forte e fuori contesto omettendo alcune informazioni, per trasmettere un messaggio preciso. Altri video sono più immediati: è il caso per esempio di un video pubblicato su YouTube la settimana scorsa da un canale legato ad Hamas, che mostra una scena recitata in cui un ragazzo palestinese accoltella due israeliani dopo aver visto un video sul proprio smartphone. Le autorità israeliane hanno chiesto a YouTube di rimuovere il filmato, ma ormai era troppo tardi: è stato ripreso da altri account e ancora adesso sta circolando moltissimo.

Un altro popolare esempio di post di propaganda “immediata” sono video e foto del tipo prima/dopo, che nella prima foto o nella prima parte mostrano solitamente un ragazzo sorridente e composto, e nella seconda il suo corpo insanguinato o ferito, il tutto accompagnato a volte da un testo di propaganda.

palestina

Il tweet associato a queste foto scriveva: “il martire Muhammad Saed Ali ha combattuto i poliziotti delle forze di occupazione vicino alle porte della Moschea occupata di al Aqsa [la moschea sacra per i musulmani ma controllata dagli israeliani] prima di essere martirizzato dai proiettili dei soldati”

Video del genere smentiscono o mettono in dubbio la versione dei giornali o dell’esercito israeliano, accusati di partecipare a una parallela guerra di propaganda. È circolato molto, per esempio, il video di un ragazzo palestinese che due settimane fa è stato ucciso da alcuni colpi sparati dalla polizia israeliana dopo che aveva accoltellato un 15enne di Gerusalemme. Il ragazzo palestinese è stato ucciso dopo che – secondo alcuni giornali e testimonianze iniziali – si era rifiutato di posare il coltello. Un video emerso alcuni giorni dopo, secondo diversi giornalisti, mostra invece che il ragazzo non aveva in mano un coltello e in generale non rappresentava una minaccia diretta per le forze israeliane.