(LaPresse)
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  • lunedì 21 Settembre 2015

I negozi aperti o chiusi nei festivi

È un tema su cui la politica sta tornando indietro, scrive Dario Di Vico sul Corriere, andando "in direzione opposta alle trasformazioni della società"

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Sul Corriere della Sera di domenica Dario Di Vico – giornalista esperto di economia e politiche del lavoro – ha commentato il dibattito in corso in Parlamento sulla liberalizzazione degli orari dei negozi, e quello più ampio in corso da anni sullo stesso tema, che riguarda contemporaneamente la creazione di nuove opportunità lavorative in un momento difficile per l’occupazione, l’adeguamento del settore del commercio agli stili di vita attuali di moltissime persone, soprattutto nelle grandi città, e la necessità per i lavoratori di conciliare fruttuosamente il tempo dedicato al lavoro e quello libero. Si sta discutendo della questione in Senato, in una direzione opposta rispetto alla liberalizzazione introdotta dal governo Monti, introducendo 12 giorni di chiusura obbligatoria: ma ci sono emendamenti che propongono la chiusura obbligatoria tutte le domeniche, per esempio.

Sulla liberalizzazione degli orari dei negozi la politica sta tornando inesorabilmente indietro. Il confronto aperto al Senato sta facendo emergere una maggioranza che punta a vincolare le aperture nei giorni festivi e/o a dare eccessiva discrezionalità ai Comuni.
Al di là dei numeri che stanno ballando sui giorni di chiusura obbligatoria, ciò che colpisce è che la politica vada in direzione opposta alle trasformazioni della società e in qualche maniera sia legata a un’idea antiquata sia del commercio sia del rapporto tra consumatore e offerta. La distribuzione sta vivendo una fase di grandi mutamenti incarnata innanzitutto dal crescente successo dell’e-commerce e delle piattaforme digitali che vedono gli italiani, tranne qualche caso — vedi Yoox —, in posizione defilata.

A livello sociale, però, non si ha la piena percezione di questo mutamento e le preoccupazioni sull’apertura festiva dei supermercati hanno fatto nascere un’insolita alleanza tra i sindacati, la Confesercenti e la Chiesa. La politica in qualche maniera pensa di pescare in questo bacino di preoccupazioni e interi partiti (Cinquestelle) o frazioni di altri (Pd, Lega e Forza Italia) hanno tradotto in atti parlamentari questo disagio puntando ad allargare i propri consensi popolari. Il tutto viene rappresentato abilmente come un conflitto tra lobby e questo alla fine nuoce alla causa delle liberalizzazioni. Sembra che in discussione ci sia solo il fatturato delle grandi catene e non un’esigenza di competitività dell’intero sistema e una sintonia tra offerta di servizi e nuovi stili di vita.

Vale la pena allora riprendere il filo dell’elaborazione liberal e costruire una proposta più larga capace anche di includere alcune delle preoccupazioni che sono all’origine della contrapposizione all’apertura dei negozi. Anche chi non è credente penso che debba rispettare i dubbi avanzati dalla Chiesa che teme l’assenza da casa proprio nei giorni in cui tradizionalmente il nucleo si ritrova anche solo per mangiare. Chi vuole liberalizzare non ha nessun interesse a presentare la propria proposta in termini economici crudi e a passare per un sostenitore della «morte dei sentimenti».

(continua a leggere sul sito di Dario Di Vico)