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  • Mercoledì 5 agosto 2015

Il pezzo d’ala era del volo MH370

Il primo ministro malese ha annunciato che il frammento trovato all'isola di La Réunion proviene dall'aereo scomparso l'anno scorso

(YANNICK PITOU/AFP/Getty Images)
(YANNICK PITOU/AFP/Getty Images)

Il pezzo d’ala di un aereo trovato mercoledì 9 luglio sull’isola di La Réunion, nell’Oceano Indiano a est del Madagascar, apparteneva al volo MH370 di Malaysian Airlines scomparso l’8 marzo del 2014 mentre era in volo dal Kuala Lumpur a Pechino con a bordo 239 persone. Lo ha detto il primo ministro della Malesia.

Che cosa era stato trovato
La mattina di mercoledì 29 luglio, su una spiaggia dell’isola di La Réunion, il dipendente di una società incaricata della pulizia della costa aveva ritrovato parte di un’ala di un aereo: un flaperon, cioè di un elemento montato sulle ali degli aerei utilizzato dai piloti in fase di decollo e atterraggio. Il rottame è lungo circa due metri. Prima di questa conferma ufficiale, arrivato dopo un esame del rottame in Francia, diversi esperti avevano sostenuto che il flaperon appartenesse con molta probabilità a un Boeing 777, modello dell’aereo scomparso. Nei giorni scorsi più di una volta si è parlato di altri oggetti trovati sull’isola che potrebbero venire dall’aereo, ma non ci sono mai state conferme ufficiali.

Che cosa era successo
L’8 marzo del 2014 all’1:19 di mattina la torre di controllo di Kuala Lumpur, in Malesia, ebbe l’ultima comunicazione con il volo MH370 della Malaysia Airlines. Dopo aver salutato la torre di controllo di Kuala Lumpur, i piloti avrebbero dovuto prendere contatto con la torre di controllo vietnamita: per qualche ragione che ancora non è chiara, quel contatto non si verificò mai. Le ultime informazioni certe arrivarono da alcuni radar militari che individuarono l’aereo decisamente fuori rotta: molto più a ovest di dove avrebbe dovuto trovarsi e su una rotta che andava a nord-ovest, invece che nord-est. A quel punto tutti i sistemi di identificazione di bordo erano stati spenti: gli unici segnali erano quelli tra l’aereo e un satellite che si trovava a 35.800 chilometri di altezza. L’ultima comunicazione avvenne alle 1:19: poi l’aereo volò per altre sette ore. Secondo gli esperti, l’aereo aveva a bordo carburante sufficiente per circa sette ore di volo.

Nelle ore successive alla sparizione del volo MH370, i soccorritori dovettero basare le loro ricerche sulle comunicazioni con il satellite: queste comunicazioni non contenevano però informazioni sulla posizione del volo, che poteva solo essere ipotizzata osservando quanto tempo i segnali avevano impiegato a viaggiare tra l’aereo, il satellite e la stazione di terra che faceva da ponte tra i due. Il risultato ottenuto da questo tipo di calcolo, tuttavia, non era un punto preciso su una mappa, ma una specie di enorme arco che arrivava a nord fino all’Asia Centrale e a sud si estendeva fino a una remota area dell’Oceano Indiano meridionale. I soccorritori esclusero immediatamente la possibilità che l’aereo potesse aver percorso la metà settentrionale dell’arco, visto che in quel caso con molta probabilità sarebbe stato avvistato (si tratta di un’area trafficata e abitata che si trova per gran parte sopra la terraferma). Molti esperti dissero che l’ipotesi più probabile era quella che l’aereo fosse diretto a sud e avesse volato sopra l’Oceano Indiano meridionale.

Le ipotesi più diffuse
Dopo l’incidente sono circolate molte teorie. Alcune – quelle finora meno credibili – attribuiscono la scomparsa dell’aereo a un qualche tipo di intervento umano: qualcuno avrebbe appositamente spento i sistemi di identificazione dell’aereo, dirottandolo e pilotandolo fino all’esaurimento del carburante. Gli investigatori hanno quasi completamento escluso l’ipotesi che a dirottare l’aereo possano essere stati dei terroristi. Nessuna rivendicazione credibile del dirottamento è stata diffusa. Le storie personali dei passeggeri, inoltre, sono state analizzate con molta attenzione e secondo gli investigatori nessuna delle persone a bordo aveva il profilo di un dirottatore.

Gli investigatori credono invece possibile l’ipotesi di un tentativo di suicidio da parte del pilota o del suo copilota. Secondo il pilota ed esperto di sicurezza aerea Simon Hardy è una delle ipotesi più probabili. Hardy ha notato come il volo MH370, prima di scomparire dai radar, abbia compiuto una strana virata che ha portato l’aereo a mostrare il fianco destro all’isola malese di Penang, come se qualcuno volesse dare un’occhiata verso l’isola dai finestrini. Il capitano dell’aereo, Zaharie Shah, era originario proprio dell’isola. Ma ci sono diversi indizi che hanno diviso gli esperti sull’ipotesi del suicidio. Nei casi che si conoscono, quando un pilota decide di suicidarsi semplicemente punta il muso dell’aereo verso terra poco dopo il decollo. Non è chiaro perché, se Shah voleva suicidarsi, abbia volato fino a esaurire il carburante.

Altri esperti ritengono che si debba privilegiare l’ipotesi che l’aereo abbia avuto un problema tecnico. Nel caso di un incendio a bordo, il pilota potrebbe aver cercato di isolare il problema spegnendo tutti i sistemi di bordo, tra cui quelli che permettono di tracciare la rotta dell’aereo. Per spiegare le sette ore di volo sull’Oceano Indiano, secondo gli esperti australiani che stanno indagato sul disastro, l’ipotesi più probabile è l’ipossia: in altre parole, le persone a bordo dell’aereo erano già morte per soffocamento molto prima che l’aereo terminasse il carburante. L’aereo avrebbe semplicemente continuato a viaggiare con il pilota automatico.