Non è che stiamo esagerando, col tizio che ha ucciso il leone?

Il fatto che un dentista del Minnesota ci stia particolarmente antipatico, scrive Vox, non dovrebbe farci giustificare i linciaggi online

Il giornalista di Vox Max Fisher ha scritto un lungo articolo in cui ha messo in fila una serie di situazioni e meccanismi sull’umiliazione pubblica online – tema già molto dibattuto in questi anni – resi evidenti negli ultimi giorni dal caso di Walter Palmer, il dentista americano che ha ucciso un leone molto famoso in Zimbabwe. Dopo che la notizia è stata pubblicata dai giornali di tutto il mondo, Palmer è stato preso di mira da migliaia di utenti online, insultato e minacciato: e queste minacce hanno avuto poi diverse conseguenze concrete. La tesi di Fisher è che la vicenda mostra in modo esemplare come l’indignazione collettiva e le campagne di odio online abbiano passato il segno: una notizia diventa virale, una massa di utenti online fa gruppo ed esprime un giudizio sommario ma molto netto, prendendo di mira il protagonista della storia con tutti i mezzi possibili e rovinandogli la vita. È successo altre volte in passato, probabilmente capiterà di nuovo. Secondo Fisher, però, è arrivato il momento di preoccuparsene e prendere posizione.

Il caso Palmer 
Il New York Times ha raccontato che «dopo che le autorità dello Zimbabwe hanno identificato Walter Palmer come il cacciatore del leone Cecil [una specie di simbolo dello Zimbabew], gli attivisti animalisti hanno usato i motori di ricerca per trovare informazioni su di lui e i social media per diffondere le informazioni sul suo studio e la sua famiglia, innescando una rabbia abbastanza forte da distruggere la vita digitale del Dr. Palmer».

Persone arrabbiate hanno cominciato a visitare il sito professionale dello studio dentistico di Palmer, che è andato offline per il troppo traffico. La pagina Yelp di Plamer è stata invasa da commenti al vetriolo. Una pagina Facebook dedicata ad attaccare Palmer ha in breve tempo raccolto migliaia di utenti e le foto di Palmer sono state eliminate da tutti i siti che per qualche ragione parlavano di lui.

Davanti allo studio di Palmer, inoltre, è stato creato un piccolo memoriale per il leone Cecil, fatto di foto e pupazzetti di peluche. Intorno allo studio sono stati affissi cartelli che dicono cose come “Marcirai all’inferno” e “Noi siamo Cecil”, e c’è stata anche una piccola manifestazione animalista. Su Twitter e Facebook i commenti che si augurano la sua morte praticamente non si contano. Lo studio dentistico di Palmer ha dovuto chiudere. Tutto questo prima che gli organi giudiziari preposti abbiano stabilito se Palmer è colpevole di un qualche reato.

È probabile che a molte delle minacce ricevute da Palmer non seguiranno conseguenze fisiche: ma l’intento di queste minacce, spesso, non è mettere in guardia rispetto a una probabile violenza fisica, quanto intimidire e creare un senso di incertezza nel soggetto preso di mira. La paura stessa è infatti di per sé un potente strumento per infliggere sofferenza, e costringe le persone a cambiare il proprio comportamento in modi che possono essere socialmente o economicamente dannosi. Nel caso di Cecil, la decisione di Palmer di chiudere lo studio ha avuto un’incidenza anche nella vita di persone che non hanno ucciso nessun leone. È probabile, per esempio, che la famiglia di Palmer dipenda economicamente dal suo stipendio, così come quelle dei suoi dipendenti.

«Se l’è meritato!»
Il guaio è che le persone che insultano e minacciano Palmer ritengono legittimo farlo perché pensano che Palmer si trovi comunque dalla parte del torto: seguendo questo ragionamento, quindi, le conseguenze spiacevoli causate dal gesto di Palmer hanno lui stesso come unico responsabile. Quando un utente di Reddit, per esempio, si è lamentato del fatto che lo studio dentistico di Palmer abbia dovuto chiudere e che i suoi dipendenti siano stati licenziati, la risposta più votata dagli altri utenti è stata: «meglio per loro, meglio che lavorino altrove».

È esattamente il tipo di risposta che, secondo Fisher, svela uno dei più grossi difetti di quella che chiama «la giustizia della folla»:

In un sistema giudiziario “istituzionale”, almeno in teoria, a un crimine è attribuita una certa gravità a seconda del danno inflitto alla società e del modo in cui sono puniti altri crimini. La massa di gente online invece determina la severità della propria sentenza sulla base di fattori soggettivi: per esempio l’aspetto esteriore della persona protagonista della storia – oppure della stessa vittima – oppure la sua aderenza a un certo stereotipo molto diffuso. La maggior parte delle storie che hanno “indignato il web” non si basa sull’impatto di una data vicenda sulla società, ma su quanto un’eventuale punizione gratifichi i persecutori.

In tutto questo, gli stessi meccanismi dell’umiliazione pubblica online premiano i convincimenti di chi in quel momento è in una posizione di forza: i social network permettono di condividere all’istante contenuti di cui non si conosce la provenienza, e che spesso sono costruiti ad arte per incastrarsi in pregiudizi molto diffusi. È lo stesso motivo che giustifica il successo delle notizie “troppo belle per essere vere”. In entrambi i casi il rischio è prendere di mira persone che non c’entrano niente. Il caso più noto degli ultimi anni è forse quello di Ryan Lanza: un ragazzo del Connecticut accusato – a torto – di avere organizzato la strage nella scuola elementare di Newtown, in cui sono state uccise 26 persone. L’identità di Lanza come possibile colpevole è stata diffusa poco dopo la strage da tutte le principali emittenti televisive e dalle principali agenzie di stampa internazionali (sembra che la causa sia stato uno scambio di documenti). Solo due ore dopo le prime voci si è scoperto però che la notizia era sbagliata, e che a compiere la strage non era stato Ryan Lanza bensì il suo fratello più giovane Adam. Nel frattempo, però, Ryan era già stato riempito di insulti e attacchi online (che fra l’altro sono state la sua prima, parziale fonte per capire ciò che era successo a suo fratello).

La cosa preoccupante
Secondo Fisher, una delle cose più preoccupanti del caso Palmer è che «siccome a tutti noi Palmer sta antipatico per quello che ha fatto, allora tolleriamo le campagne nei suoi confronti, oppure le riteniamo persino buffe o lodevoli». Che Palmer ci stia antipatico o no, invece, importa fino a un certo punto.

La cosa mi spaventa, e dovrebbe spaventare anche voi. La vicenda del leone Cecil ci dice che questo tipo di meccanismi non sta sparendo. Quello che ha fatto Palmer è sbagliato, e lui stesso merita di essere giudicato dalla legge. Ma è molto semplice dimenticare quanto la «legge della folla» sia ingiusta, quando prende di mira qualcuno di antipatico. Più i comportamenti come questi diventano la norma, più sarà facile che si ripresentino contro soggetti che non meritano che la loro vita sia distrutta.

Per come è fatta, la comunità online è in grado di decretare se una data cosa costituisca o meno un crimine – come per esempio essere una donna e lavorare nel settore tecnologico o nel giornalismo, oppure praticare la religione sbagliata: ciascuno di noi, a un certo punto, potrebbe finire dalla parte sbagliata della barricata. E permettere che accadano casi come quello di Palmer, o anche solo scrollare le spalle pensando che non si tratti di un guaio così rilevante, permette che comportamenti del genere si diffondano sempre di più.

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