Un operaio a Madrid, 23 aprile 2015 (AP Photo/Paul White)

Buone notizie dalla Spagna

L'economia continua a crescere, ora anche velocemente: ma gli elettori non sembrano darne il merito al governo di Mariano Rajoy

Un operaio a Madrid, 23 aprile 2015 (AP Photo/Paul White)

Da qualche mese le notizie sull’economia spagnola sono piuttosto buone e nel secondo trimestre del 2015 i miglioramenti sono stati confermati. Dopo il crollo economico e finanziario iniziato nel 2008 e nove trimestri di seguito di decrescita, la Spagna è uscita dalla recessione nell’ottobre del 2013. Da allora sono cominciati ad arrivare dati positivi, lenti ma costanti, a cui non è seguito però un miglioramento della fiducia nel governo.

Gli ultimi dati
Secondo il rapporto preliminare dell’Istituto nazionale di statistica di Madrid (INE), la crescita su base annua del PIL è stata del 3,1 per cento, contro il 2,7 per cento annuo dei primi tre mesi dell’anno: si tratta della percentuale più alta dall’inizio della crisi. Il prodotto interno lordo è aumentato dell’1 per cento in tre mesi: un aumento molto alto, per gli attuali standard europei. Negli ultimi tre trimestri del 2014, l’economia spagnola aveva accelerato la sua crescita con un aumento dello 0,5 per cento; tra gennaio e marzo del 2015 aveva continuato a crescere raggiungendo lo 0,9 per cento e arrivando all’1 per cento negli ultimi tre mesi.

I dati dell’Istituto nazionale di statistica dovranno essere confermati a fine agosto, ma l’esistenza di una ripresa economica che dura oramai da otto trimestri consecutivi è innegabile.

Tra i fattori che hanno contribuito alla crescita, la Banca di Spagna ha individuato innanzitutto l’aumento della domanda interna e dei consumi delle famiglie, che nel secondo trimestre dell’anno sono cresciuti dello 0,9 per cento: due decimi in più rispetto al primo trimestre che, sempre secondo la Banca di Spagna, sono stati guadagnati grazie a cambiamenti positivi nel mercato del lavoro e a un progressivo miglioramento delle condizioni finanziarie generali. Sempre secondo la stima dell’INE, a luglio, l’indice dell’inflazione non dovrebbe invece registrare alcuna variazione, rispetto all’aumento dello 0,1 per cento registrato a giugno.

Il recupero economico in generale della Spagna è stato causato anche da una forte fiducia da parte dei consumatori, da una ripresa degli investimenti delle imprese e da un miglioramento delle esportazioni. Negli ultimi mesi sono aumentate le tasse per rafforzare le entrate fiscali (come quelle universitarie); gli ammortizzatori sociali, gli investimenti pubblici e i costi della pubblica amministrazione sono stati tagliati, il settore finanziario è stato reso più solido (anche grazie al prestito da 41 miliardi di euro alle banche da parte dell’UE e della BCE); è stato rivisto il sistema pensionistico. Tutti interventi che hanno causato nel paese manifestazioni e proteste, ma che – almeno sulla carta – hanno portato a dati e numeri positivi.

Già alla fine del 2014 c’era chi aveva parlato di “miracolo spagnolo”, chi aveva spiegato che la Spagna “aveva voltato pagina” (era il titolo di una relazione del Fondo Monetario Internazionale sul paese), ma anche chi suggeriva cautela perché il potenziale di crescita andava misurato sul lungo termine. Oggi la BCE ha comunque giudicato «deludenti» i progressi compiuti dai paesi dell’area euro (della Spagna, ma anche dell’Italia) verso una convergenza reale del PIL. La BCE spiega come si abbia una «convergenza reale sostenibile quando il PIL pro capite delle economie a più basso reddito converge in maniera durevole verso quello dei paesi con redditi più alti». Questa sostenibilità non si è verificata in diversi paesi e fa proprio l’esempio della Spagna, dove dopo una crescita iniziale si è comunque mantenuto un largo divario con i paesi più ricchi.

E le prossime elezioni?
Alla fine dell’anno si svolgeranno in Spagna le elezioni politiche e il primo ministro conservatore Mariano Rajoy, del Partito Popolare in carica dalla fine del 2011, sta cercando di «corteggiare gli elettori della classe media», scrive Bloomberg, abbassando le tasse da una parte, parlando continuamente di un’economia più forte e della diminuzione della disoccupazione dall’altra. All’inizio di questo mese il governo ha alzato le sue previsioni di crescita annua per la seconda volta in un anno e ha accelerato il progetto di ridurre alcune imposte originariamente previsto per il 2016. Il tasso di disoccupazione è attualmente intorno al 22 per cento, ma nel 2013 era al 27 per cento.

Resta da vedere se questi dati saranno sufficienti a Rajoy per ottenere un secondo mandato. Diversi analisti fanno notare per esempio che i dati sulla disoccupazione non sono sufficienti a capire come sia diventato realmente il mercato del lavoro in Spagna. Al miglioramento dell’occupazione, infatti, hanno contribuito infatti due principali fattori: è diminuita la forza lavoro complessiva del paese ed è stata introdotta una legge di riforma del mercato del lavoro che rende il mercato stesso più flessibile (sono stati ridotti della metà, per esempio, i costi dei licenziamenti per le imprese in difficoltà ed è stato reso più semplice ridurre i loro stipendi). Il mercato del lavoro spagnolo resta quindi estremamente frammentato e una grande percentuale di lavoratori e lavoratrici dipendono da un contratto temporaneo o part-time poco vantaggioso che, a causa della crisi, hanno comunque accettato.

Secondo l’ultimo sondaggio elettorale pubblicato da El País il 25 luglio, il Partito Popolare (PP, centrodestra) e il Partito Socialista (PSOE, centrosinistra) sono molto vicini: 23,1 per cento il primo e 23,5 per cento il secondo. Podemos è al terzo posto con il 18,1 per cento, seguito da Ciudadanos, formazione guidata da Albert Rivera, giovane catalano che si oppone all’indipendentismo regionale, al 16. Da diversi mesi i sondaggi e i dibattiti interni raccontano che, chiunque vincerà, alla fine dell’anno si avrà nel paese una situazione comunque ben diversa rispetto a quella del bipartitismo che ha dominato la politica spagnola negli ultimi anni.

Quattro partiti (due tradizionali, il PP e il PSOE, e due emergenti, Podemos e Ciudadanos) si contendono infatti circa l’80 per cento dei voti: sono molto vicini tra loro e la distanza tra il quarto e il primo non supera gli otto punti percentuali. Se queste cifre dovessero essere confermate, nessuno raggiungerebbe la maggioranza assoluta e sarebbero necessarie delle alleanze che penalizzerebbero Rajoy. Questi dati confermano anche che Podemos e Ciudadanos entreranno presto nel panorama politico spagnolo, mettendo fine al bipartitismo di PSOE e PP verso i quali c’è comunque un forte scontento. Sono principalmente due gli elementi che hanno contribuito a questa disaffezione. Il primo è la crisi economica, con le misure di austerità e una diffusa riluttanza ad attribuire al governo stesso i segnali di una ripresa economica presenti in Spagna (la ripresa, sempre secondo le opinioni degli elettori raccolte dai sondaggi, sarebbe dovuta al miglioramento in generale dell’economia).

C’è poi una seconda questione che spiegherebbe la perdita di fiducia nei due tradizionali partiti del paese. Il Partito Socialista e Partito Popolare – colpito nel 2013 da una serie di scandali legati alla corruzione – non hanno saputo affrontare al loro interno il rinnovamento di cui avrebbero avuto bisogno, finendo per essere identificati con un passato non troppo felice. La naturale conseguenza dell’attuale situazione è un grande e diffuso entusiasmo verso le nuove forze politiche che sono emerse negli ultimi tempi: PP e PSOE non scompariranno alle prossime elezioni, ma è probabile che ne usciranno ridimensionati.

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