La complessità dei selfie

Douglas Coupland si chiede cosa siano davvero e cosa succede quando diventano un'opera d'arte (più o meno)

Gli “artselfie” sono i selfie fatti davanti a famose opere d’arte, e hanno una storia lunga già qualche anno. Il “collettivo di artisti” DIS ha prodotto un libro sul tema uscito nel 2014 e intitolato #artselfie, che raccoglie selfie scattati nei musei di tutto il mondo insieme a testi scritti da Simon Castets e Douglas Coupland, lo scrittore famoso per il libro Generazione X. Nell’introduzione di #artselfie, Coupland – che è molto noto per la sua abilità nell’osservare i fenomeni culturali contemporanei– parla in modo più ampio di cosa siano i selfie (“Specchi che possiamo congelare”), da dove arrivino e cosa ci spinga a farli, in che modo cambino il nostro rapporto con l’immagine di noi stessi (“Con il selfie ci si trasforma in un prodotto. Si rinuncia alla forza della propria sessualità”) e come cambieranno loro in futuro (passeremo ai selfie 3D?). Tutte queste cose, poi, si complicano quando dentro a un selfie ci finisce anche un’opera d’arte: «Scontornate e applicate un hashtag e non vi sentirete più una formica. Almeno per un po’, fin quando non troverete una posa migliore, con una luce migliore, o meglio ancora un Rothko che mette in risalto la vostra carnagione. Aspetta… ma quello lì non è un cane-palloncino di Jeff Koons?». Il testo di Coupland è stato tradotto in italiano e pubblicato domenica da Repubblica.

C’è quel momento particolare che tutti abbiamo sperimentato, quando camminiamo per strada e cogliamo in una vetrina, di sfuggita, il riflesso di qualcuno e ci diciamo: «Però! Che essere umano attraente e amabile è quella persona…». Solo per renderci conto, pochi istanti dopo, che stiamo guardando il nostro riflesso… A quel punto ci diciamo: «Forse non dovrei essere così severo come sono di solito con la mia immagine». Ma naturalmente non cambia nulla, e qualunque sia il nostro rapporto con lo specchio, prosegue immutato.

Ed ecco che entra in scena il selfie . Ha detto Oscar Wilde (o T. S. Eliot o William Boyd, a seconda della fonte che avete consultato su internet) che «l’ultima cosa che impariamo nella nostra vita è l’effetto che produciamo sulle altre persone». Probabilmente è vero, ma i selfie ci costringono a riformulare la citazione così: «L’ultima cosa che impariamo nella vita è quanto ci fanno apparire fasulli, insinceri e stupidamente presuntuosi i selfie agli occhi degli altri».

I selfie sono specchi che possiamo congelare. Un insieme di selfie è un servizio fotografico che contiene solo foto lusinghiere. Il selfie ci consente di vedere come si guardano gli altri allo specchio facendo la faccia fascinosa quando non c’è nessuno — se non fosse che di questi tempi c’è sempre qualcuno, in ogni posto e in ogni momento. E non conosciamo tutti il rossore in viso e il tono finto umile di un selfitaro quando gli parliamo di un selfie che ha postato? «Quella foto? Ah sì, ha-ha… sai, è solo una foto fatta così, che avevo nella macchinetta. Non avrei dovuto mettere una foto del genere su Facebook. Però sto bene, vero?».

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