(Bill Pugliano/Getty Images)
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  • sabato 20 giugno 2015

Detroit ci sta riprovando

Andrea Marinelli racconta sul Corriere della Sera gli sforzi della città del Michigan per riprendersi dalla bancarotta e da quarant'anni di declino economico

(Bill Pugliano/Getty Images)

Il Corriere della Sera ha pubblicato un lungo reportage su Detroit scritto dal giornalista italiano Andrea Marinelli, che si occupa spesso di Stati Uniti e che nel 2012 ha pubblicato un apprezzato libro sulle primarie repubblicane negli Stati Uniti, L’ospite. Marinelli ha raccontato i recenti sforzi di Detroit di riprendersi dopo la bancarotta del luglio del 2013, alla fine di circa quarant’anni di declino economico: un tempo Detroit era il centro mondiale dell’industria delle automobili, ma nel 2013, a causa delle molte crisi del settore da cui dipendeva gran parte dell’economia cittadina, il comune aveva accumulato 18 miliardi di dollari di debiti. Marinelli racconta che oggi la città «sembra una vecchia villa aristocratica messa a soqquadro dai ladri», ma anche che «Il centro, che a lungo aveva ricordato la desolazione delle immense praterie del Midwest, si sta rianimando; l’economia vede uno spiraglio appoggiandosi soprattutto sulle startup tecnologiche che attraggono giovani e sulle piccole imprese; e nelle case si riaccendono le luci, grazie anche alla comunità creativa che a Detroit ha trovato un luogo economico dove poter vivere e lavorare.»

Detroit è una città sospesa, perennemente divisa fra i racconti di una crisi che ne ha svuotato le case e le promesse di rinascita, che si ripetono perpetue nella speranza di vedere riemergere la grande metropoli industriale del primo Novecento americano. Seduta sulle sponde dell’omonimo fiume che la separa dal Canada, da cui soffia sempre una brezza gelida, la città del Michigan ha vissuto due vite opposte, passando in breve tempo dall’essere una terra d’avanguardie e innovazione al declino inarrestabile, e si è portata appresso la narrativa del risorgimento che l’ha incastrata negli ultimi decenni.

Già leggendo il necrologio di Henry Ford II – nipote di Henry, uno dei padri del capitalismo americano, morto di polmonite a 70 anni il 29 settembre 1987 – si scopre un uomo che aveva passato  la parte finale della vita a cercare di ricostruire la sua città in declino: dall’inizio degli anni Settanta aveva provato a rianimare l’economia locale, arrivando a realizzare sulle rive del Detroit River un mastodontico complesso di sette grattacieli inaugurato nel 1977, a cui aveva dato il nome di Renaissance Center.

Da allora sono passati circa quarant’anni, e la ripresa di Detroit è stata annunciata decine di volte. Eppure, nonostante i profeti della rinascita, le abitazioni hanno continuato a svuotarsi. In mezzo secolo la città ha visto fuggire due terzi della sua popolazione – quelli che potevano permettersi un trasferimento nei bianchi sobborghi benestanti – e nei quartieri derelitti sono rimasti quasi esclusivamente i disperati, per lo più afroamericani. Oggi la città trabocca di case in rovina prossime al crollo e di lotti abbandonati, ha infrastrutture scadenti e un sistema scolastico inadeguato, oltre a un altissimo tasso di criminalità.

Nonostante abbia sempre deluso le aspettative e sia arrivata due anni fa a dichiarare bancarotta, Detroit sta provando ancora a superare la sua reputazione decadente. Ricominciare non è facile, ma in città si respira la voglia di lasciarsi conquistare dall’epica tutta americana del derelitto che, dopo essere caduto, rinasce. Il centro, che a lungo aveva ricordato la desolazione delle immese praterie del Midwest, si sta rianimando, l’economia vede uno spiraglio appoggiandosi soprattutto sulle startup tecnologiche che attraggono giovani e sulle piccole imprese, nelle case si riaccendono le luci, grazie anche alla comunità creativa che a Detroit ha trovato un luogo economico dove poter vivere e lavorare.

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