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  • martedì 23 ottobre 2012

Intorno a Romney

Luoghi, storie e persone dalla campagna elettorale dei repubblicani in Ohio, raccontati da Andrea Marinelli che l'ha seguita passando da un divano all'altro

di Andrea Marinelli

Andrea Marinelli è un giornalista freelance che quest’anno ha seguito le primarie repubblicane negli Stati Uniti finanziando i suoi viaggi attraverso una piattaforma di crowdfunding, cioè raccogliendo donazioni in rete, e dormendo a casa di sconosciuti trovati su Couchsurfing. Nel frattempo raccontava quello che succedeva su un blog che quindi era composto per metà da notizie politiche e per l’altra metà da un diario di viaggio, e molto spesso le due cose si sono mescolate. Ora il suo diario è raccolto in un libro che si chiama “L’ospite”, ha una prefazione di Massimo Gaggi, inviato del Corriere della Sera a New York, e si può acquistare su Amazon. Pubblichiamo di seguito il capitolo che racconta le primarie in Ohio.

La sala della Cleveland State University dove Mitt Romney tiene il suo comizio è gremita di persone. In mezzo è stata creata una piccola arena transennata e decorata di coccarde tricolori, da cui l’ex governatore del Massachusetts parlerà alla folla. Intorno ci sono tre tribune di metallo e una folla accalcata dietro le transenne già un’ora prima dell’inizio. Alle loro spalle è sistemata la stampa, oggi meno numerosa rispetto alle ultime apparizioni in Michigan.

Mentre parlo con i sostenitori di Romney incontro Elwin, un signore di 55 anni dallo sguardo simpatico e con pochi capelli che comincia a parlarmi in un buon italiano non appena gli dico la mia provenienza. Elwin è un professore al dipartimento di architettura della Kent State University, dove il 4 maggio del 1970 la Guardia Nazionale degli Stati Uniti aprì il fuoco sugli studenti che manifestavano contro l’invasione americana della Cambogia, annunciata dal presidente Richard Nixon quattro giorni prima. Morirono quattro ragazzi e altri nove rimasero feriti. Elwin ha vissuto due anni in Italia, dove è stato in missione.
«Sei mormone?», gli chiedo già sapendo la risposta.
«Sì», mi risponde, raccontandomi di aver vissuto dal 1974 al 1976 fra Torino, Milano, Como e Genova. Da bravo mormone, Elwin ha passato due anni in missione.
«Ci sono diversi tipi di missione», mi spiega. «Quella tipica si fa a 19 anni e dura due anni, oppure a 21 anni per le donne, che partono per un anno e mezzo. I pensionati invece si impegnano in missioni più elastiche, normalmente fra i sei mesi e due anni, a seconda delle proprie possibilità finanziarie». Per diventare missionari bisogna vivere una «vita cristiana», come mi dice Elwin. Non si deve bere né fumare e bisogna avere il desiderio di diffondere la parola di Dio. Soprattutto bisogna avere abbastanza soldi per potersi mantenere. Chi è interessato invia la propria candidatura, viene convocato per un training durante il quale inizia a conoscere anche la lingua del posto e poi viene inviato in una determinata area geografica. Romney passò i suoi due anni in Francia, dove ebbe anche un brutto incidente d’auto in cui morì uno dei passeggeri. Lui era alla guida. Elwin fu invece mandato in Italia. Si alzava tutte la mattine alle 6.30 per studiare le scritture, poi alle 9.30 usciva per diffondere la parola di Gesù Cristo.

Normalmente fermava persone per strada, domandando se fossero interessate a saperne di più sulla chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni, la chiesa mormone.
«Mi ricordo le ore passate in Piazza San Carlo, a Torino, a fermare la gente», mi dice in un italiano arrugginito dal tempo, prima di passare all’inglese. «I più educati mi dicevano ‘abbia pazienza’, per fortuna – scherza – non ricordo le risposte più colorite. Mi ricordo perfettamente invece di un signore che indossava gli occhiali scuri e aveva un cartello con la scritta ‘cieco’. Sedeva ogni giorno alla fine del portico vicino alla banca. Non aveva nessun interesse nella mia religione, ma con la testa seguiva tutte le belle ragazze in minigonna che passavano davanti a lui», mi dice con un largo sorriso.

Altre volte andava di porta in porta a cercare qualcuno interessato a parlare con lui. Se trovava qualcuno incuriosito fissava un appuntamento con tutta la famiglia, durante il quale illustrava i fondamenti della sua religione.
«Alcune erano anime pie», ricorda. «Specie nei primi mesi della missione mi ricordo le difficoltà che avevo a esprimermi in italiano. E poi avevamo mezza giornata libera a settimana, durante la quale facevamo la lavatrice, scrivevamo a casa, facevamo un po’ di attività fisica e visitavamo qualche museo. Facevamo la lavatrice il più in fretta possibile e poi correvamo a dedicarci alle cose che più ci appassionavano».
Nel 1975, a Como, Elwin divenne capo della congregazione locale, che consisteva in quattro missionari e tre membri italiani. Tre anni fa è tornato a trovare gli italiani e alla messa della domenica c’erano oltre cento persone.

«Mi sono commosso», mi racconta. «Non mi sarei mai immaginato questo successo nel 1975. Queste missioni aiutano anche ad allargare gli orizzonti», sostiene Elwin con orgoglio. «Quando facevo il missionario a Torino visitai la Chiesa di San Lorenzo. Era una delle più belle che avessi mai visto. Ho finito per studiare Storia dell’architettura alla Cornell University e ho fatto la tesi proprio su quella chiesa. Mia sorella invece ha fatto la missionaria in Venezuela e ha fatto la tesi sulla tribù Guajiro».
Quando gli chiedo se secondo lui l’Italia è aperta al mormonismo Elwin mi blocca e mi corregge immediatamente.
«Io non sono un seguace di Mormon», mi dice con decisione. «Sono un seguace di Gesù Cristo. Il termine mormoni ce lo hanno dato gli altri. Dovresti chiedermi invece se l’Italia è aperta alla mia fede nei confronti di Cristo. In quei due anni direi che l’Italia era aperta solo in minima parte. La tradizione è molto forte e anche chi era interessato al nostro messaggio subiva la pressione della famiglia o dei datori di lavoro. Ora, tornando in Italia, ho notato invece un paese in cui la religione è un fattore molto meno importante nella vita delle persone».

«Secondo te quanto sarà importante l’aspetto religioso in queste elezioni?», gli chiedo incuriosito.
«Non posso parlare per gli evangelici», mi risponde, «ma posso assicurarti che negli Stati Uniti c’è qualche pregiudizio nei confronti della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Nella mia vita ho incontrato però anche numerose persone che mi hanno accettato e rispettato. Tuttavia alcuni evangelici preferirebbero votare per un cane, piuttosto che un mormone. Sono venuto qua non solo perché credo che Romney sarà un ottimo presidente, ma anche perché ho la sensazione che posso aiutare i miei nipoti a ritagliarsi uno spazio nella società americana, di modo che non dovranno subire i pregiudizi che ho subito io».

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