Binta Ibrahim, una donna salvata dall'esercito della Nigeria dalla foresta di Sambisa, 4 maggio 2015 (AP Photo/Sunday Alamba)
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  • giovedì 21 Maggio 2015

Le donne rapite in Nigeria, e incinte

È una storia di cui si legge poco, ma ne ha parlato di recente anche l'ONU: coinvolge molte donne prima detenute da Boko Haram, che non hanno possibilità di abortire

di Giulia Siviero – @glsiviero
Binta Ibrahim, una donna salvata dall'esercito della Nigeria dalla foresta di Sambisa, 4 maggio 2015 (AP Photo/Sunday Alamba)

Nelle ultime settimane centinaia di donne e ragazze detenute dal gruppo islamista estremista Boko Haram sono state trovate e liberate dall’esercito nigeriano. Diversi governi, ONG e anche le Nazioni Unite stanno cercando di fornire loro il sostegno psicologico e medico necessario: alcune donne, a seguito degli stupri subiti, sono incinte ma per la legislazione nigeriana non possono abortire. E offrire cure prenatali, servizi di pianificazione familiare, trattamenti per malnutrizione e garantire loro un parto sicuro sono per ora le uniche possibilità prese in considerazione, come spiega un lungo articolo della giornalista Jill Filipovic su Cosmopolitan.

Qualche numero
Sul numero delle donne e ragazze rapite da Boko Haram liberate e incinte circolano da qualche giorno diverse cifre. Alcuni giornali locali dicono che delle 234 donne liberate a inizio di maggio almeno 214 sono incinte. Ratidzai Ndhlovu, rappresentante in Nigeria del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA, che si occupa di diritti delle donne nei paesi in stato di crisi), ha detto però che questa cifra non è precisa e ha specificato che su 234 ragazze sono in corso gli accertamenti degli operatori sanitari e non sono ancora disponibili i numeri sulle gravidanze. Ndhlovu, così come Stéphane Dujarric, portavoce dell’ONU, ha però confermato che sono molte le ragazze e le donne liberate dall’esercito nigeriano a essere incinte.

Gli stupri sistematici
La questione delle gravidanze delle donne rapite si lega alle notizie su stupri sistematici e matrimoni forzati a cui sono sottoposte ragazze e donne rapite da Boko Haram, come ha raccontato recentemente il New York Times attraverso diverse testimonianze: secondo Amnesty International, circa 2 mila donne e bambine sono state rapite dal gruppo dall’inizio del 2014. Amnesty ha elencato 38 nuovi casi di sequestri di massa commessi da Boko Haram, intervistando anche 28 donne che sono poi riuscite a fuggire dai paesi dove erano state portate. Tutte hanno descritto condizioni di detenzione spaventose, hanno detto di essere state costrette a sposare dei miliziani e molte hanno raccontato di essere state ripetutamente stuprate.

«Sono stata violentata più volte quando ero nel campo. A volte erano in cinque. A volte in tre, a volte in sei. Questo è continuato per tutto il tempo che sono rimasta lì. Succedeva soprattutto la notte (…) Alcuni di loro erano miei ex compagni di classe del mio villaggio. Chi mi conosceva tendeva a essere ancora più violento con me».

Altre ex prigioniere hanno detto di essere state costrette a imparare a usare le armi e a fabbricare bombe artigianali. Una di loro, Aisha – che in tre mesi di prigionia è stata regolarmente violentata e ha raccontato l’uccisione di più di 50 persone, tra cui sua sorella – ha raccontato di essere stata mandata in una zona di combattimento per lanciare delle bombe e attaccare il suo stesso paese di provenienza. Nei campi risulta poi che le donne siano indottrinate dal gruppo alla loro versione dell’Islam in vista del matrimonio. Le testimonianze confermano quanto spiegato da diversi analisti politici e cioè che negli ultimi mesi l’insurrezione di Boko Haram è entrata in una nuova fase molto più aggressiva. Di questa nuova strategia fanno parte i sistematici rapimenti di donne, stuprate e ridotte a oggetti sessuali per i miliziani o indottrinate all’Islam radicale in vista di un loro matrimonio o di una loro adesione alla causa. Questo non vale solo per Boko Haram. I movimenti estremisti presenti in Iraq, in Siria, in Somalia e in altri paesi asiatici – come Myanmar e Pakistan – hanno un elemento in comune: la violenza contro le donne e la limitazione della libertà femminile (e non come prodotti collaterali o incidenti di percorso).

Il governatore dello stato di Borno, roccaforte di Boko Haram nel nord-est del paese, ha detto di temere che le donne e le ragazze stuprate dagli estremisti islamici possano far nascere dei futuri terroristi: «Sono seriamente preoccupato per il fatto che la maggior parte delle donne diventate madri a seguito di uno stupro tendono ad odiare e ad abbandonare i bambini. Il problema è che questi bambini possano vivere per le strade, incustoditi, che non abbiano accesso al cibo, all’assistenza sanitaria e all’istruzione. Il risultato è che possano in qualche modo ereditare l’ideologia dei loro padri».

Le donne, prima di tutto
Al di là dei timori del governatore dello stato di Borno, la preoccupazione delle organizzazioni internazionali e delle Nazioni Unite che stanno lavorando in Nigeria sono altre. Una dirigente dell’UNFPA ha per esempio spiegato che nei conflitti «la maggior parte delle persone potrebbe pensare che le popolazioni abbiano bisogno solo di acqua e servizi igienico-sanitari, tende, alloggi e cibo, che sono cose tutte certamente importanti. Ma le donne e le ragazze, soprattutto se in stato di gravidanza, hanno esigenze specifiche di cui spesso non si occupa nessuno». I governi e le organizzazioni internazionali stanno lavorando per cercare di offrire servizi specifici alle donne incinte: cure prenatali, servizi di pianificazione familiare, trattamenti contro la malnutrizione. Ma le donne stuprate da Boko Haram e incinte non hanno la possibilità di abortire.

Qualche avvocata per i diritti delle donne e diverse attiviste femministe, con riferimento a questa specifica storia, hanno parlato di «un’omissione inconcepibile»: hanno spiegato che esistono degli ostacoli giuridici ma che allo stesso tempo sarebbero superabili se solo ci fosse la volontà politica di discutere di aborto. L’interruzione di gravidanza in Nigeria è illegale, eccetto i casi in cui è a rischio la salute della donna. L’aborto è comunque una pratica comune: è stato calcolato che ogni anno vengono compiuti nel paese 760 mila aborti. Molti sono clandestini e quindi il monitoraggio dei tassi di mortalità femminile o di lesioni è ancora più difficile: gli analisti stimano però che in Nigeria siano circa 34 mila le donne che ogni anno muoiono di aborto (le stime più prudenti parlano di circa 3 mila donne).

La Nigeria è però uno dei paesi che hanno firmato il Protocollo di Maputo, una convenzione internazionale del 2003 che chiede ai rappresentanti dei governi africani di farsi carico dell’eliminazione di tutte le forme di discriminazione e violenza verso le donne, e di avviare una politica di parità fra i sessi in tema di diritti e di doveri. All’articolo 14 – dedicato ai diritti in materia di salute e diritti riproduttivi – si legge che devono essere protetti «i diritti riproduttivi delle donne autorizzando l’aborto terapeutico nei casi di violenza sessuale, stupro, incesto e quando portare avanti la gravidanza comprometterebbe la salute mentale e fisica della donna o la vita della donna o del feto». Se ce ne fosse la volontà politica, sostengono alcune, la Nigeria potrebbe permettere l’aborto anche se la sua legge nazionale non lo prevede direttamente. Chi ha subito violenza è vulnerabile alla depressione, allo stress post-traumatico e a molti altri problemi di salute mentale.

In Nigeria si è già a conoscenza di qualche caso simile: Ratidzai Ndhlovu, rappresentante  dell’UNFPA, ha parlato ad esempio di una donna stuprata da un uomo di Boko Haram che è rimasta incinta, ha partorito e rifiutato il bambino che è stato quindi affidato a un orfanotrofio. Per quanto riguarda la garanzia di fornire la possibilità e l’assistenza per un aborto sicuro, però, non c’è ancora una mobilitazione internazionale significativa.