Bujumbura, 13 maggio 2015. (LANDRY NSHIMIYE/AFP/Getty Images)
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  • mercoledì 13 maggio 2015

C’è un colpo di stato in Burundi?

Lo ha annunciato un generale dell'esercito, la presidenza lo definisce "fantasioso": ma ci sono carriarmati per le strade, dopo settimane di proteste

Bujumbura, 13 maggio 2015. (LANDRY NSHIMIYE/AFP/Getty Images)

Un generale dell’esercito del Burundi, Godefroid Niyombareh, ha annunciato di aver deposto il presidente del paese, Pierre Nkurunziza. Il presidente è contestato da due settimane per la sua decisione di modificare la Costituzione pur di permettergli una candidatura per un terzo mandato; da allora nella capitale Bujumbura vanno avanti manifestazioni e cortei contro di lui. Parlando ai giornalisti in una base militare, il generale Niyombareh – a sua volta congedato da capo dei servizi segreti lo scorso febbraio – ha detto: «Le masse hanno deciso di prendere nelle loro mani il destino della nazione per porre rimedio alla situazione incostituzionale nella quale è stato fatto sprofondare il Burundi»; intanto però il presidente Nkurunziza si trova in Tanzania e l’account ufficiale della presidenza su Facebook ha scritto che il golpe, definito «fantasioso», è stato «sventato».

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Le prossime elezioni presidenziali in Burundi si terranno il 26 giugno. Nkurunziza è presidente dal 2005, eletto dal Parlamento, ed è stato poi rieletto con voto popolare nel 2010: per questo dice di poter presentare una nuova candidatura quest’anno, nonostante sia la Costituzione del paese che gli accordi di pace successivi alla guerra civile impongano un limite di due mandati consecutivi, mentre i suoi oppositori lo accusano di voler forzare la legge per mantenere il potere. Nkurunziza si è rifiutato di posticipare il voto per cercare un accordo con l’opposizione e il 5 maggio la Corte Costituzionale del paese ha dato ragione alla sua interpretazione della legge, autorizzando di fatto la sua nuova candidatura. Il viaggio in Tanzania del presidente Nkurunziza era previsto da giorni: l’incontro è stato organizzato proprio per discutere della crisi con i capi di Stato e di governo dell’Uganda, del Kenya, del Ruanda e della Tanzania.

Le proteste anti-governative delle ultime due settimane sono state molto violente: finora sono state uccise almeno 20 persone, ha detto la Croce Rossa del Burundi e circa 20mila persone sono state costrette a lasciare le loro case e a rifugiarsi in Ruanda e Congo, paesi che confinano con il Burundi. Le proteste di queste settimane sono state represse soprattutto dalla polizia, anche mercoledì mattina, mentre l’esercito ha fatto da “cuscinetto” tra poliziotti e manifestanti (il 3 maggio il capo delle forze armate, il generale Prime Niyongabo, aveva annunciato la neutralità dell’esercito); Associated Press scrive che dal momento in cui è stato annunciato il colpo di stato in giro per la capitale non si vedono più poliziotti, e che ci sono diversi carriarmati e soldati in giro per la città.

Una settimana fa il governo aveva anche bloccato l’accesso dai telefoni cellulari ad alcuni social network e ai servizi di messaggistica – tra gli altri WhatsApp, Twitter, Facebook e Tango – che secondo le autorità erano stati usati per incitare e organizzare le proteste. Il governo aveva deciso anche la chiusura delle radio indipendenti del paese: le radio erano state poi riaperte con l’avvertenza da parte del vicepresidente Prosper Bazombanza di smettere di incitare le proteste. Malcolm Webb di Al Jazeera dice che l’esercito ha invitato i giornalisti internazionali a non uscire dai loro uffici.

Il Burundi è un paese senza sbocco sul mare dell’Africa centrale: si trova nella regione dei Grandi Laghi, conosciuta in Occidente per i massacri degli anni Novanta e in particolare per il genocidio in Ruanda, quando nel giro di 100 giorni furono uccise 1 milione di persone. Il Burundi, che è uno dei paesi più poveri al mondo, ha circa 10 milioni di abitanti: l’etnia prevalente è quella degli hutu (85 per cento) e poi ci sono i tutsi (14 per cento). Durante lo scorso secolo è stato una colonia della Germania e del Belgio, che ne aveva fatto un’unica amministrazione insieme al Ruanda, e ha ottenuto l’indipendenza nel 1962. Dopo l’indipendenza cominciò un periodo di grandi violenze, tra massacri, colpi di stato e presidenti uccisi: hutu e tutsi raggiunsero un accordo nel 2000 e quell’accordo stabiliva tra le altre cose che il presidente del Burundi non poteva rimanere in carica per più di due mandati. Nkurunziza è di etnia hutu.

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