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  • martedì 12 maggio 2015

La nuova ipotesi sulla morte di Bin Laden

È molto diversa dalla versione ufficiale e la sostiene un importante giornalista americano, ma è ritenuta traballante e senza prove

Aggiornamento: come indicato nel testo, NBC ha corretto la sua precedente versione sulle fonti che avrebbero confermato la versione di Hersh.

I giornali americani stanno discutendo da giorni di un nuovo controverso articolo del giornalista statunitense Seymour Hersh, che accusa l’amministrazione Obama di aver inventato la storia della cattura e dell’uccisione di Osama Bin Laden per cercare di essere rieletto alla presidenza. Fino a una decina di anni fa Hersh era considerato uno dei più importanti giornalisti investigativi al mondo: nel 1970 vinse il Premio Pulitzer per aver raccontato il massacro di My Lai durante la guerra in Vietnam, mentre nel 2004 scrisse delle violazioni dei diritti umani nel carcere di Abu Ghraib, in Iraq.

Negli ultimi tempi però Hersh, che ora ha 78 anni, ha scritto molti articoli giudicati complottisti, spesso contraddittori e supportati scarsamente dai fatti, che sono stati più volte smontati da altri giornali. Ha per esempio sostenuto che le forze speciali americane sono controllate dall’Opus Dei, che soldati americani hanno addestrato terroristi iraniani in Nevada, e che l’attacco con il sarin in Siria nel 2013 è stato portato avanti dai ribelli siriani con la complicità della Turchia e non dal regime di Assad.

Il New Yorker, con cui collaborava dal 1993, si sarebbe rifiutato di pubblicare l’ultimo articolo, quello dedicato all’operazione per catturare Bin Laden, portando alla definitiva rottura dei rapporti tra Hersh e la rivista. L’articolo è quindi uscito sull’ultimo numero della London Review of Books, periodico letterario e politico britannico, ed è stato pubblicato domenica sulla versione online della rivista. È lungo 10mila parole e sostiene che l’operazione – presentata come eroica e rischiosa dalla Casa Bianca – che portò all’uccisione di Osama Bin Laden ad Abbottabad, in Pakistan, nella notte tra l’uno e due maggio 2011, non è mai avvenuta e che fu invece un’enorme operazione di copertura.

Hersh racconta che Bin Laden era stato catturato dai servizi segreti pakistani nel 2006, che di fatto lo tenevano prigioniero ad Abbottabad, che si trova a circa 50 chilometri a nord dalla capitale Islamabad. Il Pakistan lo utilizzava come una sorta di ostaggio per contenere le violenze dei talebani e di al Qaida, minacciando di consegnarlo agli americani. L’Arabia Saudita era al corrente della situazione e contribuiva economicamente alla sua prigionia. Nel 2010 il Pakistan acconsentì a cedere bin Laden agli Stati Uniti in cambio di maggiori aiuti militari e per avere più libertà d’azione in Afghanistan. Il gesto però sarebbe stato mal visto da parte dell’opinione pubblica – molti pakistani considerano bin Laden un eroe – e avrebbe provocato rappresaglie da parte di al Qaida. Per questo il Pakistan chiese agli Stati Uniti di organizzare un’operazione di copertura per nascondere e depistare il loro accordo. Hersh scrive che Ashfaq Parvez Kayani, capo dell’esercito pakistano, e Ahmed Shuja Pasha, direttore dei servizi segreti pakistani (ISI), erano necessariamente al corrente dell’operazione.

Secondo la ricostruzione di Hersh, non è vero che gli Stati Uniti scoprirono dove si nascondeva bin Laden dopo aver rintracciato e tenuto d’occhio un suo corriere. Nell’agosto del 2010 un ex agente dell’ISI avrebbe detto a Jonathan Bank, capo della CIA in Pakistan, che sapeva dove si trovava bin Laden; la CIA iniziò a sorvegliare Abbottabad e a ottobre avvertì Obama che probabilmente aveva localizzato bin Laden. Nello stesso periodo l’ex agente dell’ISI raccontò che bin Laden, che a suo dire era diventato invalido, era tenuto prigioniero dal Pakistan con la connivenza dell’Arabia Saudita. A quel punto americani e pakistani strinsero l’accordo e si misero a pianificare l’operazione di copertura. Hersh racconta che i Navy SEALs, le unità speciali dell’esercito americano che hanno portato avanti l’operazione di cattura di bin Laden, vennero semplicemente accompagnati da un funzionario dell’ISI a casa di Bin Laden. L’obiettivo era da subito quello di ucciderlo – e non di catturarlo vivo, come ha spiegato Obama – e gli spararono nella sua camera da letto. In particolare i Navy SEALs avrebbero «fatto a pezzi il suo corpo a colpi di fucile» e l’avrebbero poi «gettato sulle montagne dell’Hindukush» (una catena montuosa nel nord ovest del paese) durante il viaggio di ritorno negli Stati Uniti. Anche la sepoltura in mare del cadavere di Bin Laden sarebbe falsa, perché «a quel punto non era più rimasto niente del corpo di Bin Laden da gettare in mare».

Hersh sostiene che mostrare il corpo del terrorista morto non sarebbe stato necessario: il piano iniziale prevedeva che Obama avrebbe raccontato alla stampa che Bin Laden era stato ucciso da un drone. Durante l’operazione però uno dei due elicotteri utilizzati dei Navy SEALs era precipitato, la cosa aveva attirato l’attenzione ed era quindi necessario dare subito la notizia della morte di Bin Laden. Per questo venne inventata in fretta e furia la storia dell’attacco, accompagnata da alcuni particolari inventati per mettere in cattiva luce Bin Laden e poi smentiti, come per esempio che aveva cercato di farsi scudo con il corpo della moglie. Infine la gran quantità di materiale trovato a casa di Bin Laden e che confermerebbe il suo coinvolgimento nelle operazioni di al Qaida dell’epoca, sarebbe stato artefatto dalla CIA per allontanare i dubbi sulla sua prigionia a opera del Pakistan e presentarlo come un obiettivo ancora pericoloso.

L’articolo di Hersh è stato criticato, più o meno cautamente, da gran parte della stampa americana, e molti giornalisti autorevoli ne hanno messo in rilievo le numerose contraddizioni e la scarsità di prove (facendo insomma il cosiddetto debunking). Il giornalista di CNN Peter Bergen – esperto in sicurezza nazionale e il primo ad aver realizzato un’intervista televisiva con Bin Laden, nel 1997 – ha definito l’articolo “un ammasso di sciocchezze”. Max Fisher di Vox – che ha scritto un lungo articolo in cui mette in luce moltissimi punti che non tornano – dice che «la storia di Hersh è piena di giustificazioni: quando i fatti sembrano contraddire chiaramente le sue teorie, la sua risposta è che sono un’ulteriore prova di quanto sia architettata e profonda la cospirazione».

La critica più condivisa è banalmente metodologica, e riguarda la debolezza delle fonti e l’assenza di prove a sostegno dei fatti riportati nell’articolo. Di fatto tutta la storia si basa sui racconti di due persone: Asad Durrani, capo dell’intelligence pakistana dal 1990 al 1992, e «un funzionario dell’intelligence [americana] in pensione che era al corrente delle prime informazioni dei servizi segreti sulla presenza di Bin Laden a Abbottabad». Come sottolinea Fisher, Hersh non parla mai di documenti e non cerca neanche di provare l’affidabilità delle sue fonti: pur non avendo assistito in prima persona ai fatti e non essendo direttamente coinvolte nell’intelligence da anni, non vengono mai messe in discussione.

Dopo aver letto l’articolo, Bergen ha contattato via email Durrani, che ha risposto di non aver «alcuni tipo di prova» che l’ISI sapesse che Bin Laden si nascondeva a Abbottabad, ma che comunque può «sostenere che la cosa è plausibile». Ha inoltre detto che «l’operazione non sarebbe stata possibile senza il nostro aiuto». Hersh parla anche di due altri «consulenti» non meglio specificati, e sempre anonimi. Di fatto, oltre alle testimonianze di Durrani e dell’ex agente americano, l’articolo si fonda sulla convinzione di Hersh che il racconto ufficiale dei fatti non tiene: «sembra una storia di Lewis Carroll» (l’autore di Alice nel paese delle meraviglie), scrive.

Secondo Fisher, la parte più traballante dell’articolo non è comunque l’inattendibilità delle fonti, bensì le numerose contraddizioni interne della sua ricostruzione, in particolare sull’accordo segreto tra Pakistan e Stati Uniti. Secondo questa tesi, il Pakistan avrebbe deciso di cedere Bin Laden in cambio di aiuti militari e di maggior libertà d’azione in Afghanistan, ma la cattura di Bin Laden ha portato a un peggioramento dei rapporti tra i due paesi, ed è accaduto esattamente l’opposto. Gli Stati Uniti hanno sospeso gli aiuti militari e le operazioni congiunte in Afghanistan. Pochi giorni dopo l’uccisione di Bin Laden, il Pakistan ha rivelato il nome del capo della CIA a Islamabad. Qualche mese prima aveva fatto lo stesso, facendo saltare la copertura di Jonathan Bank, l’uomo che per primo venne contattato da un ex agente pakistano a proposito di bin Laden. Bank, il cui ruolo appare piuttosto importante nel racconto di Hersh, sarebbe stato messo volutamente in pericolo da pakistani e americani, costretto a fuggire dal paese e lasciare il suo lavoro. Secondo Hersh è parte dell’operazione di copertura: «I pakistani dovevano coprirsi se l’operazione congiunta con gli americani nello sbarazzarsi di Bin Laden fosse venuta fuori. Avrebbero potuto dire: “dite a noi? Ma se abbiamo appena cacciato il vostro capo in Pakistan”».

Sempre a proposito dei rapporti tra Pakistan e Stati Uniti, in molti hanno fatto notare che a inizio 2011 non erano affatto buoni, contrariamente a quanto descrive Hersh. Oltre ad aver fatto saltare la copertura di Bank, il Pakistan aveva da poco arrestato Raymond Davis, un contractor della CIA che aveva ucciso due persone in una strada di Lahore. Se gli Stati Uniti avessero scoperto che il Pakistan teneva prigioniero Bin Laden, l’avrebbero semplicemente detto senza stringere alcun accordo. Bergen scrive anche che se il Pakistan avesse voluto liberarsi di Bin Laden, si sarebbe probabilmente limitato a consegnarglielo, come ha fatto con altri importanti leader di al Qaida, tra cui nel 2003 con Khalid Sheikh Mohammed, comandante delle operazioni degli attentati dell’11 settembre. Inoltre, scrive sempre Bergen, è abbastanza certo che gli alti funzionari militari pakistani fossero all’oscuro dell’attacco, come dimostrano le reazioni sconcertate di Kayani e Pasha, monitorate durante l’operazione dall’intelligence statunitense.

Un altro punto che non torna è il coinvolgimento dell’Arabia Saudita: secondo Hersh sapeva che il Pakistan teneva prigioniero Bin Laden, e contribuiva finanziariamente alla sua prigionia. In realtà Bin Laden era uno dei più pericolosi nemici della monarchia saudita: puntava a rovesciarla, tanto che nel 1994 gli venne ritirata la cittadinanza. Se i sauditi avessero saputo dove si trovava, non avrebbero probabilmente inviato denaro ma sicari per ucciderlo. Infine, un ultimo grosso buco dell’articolo riguarda l’accusa alla CIA di aver fabbricato il materiale ritrovato ad Abbottabad: lo stesso Ayman al-Zawahiri, il numero due di al Qaida, ha successivamente confermato la sua autenticità.

Intercept, il sito diretto da Glenn Greenwald e Laura Poitras – famosi per essersi occupati dell’inchiesta sulla NSA – e Jeremy Scahill – riporta che già nel 2011 R.J. Hillhouse – ex professoressa, scrittrice pubblicata dal Washington Post e dal New York Times – aveva scritto una storia simile a quella di Hersh, basandosi su fonti che non sembrano essere le stesse. Anche NBC scrive che due sue fonti confermano che nel 2010 un agente dell’ISI aveva detto alla CIA dove si nascondeva Bin Laden, e altre tre sostengono che il governo pakistano sapeva dove si stava nascondendo (aggiornamento del 13 maggio: NBC ha successivamente corretto la sua versione, e scrive ora che l’agente non ha dato informazioni su dove si trovasse bin Laden).

Ned Price, portavoce della Casa Bianca ha commentato l’articolo di Hersh dicendo che contiene «troppe inesattezze e asserzioni infondate» e ha ribadito che l’operazione è stata «unilaterale» e «confinata a uno stretto circolo di funzionari statunitensi». La ricostruzione di Hersh è stata contestata anche dal Pentagono e dal Consiglio per la sicurezza nazionale, che hanno negato qualsiasi coinvolgimento del Pakistan nell’operazione.

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