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  • domenica 3 maggio 2015

Il Kenya vuole chiudere il più grande campo profughi del mondo

Il campo di Dadaab ospita 350mila persone: il governo kenyano dice che è diventato una base per gli estremisti di al Shabaab

di Kevin Sieff - Washington Post

Il governo del Kenya ha detto di voler smantellare il più grande campo profughi del mondo, preoccupando molto le circa 350 mila persone che ci abitano e le organizzazioni internazionali che si prendono cura di loro. Due settimane fa alcuni funzionari del governo kenyano, tra cui il vicepresidente William Ruto, hanno detto che il campo di Dadaab, vicino al confine con la Somalia, è diventato una minaccia per la sicurezza nazionale a causa delle infiltrazioni di al Shabaab, gruppo estremista somalo legato ad al Qaida. Il campo, hanno detto i funzionari del governo, è stato usato dal gruppo per pianificare attacchi terroristici, come quello compiuto lo scorso marzo all’università di Garissa, dove sono state uccise 148 persone.

Il campo profughi di Dabaab è stato costruito nel 1991 come soluzione temporanea per le famiglie che abbandonavano la Somalia a causa della guerra civile: oggi è diventato una città. Spostarne gli occupanti, dicono gli operatori internazionali, comporterebbe difficoltà logistiche notevoli e sarebbe una catastrofe umanitaria. Alcuni esperti dubitano che il Kenya compirà un passo così drastico, ma l’annuncio di questo mese ha creato nuove preoccupazioni in un momento storico in cui il numero dei profughi nel mondo ha raggiunto i livelli più alti dalla fine della Seconda guerra mondiale. Più di 700 migranti sono morti questo mese quando la loro imbarcazione si è capovolta nel canale di Sicilia, un simbolo evidente del crescente numero di africani e abitanti del Medio Oriente che lasciano i loro paesi a causa dalla guerra e dalla povertà.

Sulekho Dahir, 20 anni, è venuta a sapere delle intenzioni del governo kenyano alla radio, mentre si trovava nella sua tenda di plastica simile a migliaia di altre tende nella pianura vicino al confine con la Somalia. Dahir ha ascoltato una dichiarazione del vicepresidente Ruto. Oltre all’annuncio dello smantellamento del campo, Ruto ha detto: «Come l’America è cambiata dopo l’11 settembre, così il Kenya è cambiato dopo Garissa». Dahir è nata, si è sposata e ha partorito sua figlia all’interno del campo profughi di Dabaab. La sua carta di identità la identifica come somala, ma lei non è mai stata nel suo paese. Alla radio Ruto ha detto che Dahir e gli altri somali se ne dovranno andare entro tre mesi.

Nel 1991 il campo profughi di Dabaab era soltanto una agglomerato di tende bianche, oggi è diventato una struttura permanente. Oltre alle tende come quella che ospita Dahir, ci sono 52 scuole, 11 stazioni di polizia, migliaia di case costruite con blocchi di calcestruzzo e altri edifici come la scuola guida “Yasir”, l’hotel “Amazing Grace” e il negozio di elettronica “Best Friends”. Oramai le persone come Dahir si considerano residenti permanenti del campo. Rimandarle in Somalia, un paese dove al Shabaab controlla ancora larghi tratti di territorio, «sarebbe un disastro, una tragedia umana e una catastrofe umanitaria», ha detto Leon Zulu, direttore dell’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) a Dadaab.

Nel Nord Africa migliaia di migranti e richiedenti asilo si imbarcano su navi che non sono in grado di compiere una traversata del Mediterraneo e muoiono lungo le rotte per l’Europa. Dadaab è il simbolo di una crisi diversa: quella di un sistema di accoglienza oramai invecchiato per cui le risorse sono sempre più scarse e in cui aumentano le tensioni tra chi gestisce i campi profughi e i paesi che li ospitano. Secondo un rapporto che sta per essere pubblicato dal “Migration Policy Institute”, un centro di ricerca americano, il bilancio dell’UNHCR – l’agenzia dell’ONU che si occupa di rifugiati – avrebbe dovuto crescere del 130 per cento dal 2009 ad oggi, ma è aumentato solo del 70 per cento. Gli effetti di questo mancato aumento si vedono anche a Dadaab, dove la percentuale di bambini malnutriti si aggira intorno al 10 per cento.

Dal 1991 la guerra in Somalia non si è mai fermata: si è evoluta, e nel corso degli anni l’instabilità nel paese ha reso possibile la nascita di gruppi islamisti come al Shabaab. Moltissime persone sono arrivate a Dadaab nel 2011, quando in Somalia è cominciata una grave carestia. Il numero di posti in Europa e negli Stati Uniti adibiti per accogliere i profughi è molto inferiore alla domanda: solo una piccola frazione dei residenti di Dadaab è riuscita a stabilirsi in qualche paese occidentale. La crisi somala è andata avanti per così tanto tempo che molti profughi non hanno radici in nessun altro paese. Dahir sente parlare di Somalia soltanto alla radio e in televisione: «Bombe che esplodono, persone uccise, niente scuole o ospedali». Soltanto nell’ultimo mese in Somalia i miliziani di al Shabaab hanno attaccato un convoglio dell’ONU, il ministero dell’Educazione Superiore, un ristorante molto popolare e diversi altri bersagli. Anche il Kenya – o meglio: il Kenya al di fuori dei campi profughi – è un posto che Dahir non può raggiungere. Non c’è nessun altro posto al mondo in cui Dahir, e quelli come lei, possono andare.

Nel corso del tempo al Shabaab è riuscito a infiltrarsi nel campo profughi di Dadaab, nascondendo armi e reclutando combattenti. Nel 2011 il Kenya ha inviato le sue truppe in Somalia per combattere al Shabaab: il campo di Dadaab ha cominciato a essere preso di mira da diversi attacchi di rappresaglia compiuti dagli estremisti del gruppo. I funzionari kenyani hanno anche detto che i profughi di Dadaab appoggiano al Shabaab e permettono al gruppo di infiltrarsi nel campo. Finora il governo kenyano non ha diffuso prove che dimostrano quanto sostiene. Non è la prima volta comunque che il governo kenyano minaccia di chiudere Dadaab: era già successo dopo gli attacchi del 2013 al centro commerciale di Nairobi, in cui sono state uccise 67 persone. Mark Yarnell, che fa parte di “Refugees International”, un centro studi con base a Washington, ha detto: «Si tratta di una minaccia che il governo kenyano ha fatto per mostrare che sta facendo qualcosa contro il terrorismo, ma chiudere davvero il campo sarà difficile». Già ora sembra che il governo abbia fatto marcia indietro sulla decisione di rimpatriare tutti gli abitanti del campo entro tre mesi. La scorsa settimana il ministro degli Esteri, Amina Mohamed, ha detto che la velocità con cui gli abitanti del campo saranno rimpatriati dipenderà dalle «risorse disponibili».

Le Nazioni Unite e le altre organizzazioni internazionali sembrano continuare a prendere sul serio la minaccia del governo. Il capo dell’UNHCR, Antonio Guterres, dovrebbe visitare il campo all’inizio di maggio. Uno dei problemi che gli operatori indicano nello smantellamento del campo è che gran parte dei suoi abitanti, tra cui moltissimi maschi con meno di 18 anni, potrebbero diventare reclute di al Shabaab. L’ONU già oggi è a conoscenza dei grossi problemi di sicurezza all’interno del campo. Albert Kimathi, un funzionario kenyano, ha detto: «È come se avessimo perduto questa parte del paese. Qui è diventato un rifugio di al Shabaab». La scorsa settimana la polizia ha arrestato trenta persone a Dadaab con l’accusa di aiutare i terroristi. Secondo molti profughi è sbagliato descrivere il campo come un luogo che accoglie i terroristi: i suoi abitanti non sono complici, ma vittime di al Shabaab.

Nel 2014, l’UNHCR ha avviato un programma per aiutare quei profughi che vogliono ritornare in Somalia, un’iniziativa che ha lo scopo di ridurre la popolazione del campo. Soltanto i profughi che provengono da zone relativamente pacifiche della Somalia possono ricevere questo tipo di assistenza e soltanto in duemila hanno accettato di partecipare all’iniziativa. Ma molte delle persone che hanno visitato gli uffici dell’UNHCR di Dadaab negli ultimi giorni non chiedono più del programma di ritorno, ma del piano del governo kenyano. «È vero che mi rimanderanno a casa?», ha chiesto Abdul Qadir Munin, un rifugiato arrivato da Mogadiscio, durante una visita agli uffici la scorsa settimana. «Ne stiamo ancora discutendo», ha risposto Maawiye Yusuf Issa, che lavora per l’UNHCR: «Ti faremo sapere quando abbiamo una risposta». Ma Issa sa quanto è difficile ritornare a Mogadiscio. Quando Muin si è girato per andarsene, ha detto in inglese, una lingua che l’uomo non capisce: «È un caos laggiù».

@Washington Post 2015