Gli animali troppo umani dei documentari

È un modo di raccontare tipicamente Disney, racconta Slate, che ormai riguarda tutti i film sulla natura; per coinvolgere gli spettatori

di Laura Bradley - Slate

Nel nuovo documentario Disney, Monkey Kingdom, gli animali mostrano dei comportamenti che sono propri degli esseri umani: per esempio c’è un macaco, Maya, a cui vengono attribuiti sogni, speranze e aspettative per i suoi cuccioli. Non è una cosa nuova: i documentari usano lo stratagemma del “gli animali sono come noi” da almeno cinquant’anni, ma l’enorme successo commerciale degli ultimi documentari – come La marcia dei pinguini – ha aperto una nuova frontiera dell’antropomorfizzazione: nomi normali, aspirazioni umane, rocamboleschi viaggi raccontati da una voce narrante. Insomma, oggi è impossibile realizzare un documentario escludendo questo approccio.

Chi produce questo genere di documentari fa bene a pensare che nessuno abbia voglia di stare seduto due ore a guardare animali che fanno cose da animali. Gli spettatori hanno bisogno di sentirsi coinvolti, soprattutto emotivamente. E nell’industria cinematografica quella del coinvolgimento è una discriminante fondamentale per stabilire quali documentari riceveranno dei finanziamenti e quali no. Bob Landis, documentarista vincitore di un Emmy Award, ha raccontato che spesso le sue proposte vengono rifiutate proprio perché le storie che racconta non sono abbastanza “forti”, cioè non sono abbastanza coinvolgenti dal punto di vista emotivo.

Nel caso di She Wolfs, uno dei documentari di Landis sui lupi uscito nel 2014, i produttori decisero di usare solo la prima parte del materiale che Landis aveva girato, incentrata sulla commovente e trionfante ascesa al potere di una femmina alfa. La seconda parte, in cui lei inizia a comportarsi più come una vera lupa che come un umano e muore nel tentativo di procacciarsi del cibo, fu considerata meno interessante. L’ascesa della femmina alfa fu ritenuta l’elemento chiave nel giudicare la trama avvincente.

Landis dice che «Ci siamo convinti che le dinamiche sociali dei lupi siano uguali alle nostre». Si tratta però di una convinzione che può essere in qualche modo fuorviante: tra gli esseri umani le donne alfa sono relativamente rare, mentre tra gli animali sono piuttosto comuni. «È praticamente impossibile evitare l’antropomorfismo», ha detto Landis, che però poi ha aggiunto: «proprio per questo cerco di non raccontare storie incredibili, perché voglio evitare di adottare anche io l’approccio Disney, che francamente detesto».

A partire dalla serie del 1948 True-Life Adventures (La natura e le sue meraviglie), Disney ha perfezionato sempre di più la sua formula antropomorfizzante, così descritta da un suo critico: «Basta prendere una scena avvincente di un documentario, attribuire nomi e tratti umani agli animali e inserire una voce narrante». Prima che venisse utilizzato questo tipo di tecnica, gli animali venivano semplicemente rappresentati come prede o predatori: per esempio il Guardian ha raccontato che nel 1926 i visitatori dello zoo di New York rimasero delusi quando videro per la prima volta il drago di Komodo, una specie di lucertola indonesiana particolarmente pigra che alcuni documentari avevano dipinto come un animale feroce e aggressivo. Il regista Chris Palmer ha detto che «se in un film vediamo un orso chino sulla carcassa di un cervo, probabilmente si tratta di un orso addomesticato che sta cercando delle caramelle gommose nello stomaco del cervo morto».

È in atto un processo di disneyficazione dei documentari rispetto al quale i registi devono decidere al più presto quali tecniche saranno considerate ammissibili e quali no. C’è anche da considerare che gli animali non sono degli attori. Come ha detto Landis: «quando stai girando nel bel mezzo della savana se qualcosa va storto non puoi chiedere agli animali di ripetere la scena». Significa che a volte riprendere un comportamento animale può essere davvero difficile. Esistono comunque dei trucchi che possono essere di aiuto, se si lavora bene col montaggio. Ad esempio, in The raising of black wolf sono stati utilizzati 3 lupi neri per rappresentarne uno, in modo da evitare di dover stimolare artificialmente gli animali. Anche la musica aiuta moltissimo ad antropomorfizzare. Landis ha raccontato che nel suo In the Valley of the Wolves è stata utilizzata una musica scozzese per rendere meglio il parallelismo tra le faide tra clan e quelle tra branchi di lupi.

Judy Irving, regista del documentario The Wild Parrots of Telegraph Hill, non ha difficoltà ad attribuire emozioni e comportamenti umani agli animali. Nel suo documentario segue la storia di Mark Bittner, un musicista disoccupato che diventa amico di uno stormo di pappagalli selvatici di San Francisco e racconta le loro storie, tipicamente umane, come quella tra un pappagallo di nome Picasso e una pappagallina di nome Sophie, che Irving ha tentato di riprendere e rappresentare nel miglior modo.

Quando poi ha iniziato a girare il suo nuovo documentario, Pelican Dreams, ha capito subito che avrebbe avuto bisogno di riuscire a riprendere il primo volo di un pellicano. “Nel film si capisce benissimo che i pellicani sono spaventati. Sono lì che provano a volare e sono terrorizzati”. Montare il materiale girato significa dare una continuità e un senso alla storia. E per lo spettatore, vedere gli uccelli che infine prendono il volo dopo tante fatiche e sforzi, produce “un’enorme quota di empatia”, dice Irving.

@Slate 2015

Foto: LaPresse/Xinhua

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