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  • Mercoledì 22 aprile 2015

Con l’immigrazione si può fare come l’Australia?

È un paese con leggi molto severe che molti citano come un modello, ma non è semplice e soprattutto è costosissimo

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca

Negli ultimi giorni, e in particolare dopo l’incidente nel Canale di Sicilia in cui si pensa ci possano essere più di 900 dispersi, diversi esponenti politici e giornali hanno detto che l’Italia dovrebbe trattare l’immigrazione «come fa l’Australia». Da più di un anno l’Australia ha introdotto politiche particolarmente severe nei confronti dell’immigrazione, di cui si è discusso in tutto il mondo: ma l’Australia è un paese molto diverso dall’Italia, in una posizione molto diversa da quella dell’Italia, e le soluzioni che ha messo in pratica sembrano difficili (e costose) da applicare nel Mediterraneo.

«No way»
Il 18 settembre del 2013 il nuovo governo del conservatore Tony Abbott ha iniziato “Sovereign Borders”, un’operazione politico-militare che ha lo scopo di respingere o deportare in altri paesi tutti i migranti che arrivano illegalmente via mare in Australia. L’operazione è stata accompagnata da “No way”, una campagna informativa di cui si è parlato molto. Il titolo della campagna significa sostanzialmente “scordatevelo”: “non c’è modo di stabilirsi in Australia arrivando illegalmente via mare”. Della campagna fa parte un video in cui il comandante dell’operazione, il generale Angus Campbell, spiega in maniera molto dura le politiche decise dal governo Abbott.

La politica del governo australiano è molto semplice: chi arriva via nave non avrà mai garantito il diritto di stabilirsi in Australia. In pratica, questo significa che il governo australiano ha schierato un grosso numero di unità per sorvegliare le sue acque in modo da poter intercettare le imbarcazioni che si avvicinano alle sue coste. Chi arriva può andare incontro a due diverse situazioni. La sua imbarcazione potrebbe essere trainata nuovamente verso i porti di partenza, oppure gli occupanti potrebbero essere inviati nei centri di identificazione stabiliti in Papua Nuova Guinea e nell’isola di Nauru, dove le loro eventuali domande di asilo vengono esaminate e dove si riceve un permesso di residenza nel caso venga riconosciuto il diritto di asilo.

I respingimenti possono avvenire in due modi. In un caso le navi della marina militare o della guardia costiera intercettano l’imbarcazione, un gruppo di abbordaggio sale a bordo e collega con un cavo la barca dei migranti con la nave australiana. A quel punto i migranti vengono rimorchiati fino alle acque territoriali da dove sono partiti, principalmente quelle indonesiane, e quindi abbandonati. Il secondo metodo di respingimento invece avviene in un secondo momento. I migranti vengono prelevati dalle imbarcazioni e inviati nei centri di detenzione temporanea nelle isole di Horn, Christmas, oppure nella città di Darwin, sulla terraferma australiana. Da lì, dopo alcuni giorni, vengono deportati nei paesi di partenza. In alcuni casi, i migranti sono stati sistemati su imbarcazioni di salvataggio, quindi trainati fino alle acque costiere dell’Indonesia e lì abbandonati. Il governo australiano ha dichiarato che nessun migrante ha perso la vita in seguito a questo tipo di operazioni.

Alcuni di questi respingimenti sono avvenuti senza il consenso dell’Indonesia: in altre parole le unità militari australiane hanno violato le acque territoriali indonesiane e quindi hanno abbandonato le imbarcazioni lasciando che raggiungessero da sole le coste del paese. Il governo indonesiano ha protestato per questa pratica e il nuovo presidente, Joko Widodo, eletto alla fine del 2014, ha detto che non tollererà più le violazioni illegali della marina australiana nelle sue acque territoriali. Alcuni dei respingimenti, a quanto pare, sono avvenuti invece d’accordo con le autorità indonesiane, mentre i respingimenti verso lo Sri Lanka (l’altro paese verso il quale sono stati effettuati) sono avvenuti tutti con il consenso del governo del paese. Nel corso dell’operazione sono stati compiuti in tutto 15 respingimenti.

Tra gli immigrati arrivati via mare, i più fortunati, dopo aver trascorso un periodo nei centri di identificazione, vengono inviati a Nauru e in Papua Nuova Guinea, due stati dove l’Australia mantiene altri centri di raccolta per richiedenti asilo. Qui i migranti possono presentare le loro richieste d’asilo, ma anche coloro che si vedono accogliere la domanda non hanno possibilità di raggiungere l’Australia: ricevono invece un permesso di soggiorno per stabilirsi in Papua Nuova Guinea o a Nauru.

Funziona?
Sembra di sì. Nel 2013, prima dell’inizio dell’operazione, l’Australia ha visto gli arrivi di immigrati irregolari via mare raggiungere il loro record storico: 20 mila persone in un solo anno (per fare un confronto: il nostro record è del 2014, 170 mila arrivi in un anno). Secondo i dati diffusi dal governo australiano, dopo l’operazione tra il settembre 2013 e l’ottobre 214, sono arrivate nelle acque australiane soltanto 23 imbarcazioni con 1.350 persone a bordo. Soltanto una è riuscita a raggiungere la costa australiana senza essere intercettata.

Il programma australiano è stato criticato da numerosi media australiani e dalle Nazioni Unite. In particolare l’Australia è accusata di non effettuare sufficienti controlli per assicurarsi che i migranti respinti non abbiano davvero diritto a chiedere asilo. Come abbiamo visto, il governo indonesiano ha anche criticato le violazioni delle sue acque territoriali da parte della marina australiana. Anche il trattamento dei richiedenti asilo a Nauru e in Papua Nuova Guinea è stato criticato per via delle condizioni in cui sono detenuti i richiedenti asilo e a causa del bassissimo numero di richieste di asilo accettate.

Si può applicare in Italia?
Aldilà delle considerazioni umanitarie, sembra difficile potere applicare in Italia una politica come quella voluta dal governo Abbott. Per prima cosa, “Sovereign Borders” è un’operazione molto costosa: circa 300 milioni di euro l’anno secondo le cifre ufficiali del governo australiano (l’attuale missione, Triton costa quasi 36 milioni di euro l’anno). In alcuni documenti del parlamento, però, si ipotizza che il costo possa essere maggiore, visto che queste cifre includono soltanto le spese aggiuntive sostenute dall’agenzia delle dogane. Secondo una commissione del parlamento australiano, includendo anche tutte le spese sostenute dalla marina australiana, il costo dell’operazione potrebbe salire a più di 400 milioni di euro l’anno. Per fare un confronto, l’operazione Mare Nostrum è costata al governo italiano 108 milioni di euro in un anno.

A questi costi vanno aggiunti quelli per la gestione dei rifugiati nei centri di identificazione sul territorio australiano (sulle isole di Christmas e Horn e nella città di Darwin) e quelli per le altre strutture a Nauru e in Papua Nuova Guinea (costruite e gestite con soldi del governo australiano). Questo programma è costato in totale, nell’anno fiscale 2013-2014, due miliardi di euro. Il flusso di migranti verso l’Italia è, negli ultimi anni, di circa dieci volte superiore a quello australiano.

Il problema principale, però, sembra essere al momento l’assenza di paesi partner con cui stabilire accordi simili a quelli che l’Australia ha sottoscritto con Indonesia, Sri Lanka, Papua Nuova Guinea e Nauru. Questi paesi aiutano l’Australia non solo prendendosi (o riprendendosi) gli immigrati che arrivano in Australia, ma anche compiendo operazioni di polizia contro i trafficanti di esseri umani in congiunzione con la polizia australiana. Per far funzionare una politica simile a quella australiana, quindi, ci sarebbe bisogno che la Libia (il paese da dove parte la gran parte delle imbarcazioni dirette verso l’Italia) accettasse di accogliere gli immigranti respinti dalla marina italiana e collaborasse alle nostre azioni di polizia.

Non solo: la Libia, o qualche altro paese nordafricano, dovrebbe anche accettare anche la costruzione sul suo territorio di centri di identificazione come quelli che l’Australia ha costruito in Papua Nuova Guinea e a Nauru. La Libia però è descritta da molti come uno stato fallito, diviso tra due governi rivali e controllata da milizie e gruppi terroristici perennemente in guerra tra loro. Difficilmente può essere considerata al momento un partner affidabile nella lotta all’immigrazione clandestina.