Il riassunto del nuovo episodio di Game of Thrones

Il primo della quinta stagione: c'è il primo flashback di tutta la serie – e non mancano draghi, uomini brutalmente uccisi e donne nude

di Alyssa Rosenberg – Washington Post

I personaggi di Game of Thrones vivono nelle ombre del loro passato. A Jon Snow (Kit Harrington) viene ricordato costantemente il mistero della sua nascita. Tyrion Lannister (Peter Dinklage) è segnato non soltanto dal suo nanismo ma dalla morte della madre durante il parto. Daenerys Targaryen (Emilia Clarke) ha vissuto gran parte della vita scappando dalle persone che hanno deposto suo padre, e ora mentre inizia ad accumulare potere da sola deve fare i conti con la vena di instabilità mentale che si tramanda nella sua famiglia. Varys (Conleth Hill), spia ed eunuco, ha un odio profondo e potente per la magia, che deriva dalla mutilazione che gli è stata inflitta da piccolo. Brienne di Tarth (Gwendoline Christie) si sente schiacciata dal peso dei voti che ha fatto e che non è riuscita a mantenere.

È quindi azzeccato che la quinta stagione di Game of Thrones e in particolare il suo primo episodio – dove i personaggi si chiedono disperatamente se sia possibile sfidare il destino, la storia e i loro peccati passati – si apra con il primo flashback di tutta la serie tv. Una giovane Cersei Lannister (Nell Williams, che riesce a catturare benissimo l’espressione e i gesti di Lena Headey) fa visita con un’amica a una veggente. All’inizio Cersei si mostra sprezzante verso la donna, che vive in una capanna sulla «terra di mio padre»: «dicono che sei spaventosa, con denti di gatto e tre occhi. Non sei spaventosa. Sei noiosa», le dice.

Ma la spacconeria di Cersei viene meno quando la strega inizia a parlare. «Non sposerai mai il principe. Sposerai il re», dice alla ragazza. «Sarai regina, per un po’ di tempo. Poi ne arriverà un’altra, più giovane, più bella, ti scalzerà e si prenderà tutto quello che avrai di caro. Il re avrà 20 figli, e tu ne avrai tre. Le loro corone saranno d’oro, e d’oro saranno i loro sudari».

È una previsione inquietante da fare a una ragazzina; la potenza del messaggio è cresciuta nel tempo e le sue parole sono diventate vere. Cersei ha sposato Robert Baratheon (Mark Addy) anziché il principe Rhaegar Targaryen. Robert l’ha tradita abbondantemente e Cersei ha avuto i suoi figli con il fratello Jaime (Nikolaj Coster-Waldau): uno è morto, una è a Dorne, e l’altro è un re fantoccio ad Approdo del re. Il flashback finisce con Cersei che ricorda le parole che le sono state dette nel bosco, mentre va al Grande Tempio di Baelor per il funerale del padre, Tywin Lannister (Charles Dance). La discussione allarmata di Cersei con Jaime nel tempio non serve solo a informarci della situazione sempre più instabile nel regno: mostra anche che sta cercando di avere una vita e regnare ribellandosi al suo destino.

Altrove, i Lannister stanno combattendo con l’idea che sono spacciati: non per via del destino bensì del peccato. Tyrion, che cerca di annullarsi ubriacandosi a Pentos, chiede a Varys: «sei ancora un Signore dopo che hai ucciso tuo padre? Penso non che ti ritirino il titolo nobiliare per aver ucciso una puttana. Succede così di frequente». Tyrion è un uomo pieno di risorse, caduto in una depressione piena di auto-commiserazione, e il risultato è scoraggiante. «Il futuro è una merda, proprio come il passato», dice a Varys, offrendogli la sua previsione ma con molto meno stile della strega di Cersei, soprattutto quando si mette a vomitare su uno dei tappeti di Illyrio Mopatis. Nelle precedenti stagioni Dinklage ha saputo dare a Tyrion dignità e carisma impressionanti; vederlo caduto così in basso fa spezzare il cuore.

Tornando ad Approdo del re, il tentativo di Lancel Lannister (Eugene Simon) di affrontare i suoi peccati lo ha portato verso una direzione molto più attiva e sinistra. Chiede perdono a Cersei ed elenca le azioni che l’hanno portato a unirsi ai Passeri, una setta fondamentalista del culto dei Sette Dèi. «Ti ho trascinata nell’oscurità, ti ho tentata con rapporti contro natura. E ovviamente c’era il re. La sua caccia al cinghiale. Il suo vino», spiega Lancel in un discorso che è sia come confessione che una minaccia. «Ho trovato la pace nella luce dei Sette. Puoi farlo anche tu. Vegliano su tutti noi, pronti a concedere la grazia, o la giustizia. Il loro mondo è a portata di mano». Cersei può essere terrorizzata dal suo destino, ma ha accumulato una tale quantità di vittime e trasgressioni, che continueranno a perseguitarla. Nel cercare di evitare il nostro destino, finiamo per creare un futuro nuovo e più oscuro.

Un altro gruppo di personaggi ha passato l’episodio The Wars to Come alle prese con la materia prima con cui devono fare i conti per fare buona politica e prendere scelte onorevoli.

Mentre cerca di mantenere un delicato equilibrio tra Stannis Baratheon (Stephen Dillane), i Guardiani della notte a cui è legato da un giuramento e i Bruti, Jon Snow prova a spiegare ai tre gruppi che non devono necessariamente infilarsi negli schemi che hanno plasmato le loro rivalità passate. «Sono nati dalla parte sbagliata del muro», dice per esempio dei Bruti. «Ciò non li rende dei mostri». Vicino a Nido dell’Aquila, Petyr Baelish (Aidan Gillen) dà a Yohn Royce (Rupert Vansittart) una materiale grezzo su cui lavorare: Robin Arryn (Lino Facioli), che è gli stato affidato perché venga addestrato nell’arte della spada, con scarsi risultati. «Alcuni ragazzini si sviluppano più lentamente. È ancora così giovane», dice sornione Baelish, facendo capire a Royce che si aspetta rimedi agli anni di indulgenza vissuti finora da Robin. Royce risponde con un giudizio tagliente sulle sue potenzialità: «Ha 13 anni. A 13 anni i ragazzi vanno in guerra».

Brienne of Tarth, irritata dopo che la scorsa stagione Arya Stark (Maisie Williams) aveva rifiutato la sua protezione, sta sfogando il suo malumore sullo scudiero, Podrick Payne (Daniel Portman). «Non voglio essere seguita da nessuno. Non sono un capo», gli dice, cercando di farlo desistere dalla decisione di seguirla e imparare da lei. «Tutto quello che voglio è combattere per un signore in cui credo. Tutti quelli buoni sono morti, quelli che restano sono dei mostri». Uno non può davvero avercela con Brienne per questo cupo giudizio sull’Occidente (i Westeros), ma il suo personaggio è così irresistibile in parte perché cerca sempre di perseguire cause nobili, donchisciottesche, anche quando le sue probabilità di successo sembrano fosche. Brienne può provare quanto vuole a convincere Pod a lasciarla in pace perché non è un cavaliere: il suo comportamento la rende la testimonianza più splendente che quella professione così appannata è ancora presente in Game of Thrones. Può persino renderla, in futuro, quel tipo di re che vuole servire.

Se in Occidente i personaggi iniziano a chiedersi se saranno in grado di sfuggire ai loro talenti naturali (o alla loro mancanza di talento), alle restrizioni imposte al loro genere e al sistema classista del continente, i personaggi nel continente orientale (Essos), oltre il Mare Stretto, si spingono decisamente oltre.

Daario Naharis utilizza la sua storia personale per convincere Daenerys Targaryen a riaprire le fosse da combattimento a Meereen, concedendo agli ex schiavi e agli ex padroni un divertimento in comune. «Mia madre era una prostituta. Te l’ho raccontato – dice alla giovane e turbata regina – Le piaceva ubriacarsi di brandy alla pera. Più invecchiava, meno guadagnava prostituendosi, più voleva bere. Così un giorno, avevo 12 anni, mi vendette allo schiavista che si era scopata la notte prima. Ero un bambino cattivo. Non ero grosso ma ero svelto, e mi piaceva lottare. Così mi vendettero a un uomo di nome Tolos, che mi addestrò a combattere nelle fosse. La prima volta avevo 16 anni. Sono qui solo per quelle fosse».

A Pentos, Varys cerca di smuovere Tyrion dall’abbrutimento, insistendo che è finalmente arrivato in un posto dove il suo ruolo non è determinato dalla sua famiglia o dalla sua condizione sociale. «Credo che gli uomini di ingegno debbano giocare un ruolo nelle guerre che stanno per arrivare», gli spiega. E senza volerlo, fa capire perché questa stagione di Game of Thrones – che minaccia il potere costituito e offre occasioni per quelli che stanno in basso – promette di essere particolarmente interessante: «Qualsiasi scemo con un po’ di fortuna si può ritrovare al potere per nascita. Ma arrivarci da solo, richiede fatica».

© Washington Post 2015

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