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  • sabato 4 Aprile 2015

L’inchiesta di AP che ha aiutato a liberare 350 schiavi in Indonesia

Tre giornaliste hanno raccontato la storia dei lavoratori stranieri sfruttati a bordo di pescherecci locali: poi è intervenuta la polizia

Venerdì 3 aprile, 350 persone costrette a lavorare in condizioni di schiavitù su alcuni pescherecci in Indonesia sono state liberate in seguito a un’inchiesta dell’agenzia Associated Press. L’inchiesta, pubblicata lo scorso marzo e realizzata dalle giornaliste Margie Mason e Martha Mendoza con la collaborazione di Esther Htusan, riguardava le condizioni dei lavoratori stranieri di Benjina, un paese su un’isola dell’arcipelago di Aru, dove centinaia di lavoratori, in gran parte provenienti dalla Birmania, erano costretti a lavorare a bordo dei pescherecci dei capitani locali e sottoposti alle brutalità di un uomo chiamato il “vigilante”, assoldato dai locali per tenerli sotto controllo.

Benjina si trova a più di 600 chilometri dall’Australia e a un giorno di navigazione dalla città indonesiana più vicina. È un piccolo paese remoto e per diversi mesi all’anno è irraggiungibile dal mare a causa dei monsoni. La pista aerea è abbandonata da anni e sull’isola non c’è internet. Fino a quest’anno, quando è stato installato un ripetitore per telefoni cellulari, l’unico modo che gli abitanti avevano per comunicare con l’esterno, oltre alla radio, era salire su una collina alla ricerca di un segnale abbastanza forte per inviare un SMS. Intorno alla cittadina e sulle colline c’è una fitta giungla dove, raccontano le giornaliste di AP, si nascondevano decine di schiavi fuggiti, terrorizzati di essere nuovamente catturati dai capitani dei pescherecci.

La pesca è l’unica risorsa di Benjina: il mare di Arafur, che si trova intorno all’isola, è considerato uno dei più pescosi al mondo. Il piccolo porto della città è dominato dall’edificio della Pusaka Benjina Resources, l’unica società di pesca autorizzata dal governo indonesiano che possiede 90 imbarcazioni. Dalle indagini di AP è emerso che in molti casi la società è soltanto una copertura e spesso i capitani delle imbarcazioni sono thailandesi (la legge indonesiana impone diversi limiti alla pesca da parte degli stranieri nelle sue acque territoriali). Quello del pesce è un mercato che è cresciuto molto negli ultimi anni, al punto che è diventato difficile trovare persone disposte a lavorare a bordo dei pescherecci, dove le condizioni di vita sono molto difficili e gli stipendi sono bassi rispetto a molti altri settori.

I reclutatori, cioè gli agenti che si occupano di trovare i marinai da inviare sulle imbarcazioni, sono divenuti sempre più spietati e hanno iniziato ad arruolare bambini e disabili, a mentire sugli stipendi e persino a drogare e rapire gli immigrati che arrivano in Indonesia dai paesi più poveri dell’Asia. Secondo alcune ONG, ci sono in tutto quattromila schiavi impiegati sui pescherecci in varie parti dell’Indonesia. Il prezzo di uno schiavo è di circa mille euro e una volta reclutati gli schiavi sono obbligati a ripagarlo ai capitani con il loro lavoro, un’impresa spesso impossibile visto che in genere gli stipendi arrivano in ritardo o non arrivano affatto. Gran parte degli schiavi arrivano dalla Birmania, uno dei paesi più poveri dell’Asia sudorientale, ma ci sono anche molti thailandesi. A tutti loro i capitani danno documenti falsi, perché secondo la legge dell’Indonesia solo gli indonesiani possono lavorare sulle imbarcazioni che appartengono alle società locali.

Sono falsi anche i nomi sulle tombe del piccolo cimitero degli schiavi che si trova ai limiti della città, quasi inglobato dalla giungla. Nel cimitero ci sono circa 60 tombe, ognuna con un falso nome indonesiano scritto sopra. Si tratta di una costruzione relativamente recente: fino a poco tempo fa, raccontano le giornaliste di AP, i capitani gettavano i corpi dei marinai morti durante il lavoro in mare, dove venivano divorati dagli squali. Poi il governo indonesiano ha introdotto una legge che obbliga i capitani a dare conto all’arrivo di tutti gli uomini che erano a bordo alla partenza, spingendo i capitani a costruire il piccolo cimitero e a conservare nelle celle frigorifere i corpi degli schiavi morti.

AP non ha fornito statistiche sulla mortalità degli schiavi a bordo dei pescherecci, ma dai racconti dei sopravvissuti si capisce che deve essere piuttosto alta. I turni di lavoro a bordo durano tra le 20 e le 22 ore, senza giorni di risposo, con poco cibo e soltanto acqua sporca da bere. La disciplina a bordo viene mantenuta con calci, pugni e frustate con le code velenose delle razze di mare. La vita degli schiavi non migliora una volta ritornati a terra, dove sono sottoposti alla disciplina del “vigilante”. Le giornaliste hanno raccontato di come otto uomini considerati a rischio di fuga sono stati rinchiusi in una gabbia di ferro dove la loro alimentazione consisteva in un pugno di riso e curry al giorno. In un altro caso, i giornalisti hanno descritto la punizione subita da altri due lavoratori della Birmania, Saw Eail Htoo e Myo Naing, che si erano addormentati durante il loro turno di lavoro. Il “vigilante” li ha portati fino a una collina in cima al porto, li ha ammanettati davanti a una bandiera indonesiana e ha cominciato a picchiarli fino a che non sono stati entrambi coperti di sangue.

L’esportazione di pesce è uno dei settori più importanti dell’economia dell’Indonesia e della vicina Thailandia. Le giornaliste di AP hanno seguito una nave cargo che aveva imbarcato diverse tonnellate di pesce proprio da pescherecci di Benjina. Dall’Indonesia la nave è arrivata in Thailandia dove gran parte del pesce è stato venduto sul mercato locale. Il resto, dopo essere passato per le mani di molte società, è arrivato dall’altra parte del mondo, sulle coste orientali degli Stati Uniti d’America. Una parte è stata acquistata da Sysco, il più grande distributore di pesce surgelato degli Stati Uniti. Quasi tutte le società americane che importano pesce hanno regolamenti molto severi a proposito dell’utilizzo della manodopera schiavistica da parte dei loro fornitori.

La pubblicazione dell’inchiesta ha spinto numerose società americane a chiedere un intervento delle autorità per risolvere la situazione di Benjina e alle loro pressioni si sono aggiunte quelle del dipartimento di Stato americano. Venerdì 3 aprile, sull’isola è arrivata una delegazione del governo indonesiano accompagnata da alcuni ufficiali di polizia. Inizialmente la delegazione si è offerta di evacuare un gruppo di uomini che si lamentava apertamente della loro situazione. Poi, in poche ore, la notizia si è sparsa in tutto il paese e centinaia di persone hanno abbandonato le navi all’ancora nel porto per raggiungere gli ufficiali, mentre altri hanno abbandonato dopo giorni i loro rifugi nella giungla. Alla fine della giornata più di 350 persone si erano presentate per essere evacuate dall’isola. Altri cinquanta hanno deciso di restare sull’isola in attesa di ricevere le loro paghe arretrate. Il “vigilante” si trova attualmente in arresto, mentre le autorità indonesiane stanno decidendo contro quali capitani e dirigenti delle società di pesca portare avanti le accuse.