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  • giovedì 2 Aprile 2015

Come Kareem Abdul-Jabbar è diventato musulmano

Uno dei più forti giocatori della storia del basket ha raccontato la storia della sua conversione all'Islam, avvenuta più di quarant'anni fa

Kareem Abdul-Jabbar è considerato uno dei giocatori più forti nella storia del basket: ha smesso di giocare nel campionato statunitense NBA nel 1990, ha vinto per sei volte il titolo di MVP (miglior giocatore della stagione) e il suo numero, il 33, è stato ritirato da tutte le squadre in cui ha giocato. Abdul-Jabbar è nato a New York in una famiglia cattolica col nome di Lewis Alcindor nel 1947, ma lo ha cambiato dopo essersi convertito all’Islam nel 1971. Questa settimana ha pubblicato un articolo sul sito di Al Jazeera America per raccontare la storia della sua conversione e delle difficoltà che ha incontrato, come celebrità e come afroamericano, nel diventare musulmano.

Sono nato Lewis Alcindor. Oggi sono Kareem Abdul-Jabbar.
Il passaggio da Lewis a Kareem non è stato un mero cambio di nome dettato dalla celebrità, come Sean Combs è diventato Puff Daddy, poi Diddy e infine P. Diddy, ma una trasformazione della mente, del cuore e dell’anima. Ero Lewis Alcindor, il pallido riflesso di ciò che l’America bianca si aspettava da me. Oggi sono Kareem Abdul-Jabbar, la manifestazione della mia origine africana, della mia cultura e della mia fede.
Per la maggior parte delle persone, convertirsi da una religione ad un’altra è una questione privata che richiede un intenso esame di coscienza. Ma quando sei famoso, diventa un argomento di pubblico dibattito. E quando uno si converte a una religione poco familiare e poco popolare seguono critiche anche sulla sua intelligenza e sul suo patriottismo. Dovrei saperlo. Anche se sono diventato musulmano più di quarant’anni fa, sto ancora difendendo quella scelta.

Il suo avvicinamento all’Islam, spiega Abdul-Jabbar, iniziò ai tempi del college quando aveva già ottenuto una certa notorietà come giocatore di basket: «Essere famoso mi rendeva nervoso. Ero ancora giovane quindi non riuscivo a capire perchè fossi così restio a stare sotto i riflettori. Negli anni successivi ho cominciato a capirlo meglio».

Abdul-Jabbar racconta di essersi reso conto di essere apprezzato per qualcosa che non si sentiva di essere: «volevano che fossi il chiaro esempio dell’uguaglianza razziale. Il manifesto di come chiunque, proveniente da qualunque condizione, potesse arrivare a vivere il sogno americano. Per loro ero la prova che il razzismo fosse un mito. Io sapevo invece che erano i miei 218 cm di altezza e il mio fisico atletico che mi avevano portato lì dov’ero, non certo le pari opportunità». E spiega le difficoltà di crescere da afroamericano negli anni Sessanta, con pochi modelli da seguire, la sua ammirazione per Malcolm X e per il detective Shaft, protagonista dell’omonimo film del 1971. Per la comunità bianca i neri erano o poveri bisognosi di aiuto per ottenere i diritti sociali o delinquenti pronti a rubare nelle loro case. Essere neri e di successo voleva dire nella maggior parte dei casi essere uomini dello spettacolo e dello sport, che dovevano mostrare riconoscenza per quello che avevano raggiunto. «Sapevo che quella realtà era in qualche modo sbagliata, che qualche cosa doveva cambiare. Solo non sapevo cosa questo significasse per me».

La lettura della autobiografia di Malcolm X – leader delle proteste nere negli anni Cinquanta e Sessanta – fu di grande ispirazione per Abdul-Jabbar, in particolare riguardo alla religione. La storia della sua trasformazione da criminale in leader politico, la persecuzione subita dal Ku Klux Klan e l’emancipazione ottenuta attraverso l’Islam, portarono Lewis Alcindor a decidere di studiare il Corano quando era agli inizi della sua carriera con i Milwaukee Bucks, a convertirsi nel 1971 e cambiare nome in Kareem Abdul-Jabbar: che significa “il nobile servitore dell’onnipotente”.

«Una domanda che mi viene posta spesso è perchè io abbia scelto una religione così estranea alla cultura americana e un nome così difficile da pronunciare». Abdul-Jabbar spiega che il cambio del nome è stato un modo per rifiutare tutto ciò che fosse connesso con la schiavitù degli afroamericani. Il suo nome originale, Alcindor, è quello di una famiglia di coltivatori francesi che furono padroni dei suoi antenati. Tenere quello stesso nome gli era sembrato un disonore.
Anche la conversione dal Cattolicesimo all’Islam è legata alle sue origini e alla schiavitù.

«Sapevo, ovviamente, che il Concilio Vaticano Secondo del 1965 aveva dichiarato la schiavitù un’infamia che disonorava Dio e un veleno per la società. Ma per me era troppo poco e troppo tardi. Il fallimento della Chiesa Cattolica nell’usare il suo potere e la sua influenza per fermare la schiavitù e anzi la sua giustificazione perché in qualche modo legata al peccato originale mi faceva infuriare (…) E pur riconoscendo che molti cristiani hanno rischiato la loro vita e la loro famiglia per combattere la schiavitù e che questa non si sarebbe conclusa senza di loro, trovo difficile allinearmi con le istituzioni culturali che chiusero un occhio davanti a quel comportamento oltraggioso in chiara violazione delle loro più sacre credenze».

Abdul-Jabbar parla di Hammas Abdul-Khaalis – una figura di spicco della comunità islamica negli Stati Uniti, prima capo della Nation of Islam, e poi suo oppositore – che gli fece da guida agli inizi del suo studio dell’Islam. La sua devozione e fiducia arrivarono al punto di sposare una donna indicata da Hammas, nonostante fosse innamorato di un’altra, e non invitò i suoi genitori al matrimonio, sempre su richiesta di Hammas. In seguito le  loro posizioni cominciarono a diventare conflittuali. Nel 1973 Abdul-Jabbar fece un viaggio in Libia e Arabia Saudita, per imparare l’arabo e studiare il Corano per conto proprio, dal quale tornò rafforzato nella sua fede.
(Hammas Abdul-Khaalis – ma di questo Abdul-Jabbar non parla nel suo articolo – fu al centro di una faida terribile all’interno della Nation of Islam: nel 1973 sei bambini della sua famiglia e una settima persona furono uccisi nella casa in cui abitava, di proprietà di Abdul-Jabbar. E nel 1977 Abdul-Khaalis guidò un assalto armato per ritorsione contro un edificio della Nation of Islam, con un sequestro che durò per tre giorni e in cui fu ucciso un giornalista).

Abdul-Jabbar dice che l’unica cosa che rimpiange della sua conversione all’Islam è di non averlo fatto più privatamente. «Ma all’epoca stavo aggiungendo la mia voce al movimento per i diritti civili denunciando l’eredità della schiavitù e le istituzioni che l’avevano favorita. Questo rese la conversione  più politica di quanto non fosse mia intenzione». E di considerare una mancanza di rispetto che alcuni tifosi lo chiamino ancora Lewis: vorrebbe più considerazione per le sue scelte individuali. Riporta uno studio del Pew Research Center in cui i cittadini statunitensi indicano i musulmani come i meno apprezzati fra i gruppi religiosi, nonostante l’Islam sia la terza maggiore religione del paese. E sottolinea quanto la conversione religiosa sia difficile e faticosa perché «abbiamo bisogno di una forte motivazione per abbandonare le tradizioni della nostra famiglia e della nostra comunità per abbracciare delle credenze estranee».

Citando Kermit, la rana dei Muppets, che si lamenta di quanto sia difficile essere verdi, Abdul-Jabbar conclude su quanto sia difficile essere musulmani in America oggi: «Le aggressioni, gli atti disumani e di terrorismo commessi da alcuni che si definiscono musulmani hanno fatto sì che il resto del mondo abbia paura di noi. Senza conoscere le attività pacifiche di 1,6 miliardi di musulmani, vedono solo gli esempi peggiori. Una parte della mia conversione all’Islam comprende l’accettazione della responsabilità di insegnare agli altri la mia religione, non per convertirli, ma per coesistere con rispetto e sostegno reciproco e nella pace. Un solo mondo non vuol dire una sola religione ma un solo desiderio di vivere in pace».

Foto: AP Photo/Victor R. Caivano