Matisse a Roma

Le opere del grande pittore e scultore francese esposte alle Scuderie del Quirinale fino al 21 giugno

di Francesco Marinelli - @frankmarinelli

Il 5 marzo alle Scuderie del Quirinale di Roma è stata inaugurata la mostra “Matisse Arabesque”, che sarà aperta fino al 21 giugno. Sono esposte oltre novanta opere del pittore e scultore francese: dipinti di nature morte, ritratti, paesaggi e acqueforti provenienti dai più importanti musei del mondo. Henri Matisse nacque il 31 dicembre 1869 a Le Cateau Cambrésis, un centro industriale di filati pregiati e morì a Nizza – dove aveva allestito il suo studio – il 3 novembre 1954.

La mostra
La mostra delle Scuderie del Quirinale si concentra soprattutto sull’influenza che l’Oriente ebbe sulle opere di Matisse, attraverso i colori e lo stile dell’arabesco: «La preziosità o gli arabeschi non sovraccaricano mai i miei disegni, perché quegli arabeschi fanno parte della mia orchestrazione del quadro», scrisse Matisse nel 1947 al critico Gaston Diehl. Nella maggior parte dei dipinti l’uso dei colori richiama la vivacità della cultura orientale: in “Gigli, Iris e Mimose” (dipinto di nature morte del 1913) i toni dell’azzurro e del verde assomigliano a quelli delle decorazioni presenti nelle ceramiche di epoca ottomana del XVI secolo, in cui la natura veniva rappresentata in modo simbolico. Altri dipinti si rifanno al “primitivismo” delle maschere e dei tessuti africani, di cui Matisse era appassionato: in questo caso i segni sono semplici e geometrici, come nel “Ritratto di Yvonne Landsberg” del 1914.

Per la prima volta in Italia ci sono “Zohra sulla terrazza” e “Marocchino in verde”, entrambi del 1912: sono opere che raffigurano la passione di Matisse per il Marocco e per l’intero mondo islamico. Nel corso degli anni, Matisse si procurò i tessuti di tutte le regioni del mondo che usava per tappezzare il suo atelier. Nei suoi quadri Matisse cercava di rappresentare l’“effetto tessile” attraverso l’estrema semplificazione dell’immagine e con l’esuberanza dei colori, come nei paesaggi dipinti in “Pervinche – Giardino marocchino” del 1912 e in “L’albero presso il laghetto di Trivaux” del 1916. Nel suo studio a Nizza c’erano collezioni di vasi islamici, preziose stoffe orientali e gabbie di tortore che venivano utilizzati per allestire delle vere e proprie scenografie: delle modelle (odalische) distese, sedute o in piedi si vestivano con abiti dai tessuti arabescati come in “Odalisca blu” del 1921 e in “Due modelle che si riposano” del 1928. Oltre ai dipinti e ai ritratti, nella mostra delle Scuderie del Quirinale sono esposte le acqueforti – realizzate con segni regolari e sottili – disegnate per il libro di poesie di Stéphane Mallarmé del 1932.

Henri Matisse e l’arte della decorazione
Matisse discendeva da una famiglia di tessitori. La sua passione per le stoffe e i tessuti – che dipinse in diverse occasioni – derivava anche da questo. Fin da giovane sviluppò una grande dimestichezza con questi materiali e le loro decorazioni: nel 1920 progettò ad esempio scene e costumi per “Le Chant du Rossignol” (Il Canto dell’Usignolo) dei Balletti Russi. Prima di diventare un artista, Matisse intraprese la carriera di avvocato. Nel 1890 una grave appendicite lo costrinse a stare a letto per quasi un anno. Durante quel periodo iniziò a dipingere e nel 1893 decise di frequentare l’atelier del pittore simbolista Gustave Moreau. Nel 1895 si iscrisse all’École des Beaux Arts, dove insegnavano molti orientalisti.

Matisse si appassionò presto alle collezioni orientali dei principali musei di Parigi e rimase sempre attratto dall’arte islamica. Nel 1906 fece un viaggio in Algeria dove acquistò molte ceramiche orientali e diversi tappeti che venivano utilizzati dai fedeli islamici per la preghiera. Tutto questo contribuì a fare in modo che lo stile delle sue opere si differenziasse da quello della tradizione occidentale: il suo scopo era trovare continue associazioni con i modelli dell’arte africana e orientale. Nelle opere di Henri Matisse la decorazione aveva un ruolo molto importante e rappresentava la ragione principale della sua indagine (ed espressione) pittorica. È dagli intrecci decorativi tipici delle civiltà antiche orientali che Matisse sviluppò una diversa rappresentazione dello spazio: ciò gli permise di allontanarsi dalla pittura intimista tipica dell’Ottocento. Gli arabeschi e i disegni geometrici dell’arte bizantina furono reinterpretati da Matisse attraverso la propria tecnica, incurante dell’esattezza delle forme naturali.

I Fauves
Henri Matisse fu l’esponente di maggiore spicco della corrente artistica dei Fauves. Fu proprio un’opera di Matisse, “Donna con cappello”, a suscitare il clamore maggiore all’esposizione del del 1905. Il fauvismo non era caratterizzato da un programma preciso. Esistevano però alcune caratteristiche che accomunavano le opere “selvagge” di diversi pittori dell’epoca: su tutte la violenza espressiva dei colori, stesi di solito in tonalità pure. Il fauvismo si diffuse come movimento di critica (teorica e tecnica) alla tradizione pittorica impressionista francese: le opere dei Fauves si caratterizzavano proprio per l’accostamento di colori vivaci e innaturali (spesso spremuti direttamente dal tubetto sulla tela) e per una semplificazione delle forme, grazie all’abolizione della prospettiva e del chiaroscuro.

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