Cosa ha votato il Parlamento UE sui diritti civili

È stata approvata una relazione non vincolante che tra le cose afferma che i matrimoni gay sono un diritto umano: anche la maggioranza dei deputati PD ha votato a favore

Giovedì 12 marzo il Parlamento europeo ha votato a favore di una relazione che, tra le altre cose, afferma che le unioni civili e i matrimoni tra persone dello stesso sesso sono un diritto umano e civile e che ogni governo nazionale dovrebbe incoraggiarne il riconoscimento. Non si tratta di una relazione vincolante ma dall’importante valore simbolico, e sul voto – proprio come il giorno prima sulla risoluzione Tarabella che aveva a che fare con i diritti sessuali e riproduttivi della donna, e dunque, con la libertà di aborto – il Partito Democratico italiano si è diviso: alcuni eurodeputati hanno votato a favore, alcuni contro, altri si sono astenuti o non hanno partecipato al voto. Il Nuovo Centro Destra, che a livello nazionale fa parte della maggioranza di governo, ha votato no con una sola eccezione.

La Relazione
La “Relazione sui diritti umani e la democrazia nel mondo” è annuale: dopo l’approvazione della Commissione affari esteri viene sottoposta all’esame e al voto del Parlamento europeo nell’Assemblea plenaria. Fa il punto sulle attività dell’Unione Europea nella tutela dei diritti umani e nella promozione della democrazia e fornisce delle indicazioni significative da un punto di vista simbolico ma che non sono legislative, cioè vincolanti per gli stati membri. Giovedì 12 marzo la Relazione relativa all’anno 2013 – presentata da Antonio Panzeri del PD – è stata votata con 390 sì, 151 no e 97 astensioni.

La relazione parla di varie cose: afferma innanzitutto che i diritti umani sono una questione centrale per l’UE, «sottolinea che i regimi democratici sono caratterizzati non solo dall’organizzazione di elezioni», dichiara il suo sostegno ai difensori dei diritti umani, «ribadisce la propria opposizione univoca alla pena capitale», ricorda che la tortura può costituire crimine di guerra, parla di libertà di espressione, di libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Affronta la questione dei diritti delle donne dicendo che «deplora il fatto che i corpi delle donne e delle ragazze, in particolare riguardo alla loro salute sessuale e riproduttiva e ai relativi diritti, rimangano a tutt’oggi un campo di battaglia ideologico» e, dal punto 159, parla dei diritti LGBTI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali). Il paragrafo 162 dice che la relazione:

«prende atto della legalizzazione del matrimonio o delle unioni civili tra persone dello stesso sesso in un numero crescente di paesi nel mondo, attualmente diciassette; incoraggia le istituzioni e gli Stati membri dell’UE a contribuire ulteriormente alla riflessione sul riconoscimento del matrimonio o delle unioni civili tra persone dello stesso sesso in quanto questione politica, sociale e di diritti umani e civili».

Il punto 162 è stato votato con un’ampia maggioranza, più ampia rispetto a quella della relazione in generale: 472 voti a favore, 115 contrari e 46 astensioni. La gran parte dei parlamentari del Partito Democratico all’interno del Gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici hanno votato a favore. Su 31 deputati del PD, hanno votato no Damiano Zoffoli («proveniente dall’associazionismo cattolico») e Luigi Morgano (membro dell’associazione “Scienza e Vita”). Patrizia Toia e Caterina Chinnici si sono astenute, mentre Silvia Costa non ha partecipato al voto spiegando che «il testo aveva una formulazione troppo squilibrata sulla parità tra unioni civili e matrimonio»·

Reazioni
Dopo il voto Nichi Vendola, segretario di SeL, si è detto soddisfatto: «Per il Parlamento Europeo, con il voto di oggi, le unioni civili e le nozze gay fanno parte dei diritti umani e civili delle persone. Molto bene. Ora però, prima dell’inizio del Consiglio dei Ministri, qualcuno informi Renzi e Alfano». Flavio Romani, presidente dell’Arcigay, ha commentato in modo più cauto: «Ben vengano tutti gli inviti e le raccomandazioni, peccato però che non siano in nessun modo obbligatori per gli Stati membri dell’Unione Europea. Anche ciò che è stato approvato va a finire nel cassetto delle belle intenzioni. Se poi gli Stati non vogliono mettere in atto questi inviti, sono liberi di farlo».

Tra i 28 paesi dell’Unione Europea, l’Italia è uno dei nove che non prevede alcuna tutela per le coppie formate da persone dello stesso sesso. Matteo Renzi parla da tempo di una legge sui diritti civili. In Italia non solo non c’è una legge che regolamenta unioni civili e matrimoni omosessuali, ma si discute a suon di ricorsi e tribunali anche della sola possibilità di trascrizione nei registri comunali dei matrimoni tra persone dello stesso sesso celebrati all’estero. Qualche giorno fa il TAR del Lazio ha stabilito per esempio che l’annullamento delle trascrizioni può essere disposto solo dall’autorità giudiziaria ordinaria (quindi da un tribunale civile) e non dal ministro dell’Interno o dal prefetto, così come avvenuto nei mesi scorsi a Roma.

A livello nazionale il presidente del Consiglio Matteo Renzi non era intervenuto sulla questione, ma in un documento che il governo presenterà all’incontro di marzo del Consiglio dei Diritti Umani si è impegnato con le Nazioni Unite a favore dei diritti LGBTI facendo seguito alle 186 raccomandazioni in cui si sollecitava tra le altre cose l’Italia a «fare passi concreti per adottare la legislazione necessaria a dare seguito all’annuncio del premier Renzi di lavorare al riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso».