Il terzo libro di “House of Cards”

Come inizia l'ultima parte della trilogia a cui è ispirata la famosa serie tv di Netflix, che esce oggi in Italia: la storia è diversa e ambientata nel Regno Unito

Esce oggi in Italia, pubblicato da Fazi Editore, il terzo libro della trilogia letteraria a cui è ispirata la nota serie televisiva americana House of Cards, e i cui romanzi sono stati originariamente pubblicati fra il 1989 e il 1995 dallo scrittore e giornalista britannico Michael Dobbs. Il libro si intitola House of Cards 3 ed è stato tradotto in italiano da Stefano Tummolini e Giacomo Cuva. La storia c’entra solamente a grandi linee con quella della serie tv americana (e quindi non ci sono grossi spoiler per chi sta seguendo la terza stagione): segue le vicende di Francis Urquhart, importante membro del partito conservatore britannico che riesce a fare carriera attraverso pratiche torbide e scorrette.

Nel terzo libro Urquhart è primo ministro ormai da molti anni, e in una delle prime scene partecipa al funerale di Margaret Thatcher (che nella realtà è morta nel 2013). I tre libri di Dodds sono stati adattati piuttosto fedelmente da una miniserie televisiva di BBC andata in onda dal 1990 al 1995, che assieme al primo libro di Dobbs ha ispirato gli autori dell’House of Cards americano, prodotto da Netflix. Prima di fare lo scrittore, Dobbs è stato consigliere politico dell’ex primo ministro inglese Margaret Thatcher e fino agli anni Novanta ha ricoperto varie cariche nel partito conservatore britannico. Dopo la trilogia di House of Cards, Dobbs ha continuato a scrivere saggi e romanzi, perlopiù thriller (fra il 2002 e il 2005 ha anche scritto quattro romanzi storici sull’ex primo ministro inglese Winston Churchill). Fra le altre cose, Dobbs è anche produttore esecutivo della serie tv americana House of Cards, di cui pochi giorni fa sono state diffuse negli Stati Uniti le puntate della terza stagione.

***

La porta della cabina del direttore di scena si dischiuse un poco, consentendo a Harry Grime di sbirciare in platea. «Non è ancora arrivato», ringhiò. A Harry, capo costumista della Royal Shakespeare Company, Francis Urquhart non piaceva affatto. Anzi, lo odiava proprio. Harry veniva dallo Yorkshire e aveva modi bruschi: era una checca furiosa ormai sfatta che divideva il mondo tra chi era dalla sua parte e chi no. E Urquhart, stando al suo elementare e immodesto giudizio, non lo era. «Se quel bastardo ce la fa un’altra volta, io me ne vado a farmi fottere», aveva dichiarato all’intera compagnia la notte delle ultime elezioni. Col risultato che Urquhart ce l’aveva fatta, e lui s’era fatto fottere a dovere. Dopo tre anni, Harry aveva cambiato colore di capelli – da un castano intenso a un arancione precoce – e rinunciato alla pelle attillata in favore di un guardaroba più comodo, che gli consentiva di respirare lasciandogli lo stomaco libero di rilassarsi, ma le sue opinioni politiche erano rimaste invariate. Ora aspettava l’arrivo del primo ministro con lo stesso spirito di un russo intento a scavare davanti a Stalingrado. Urquhart doveva ancora entrare, e lui già si sentiva violato.

«Chiudi il becco, Harry, e levati dai piedi», sbraitò il direttore di scena dalla sua postazione in mezzo alla ragnatela di cavi che collegavano i monitor e i microfoni, con cui ci si aspettava che controllasse la rappresentazione. «Va’ a vedere se tutti hanno le brache a posto, o roba del genere». Harry, stizzito, fu sul punto di rispondergli a tono – ma poi ci ripensò. Era stata chiamata la mezz’ora, tutti erano già al loro posto dietro le quinte e la guerra all’ultimo bottone mancante stava per cominciare. Nessuno aveva bisogno di ulteriori complicazioni, non quella sera. Scappò a ricontrollare le parrucche nel camerino sul retropalco riservato ai cambi di costume rapidi. Stava per andare in scena il Giulio Cesare, e la platea dello Swan Theatre cominciava già a riempirsi, anche se più lentamente del solito. Lo Swan, un teatro con vari ordini di palchi rivestito in legno di pino che si trova proprio accanto al teatro principale della Royal Shakespeare Company a Stratford-upon-Avon, è costruito in forma circolare in omaggio allo stile elisabettiano e, con la sua capienza di quattrocentotrentadue posti, ha un’atmosfera intima e informale.

Delizioso se si vuole assistere a uno spettacolo, ma infernale se si deve garantire la sicurezza di un primo ministro. E se qualche spettatore amante di Shakespeare ma inviperito col premier, magari anche più di Harry Grime, ne avesse approfittato per… per far cosa? Nessuno poteva saperlo. Gli accoliti del bardo di Stratford non erano soliti viaggiare con artiglierie assortite nascoste in borsa o nelle tasche – al contrario di quelli di Ibsen, forse, o di Cechov.

Nessuno se la sentiva di rischiare, non in presenza della maggior parte dei membri del Consiglio di gabinetto e di una manciata di sottosegretari, direttori di giornali con relative mogli e altri maggiorenti del reame, riuniti per assistere ai festeggiamenti del trentaduesimo anniversario di matrimonio di Francis ed Elizabeth Urquhart. A riunirli era stato Geoffrey Booza-Pitt, il membro più giovane del Consiglio di gabinetto di Urquhart, ministro dei Trasporti nonché uomo dotato di uno straordinario intuito opportunistico. E abilissimo nell’organizzare distrazioni di ogni sorta. E quale migliore distrazione, rispetto alle manchevolezze della routine ministeriale, che riservare un centinaio di posti in onore dell’anniversario del Padrone, invitando gli uomini più potenti della nazione a rendergli omaggio pubblicamente? Quei biglietti da duemila sterline l’uno garantivano un ritorno cento volte più grande in termini di pubblicità personale e un mare di porte aperte in tutta Westminster, compresa Downing Street. Questo era esattamente ciò che aveva detto Geoffrey alla Matasuyo, gigante di livello mondiale nel campo della produzione automobilistica e sponsor aziendale della RSC, che aveva serenamente accettato di finanziare il tutto. Non gli era costato un penny, ma Geoffrey non l’avrebbe detto a nessuno.

Arrivarono tardi, e fecero un ingresso quasi regale. Se non altro, dopo quegli undici anni passati a Downing Street, sapevano come mostrarsi in pubblico. Elizabeth, sempre molto curata, sembrava sovrastare il resto della folla nel suo abito da sera di velluto nero dall’alto colletto a punta, impreziosito da uno strangolino di diamanti e smeraldi che catturavano e riflettevano le luci del teatro abbagliando tutte le donne che aveva intorno.

I pavimenti di legno e i palchi del teatro gemevano sotto il peso della folla che si sporgeva per guardare, e un applauso si levò da uno sparuto contingente di turisti americani, per poi diffondersi come un virus inesorabile in tutta la platea – con palese imbarazzo di molti. «Le roi est arrivé». «Non esagerare, Bryan», borbottò uno dei due che accompagnavano il responsabile del commento, dalla loro postazione privilegiata in prima galleria, in alto a destra rispetto al punto in cui gli Urquhart stavano prendendo posto. «E chi esagera? Stiamo parlando dello stesso Francis Urquhart, Tom? Quello che ha chiesto a Elgar di comporre un inno in onore del fallo tattico?».

Thomas Makepeace si limitò a rimbrottarlo con un sorriso. Sapeva che Brynford-Jones, il direttore del «Times», aveva ragione. E Brynford-Jones sapeva che lui sapeva. Sono le regole della lobby. Ma ci sono dei limiti a quello che un ministro degli Esteri può dire in pubblico sul conto del suo premier. E in più, Urquhart era un suo amico, e aveva ripagato la sua amicizia con continue promozioni nel corso degli anni. «Bisogna riconoscere che ci sa fare, con i piedi», continuò Brynford-Jones prima di fare un cenno e un sorriso in direzione degli Urquhart, che stavano salutando i presenti. «Non c’è una sola persona, qui dentro, che non porti impressi sul corpo i segni dei suoi tacchetti. Caro, vecchio FU». «Non si vive solo per vendere copie, Bryan», disse un terzo interlocutore, seduto dall’altra parte accanto a Makepeace.

Quentin Digby era un lobbista, e anche bravo. Non solo si occupava di politica a livello professionale, ma, pur col suo stile pacato, era anche una sorta di attivista, che sosteneva varie associazioni benefiche e cause ambientaliste. Makepeace non lo conosceva bene, ma lo trovava in gamba. «Mi chiedevo appunto chi di noi tre avrebbe fatto il grillo parlante, stasera», disse con ironia. Le luci del teatro si abbassarono, mentre l’amministratore delegato della Matasuyo saliva sul palco per reclamare l’attenzione del pubblico e pronunciare il discorso di benvenuto. La luce puntata sul palco si rifletté sui volti di Makepeace e dei suoi compagni, conferendogli un aspetto tenebroso, cospiratorio, come delle streghe intorno a un calderone.

«Per la verità, Tom», continuò Brynford-Jones, ansioso di approfittare della presenza del ministro, «avrebbe dovuto ritirarsi al decimo anniversario. Dieci anni al vertice sono abbastanza per chiunque, non credi?». Makepeace non commentò, fingendo di concentrarsi sull’omelia di quel distinto signore giapponese, che tentava di stabilire qualche forma di collegamento spirituale tra la cultura e i ricambi delle automobili.

«Vuole stabilire il record. Battere la Thatcher», concesse Digby. «Personalmente, la cosa mi lascia indifferente. Ma a che gli serve? Cosa vuole ottenere? Metà dei cassonetti di questo paese straripa della carta da pacchi di Harrods che le amministrazioni locali non riescono a raccogliere, mentre nell’altra metà rovistano i barboni in cerca di cibo». «Voi lobbisti esagerate sempre, pur di portare acqua al vostro mulino», ribatté Makepeace. «Che buffo. Pensavo fosse una prerogativa dei politici», disse il direttore.

Makepeace cominciava a sentirsi accerchiato. Era una sensazione che aveva spesso, negli ultimi mesi, quando sedeva accanto ai direttori dei giornali o si trovava di fronte ai suoi elettori, e doveva fingersi entusiasta mentre dentro non provava che stanchezza e disillusione. Qualcosa si era logorato. Qualcuno si era logorato. Francis Urquhart. Che gli aveva lasciato tanto da dire, ma ben poco da fare. «Ha avuto una grande stagione, Tom, il paese gli è riconoscente eccetera eccetera. Ma è ora che nelle vene scorra un po’ di sangue nuovo». «Il suo». «Il governo ha bisogno di rinnovarsi». «E anche tu, Tom». «Conosciamo tutti le tue idee, caro, le cause per cui combatti». «Ci piacerebbe dare una mano». «Sai bene che il paese non è più quello di una volta. Né quello che potrebbe essere. Il suo cuore è troppo grande per appartenere a un solo uomo così a lungo». «Soprattutto a un uomo come lui». «Diamine, perfino gli immigrati illegali se ne stanno andando».

«Ora dovrebbe toccare a te, Tom. Makepeace non ha niente da invidiare a Urquhart». Tregua. L’uomo della Matasuyo aveva finito e lo spettacolo stava per iniziare; Makepeace ringraziò il cielo. Gli girava la testa. Avrebbe voluto respingere le loro accuse, incarnare il ruolo del segugio fedele, ma non riusciva a trovare le parole. Forse avevano ragione su Urquhart. Senza dubbio avevano ragione su di lui. Sapevano quanto lo desiderasse, tanto che a volte si sentiva la bocca secca come quella di un uomo perso nel deserto, che intravede un’oasi per poi scoprire che era un miraggio. Il potere. Ma non per se stesso, non per avere un posto nei libri di storia, come Urquhart, bensì per la situazione in cui versava il paese. Per tutte quelle cose che bisognava disperatamente fare e cambiare. Sia Brynford-Jones che Digby, l’editore e il lobbista, auspicavano con forza un cambiamento – essendo, per tornaconto, dei rivoluzionari di professione. Che il mondo restasse immobile non conveniva né a loro né a lui, pensò Makepeace. Forse un giorno avrebbero potuto essere dei preziosi alleati, se fosse sceso in campo. Dopo che il suo amico Francis avesse gettato la spugna. O forse sarebbero finiti tutti insieme all’inferno, con gli altri farabutti.

foto: AP Photo/Netflix, Nathaniel E. Bell

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