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  • martedì 17 Febbraio 2015

Le dimissioni di Veltroni, sei anni fa

La storia di un momento complicato e politicamente drammatico della storia del PD: la volta che il suo primo segretario si dimise dopo solo sedici mesi, il 17 febbraio 2009

Sei anni fa, il 17 febbraio del 2009, Walter Veltroni diede le dimissioni da segretario del Partito Democratico. Fu un momento piuttosto complicato e forse anche un po’ drammatico, politicamente: Veltroni era stato il primo segretario nazionale del Partito Democratico, la sua gestione era stata piena di aspettative e speranze e aveva prodotto alle elezioni politiche del 2008 un risultato allo stesso tempo molto significativo (il 33 per cento, il secondo miglior risultato del PD nella sua storia e tuttora il migliore alle elezioni politiche) e una sconfitta netta (Berlusconi vinse e andò al governo con una salda maggioranza parlamentare). A Veltroni succedette Dario Franceschini, all’epoca suo vice, e fu un trauma nel trauma: per la prima volta un partito erede della storia della sinistra italiana e del PCI fu guidato da un politico di formazione e passato democristiano.

L’inizio della storia
Walter Veltroni era stato eletto sindaco di Roma nel 2001 ed era stato rieletto largamente nel 2006. Dal maggio del 2007 era entrato a far parte del Comitato nazionale del nascente Partito Democratico e già allora era considerato il più accreditato e spendibile come leader del partito che stava nascendo. Il 27 giugno Veltroni annunciò la sua candidatura dal “Lingotto” di Torino, in un discorso di cui si parlò molto per gli anni seguenti e a cui tuttora si fa rifermento come “discorso del Lingotto”. Quasi tutto l’establishment del partito si schierò dalla sua parte, anche alcuni suoi storici rivali, e alle primarie del 14 ottobre del 2007 Veltroni fu eletto con le primarie primo segretario nazionale del PD. Votarono più di 3 milioni e 500 mila persone, secondo i dati diffusi dagli organizzatori: Veltroni ottenne 2.667.000 voti (il 75,8 per cento) seguito da Rosy Bindi (12,9 per cento) e Enrico Letta (11,1 per cento).

In quel momento il centrosinistra era al governo: Romano Prodi era presidente del Consiglio con un’esiguissima maggioranza al Senato e una coalizione molto frastagliata e litigiosa. Durante uno di questi periodi di burrascose polemiche interne, Veltroni disse che il Partito Democratico avrebbe corso alle successive elezioni politiche “da solo”, quindi senza alleati di centro o di sinistra radicale: «Lo voglio dire con chiarezza, formalità e nettezza, in modo anche da chiudere una porta dietro di me. Per me la condizione assoluta, la certezza inossidabile, è che quale che sia il sistema elettorale, quello che uscirà dalla bozza Bianco o dal referendum, o anche l’attuale legge elettorale, il PD si presenterà con le liste del PD». Insieme alle inchieste giudiziarie che coinvolsero la famiglia dell’allora ministro Mastella e le posizioni discordanti su molti temi economici, la dichiarazione di Veltroni contribuì probabilmente a logorare il governo Prodi. Dopo la decisione dell’UDEUR di ritirare il suo sostegno al governo, Prodi fu sfiduciato al Senato il 24 gennaio del 2008. Franco Marini ebbe dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l’incarico di trovare una maggioranza per riformare la legge elettorale, il cosiddetto Porcellum, ma non ci riuscì: Napolitano decise quindi di sciogliere le camere e indire le elezioni anticipate per l’aprile del 2008.

Veltroni si candidò alla presidenza del Consiglio dei ministri ma in realtà il PD non corse da solo: si alleò con il partito di Antonio Di Pietro, l’Italia dei Valori, e accolse nelle sue liste alcuni candidati dei Radicali. Si dimise da sindaco e condusse una campagna elettorale usando lo slogan che nello stesso periodo stava utilizzando l’allora candidato democratico Barack Obama dall’altra parte dell’oceano: “Si può fare”, versione italiana di “Yes we can”. Il PD ottenne alle elezioni circa il 33 per cento dei voti e perse. Veltroni si ritrovò capo dell’opposizione: tra le prime cose che fece fondò un “governo ombra”, composto per lo più dai responsabili nazionali tematici del PD e dai membri della segreteria dello stesso Veltroni.

Cosa successe dopo
I mesi dopo le elezioni non furono affatto semplici per il PD. L’operazione del governo ombra non ebbe un grande successo, ma soprattutto vi furono diverse spinte (interne ed esterne) che misero in crisi il PD. Fuori dal partito, Veltroni ricevette critiche per avere un atteggiamento non abbastanza duro nei confronti di Berlusconi, che durante tutta la campagna era stato definito dal leader del PD “il principale esponente dello schieramento a noi avverso”. L’IdV organizzò un’affollata manifestazione estiva contro il governo Berlusconi a cui il PD decise di non partecipare.

Dentro il partito, Massimo D’Alema – storico rivale di Veltroni – fondò un’associazione chiamata “ReD” (Riformisti e Democratici). L’associazione nacque a Roma il 24 giugno del 2008, iniziò a organizzare eventi politici e aprire una specie di tesseramento parallelo a quello del PD, dandosi anche una struttura provinciale e regionale e persino una tv satellitare, ReD TV, che prese il posto di Nessuno TV: per alcuni era una corrente organizzata che faceva capo a D’Alema allo scopo di logorare Veltroni, per altri era solo una fondazione culturale che voleva contribuire ad arricchire il dibattito all’interno del PD. Presentandola, D’Alema disse: «Questa iniziativa non mira a destabilizzare il partito e non voglio rompere le scatole a Veltroni: è un’opportunità in più per arricchire l’offerta del PD e non in alternativa. ReD vuol essere un modo, un contributo per risolvere e ricomporre un malessere che non può essere negato né sottovalutato». Da una riunione di ReD nel 2009 nascerà però l’idea di una candidatura di Pier Luigi Bersani alla segreteria del PD, annunciata sui giornali e a più di due anni dalla fine naturale del mandato di Veltroni: «Ho deciso di espormi subito perché sento il disamore dei nostri elettori, la mancanza di una prospettiva. Hanno bisogno di un punto di riferimento, altrimenti se ne vanno», disse Bersani. Dopo le dimissioni di Veltroni, non si sentì più parlare di ReD.

Nel frattempo Veltroni cambiò linea sul modo di fare opposizione: accusò il governo Berlusconi di portare avanti una “deriva putiniana“, promosse una raccolta di “dieci milioni di firme” contro Berlusconi e il 25 ottobre del 2008 organizzò una grande manifestazione al Circo Massimo di Roma contro la riforma dell’istruzione della ministra Gelmini. Il giornalista Marco Damilano, in un articolo scritto nel febbraio del 2009 sull’Espresso, commentò che quella fu «l’unica giornata davvero felice in 16 mesi di segreteria: il popolo democratico arrivato da tutta Italia per applaudire Veltroni su un podio in stile Obama, una pedana in mezzo alla folla. Era raggiante Walter, quel giorno». Intanto però le critiche contro Veltroni si erano fatte sempre più frequenti e dure: Veltroni era accusato di non avere un obiettivo preciso e voler collaborare comunque con Silvio Berlusconi sulle riforme istituzionali, mentre l’Italia dei Valori accusava il PD di «oscillare tra collaborazione con il governo e collaborazionismo».

A novembre del 2008 il candidato di centrosinistra Lorenzo Dellai ottenne una netta vittoria sul candidato di centrodestra Sergio Divina alle elezioni provinciali di Trento. Veltroni parlò di «vento nuovo» e di una «clamorosa sconfitta del Popolo della Libertà»: «È un importante segnale di valore nazionale, il clima sta cambiando». In realtà per il PD quella fu l’unica vittoria in una serie di pesanti sconfitte elettorali: il centrodestra vinse in Friuli-Venezia Giulia, in Sicilia e in Abruzzo, dove il governatore del PD Ottaviano Del Turco si dimise perché accusato di aver preso delle tangenti. Queste sconfitte e i contrasti interni al partito misero Veltroni sempre più in discussione. Giovanni Fasanella su Panorama in un articolo del dicembre 2008 scrisse:

«Sì, è lui, Veltroni l’obiettivo contro cui puntano gli altri maggiorenti del partito. A cominciare da Massimo D’Alema, che con Walter ha un conto aperto sul piano personale sin dall’epoca della lotta per la successione ad Achille Occhetto alla guida del Pds. Ma anche Franco Marini, l’ex democristiano “gran signore delle tessere” messo nell’angolo da una leadership che mal sopporta qualsiasi tipo di condizionamento. E Francesco Rutelli, bruciato nelle ultime elezioni comunali a Roma, che non ha gradito il tentativo del vertice Pd di scaricare interamente sulle sue spalle la responsabilità della sconfitta contro il candidato della destra, Gianni Alemanno; quasi che Veltroni non avesse mai gestito il governo della capitale. Antiche e nuove rivalità personali che vanno ad aggiungersi ai conflitti su punti fondamentali della politica e del programma del partito. Molti, all’interno dello stesso staff veltroniano, ritengono sin da ora che la spinta propulsiva dell’attuale leadership si sia virtualmente esaurita. Troppi errori, troppe oscillazioni, troppe incertezze, per sperare in una ripresa dell’attuale segreteria. Si pensa già alla sostituzione, nel congresso»

Il colpo finale arrivò con le elezioni regionali in Sardegna del 15 e 16 febbraio 2009. Renato Soru, presidente uscente di centrosinistra da poco diventato editore dell’Unità, fu sconfitto da Ugo Cappellacci, fino ad allora praticamente sconosciuto e presentato dai giornali come «figlio del commercialista di Berlusconi».

«Basta farsi del male»
Il 17 febbraio Veltroni si dimise da segretario del PD. La segreteria del PD respinse le dimissioni ma Veltroni convocò la stampa al Tempio di Adriano, a Roma, e confermò la sua decisione spiegandola. Disse che il PD non era nato come un «partito-Vinavil» capace di «tenere incollata qualsiasi cosa», e che al contrario era un progetto ambizioso finalizzato a «far diventare il riformismo maggioranza nel Paese». «Io non ci sono riuscito», disse Veltroni, «ed è per questo che lascio e chiedo scusa». «Posso dire “quello che non vorresti fatto a te non farlo agli altri”, io non lo farò. Il PD è stato il sogno della mia vita, non bisogna tornare indietro e pensare che ci sia uno ieri migliore dell’oggi. Non chiedete a chi verrà dopo di me con l’orologio in mano di ottenere dei risultati. Il nostro è un grande progetto, e riguarda gli anni, non si consuma in 18 mesi».

A Walter Veltroni subentrò Dario Franceschini – Matteo Renzi, all’epoca sindaco di Firenze, disse che il PD pensava di risolvere i suoi problemi sostituendo il «disastro» col «vicedisastro» – e con Franceschini il PD prese il 26 per cento dei voti alle successive elezioni europee del 2009.