• Cultura
  • mercoledì 28 gennaio 2015

Uomini che amano troppo

È il titolo del nuovo libro di Filippo Facci, in cui parla di viagra, sesso tra animali, botole e "maschi miserabili"

Esce in libreria il 29 gennaio il libro di Filippo Facci – giornalista, scrittore, blogger sul Post – “Uomini che amano troppo“, raccolta di riflessioni e racconti sui rapporti dei maschi con le donne che lo stesso Facci introduce con questa “Avvertenza”:

Le vicende narrate in questo libro sono basate su una storia falsa. Gli studi citati e sparpagliati nei vari capitoli, invece, sono veri.
I profili descritti sono immuni da autobiografismi e l’autore non ne sposa alcuno, salvo esprimere una doverosa solidarietà di specie. Hanno tutti ragione. E sono tutti dei miserabili.

Questo è il capitolo “Interludio 5”.

 

Seduto davanti alla scrivania del mio amico urologo, nel suo studio.
Tu lo prescrivi il viagra?
«Sì, ogni tanto, ma sempre meno, e poi mica devi venire da me. È pieno di farmacie che te lo danno senza ricetta. Ti serve?»
No, no. Ma in genere chi lo compra?
«L’età media sfiora i cinquant’anni. Gli acquirenti che non ne hanno bisogno superano quelli che ne avrebbero bisogno, e infatti le prescrizioni calano.»
Perché?
«Perché è sempre un farmaco, e il vederselo prescrivere fa sentire malati. I maschi non vogliono sentirsi impotenti, vogliono sentirsi furbi, e allora preferiscono procurarselo, scambiarselo. Ora poi è scaduto il brevetto, costa poco.»
Tu l’hai provato?
«Sì.»
Hai le ansie da prestazione?
«All’inizio l’avevo pigliato per curiosità, adesso invece solo ogni tanto, quando capita un weekend impegnativo o una nuova tizia con cui voglio fare i fuochi d’artificio.»
Per andare sul sicuro.
«Il punto è che l’idea che non ti tiri, o che non ti tiri abbastanza, non è più neppure concepita: ci sono generazioni cresciute col viagra, donne e ragazzine che pensano che il cazzo funzioni a comando come un muscolo. Oltretutto è ingiusto.»
Infatti. Non si devono neanche più impegnare per tirartelo su, magari ti si piazzano sul letto come delle morte ad aspettare giustizia. Non sanno quanti patemi abbiamo passato a sorvegliare l’angolo dell’alzabandiera.
«Mi ricordo che tu lo pigliavi.»
Mah… sì, ogni tanto.
«E perché?»
Stesse ragioni tue. Però mi sono accorto che qualche volta c’era anche una ragione psicologica: mi aiutava a smascherare le mie reali intenzioni.
«Cioè?»
Lo sai che io tentenno, non capisco mai se una mi piace o no, ho il pentimento facile, trovo tutto un po’ ridicolo. Ecco: se però becco la pillola mi è molto più difficile cedere alla pigrizia, mi viene una determinazione da bagnino di Riccione.
«Altri usano la coca, per quello.»
In effetti. Ma tu hai mai detto a una donna che l’avevi preso?
«Scherzi? Mai. Tu sì?»
Mai.
«E hai fatto bene. Alle donne non piace che uno prenda una pillola per funzionare. E quelle che lo tollerano, che lo sanno, non so, mi inquietano.»
Ti è successo, che non ti tirasse?
«È successo a chiunque non sia un camionista bulgaro.»
E che avevi detto?
«Niente di speciale, imbarazzo, stupore, “è la prima volta che mi succede”, roba così. Ma conosco tutto il campionario, dato il mestiere che faccio.»
Io, quando mi è capitato, ho detto cazzate diverse in tempi diversi. Da ragazzino sparavo cose tipo «forse mi piaci troppo», l’emozione, queste cose, magari dicevo che mi era capitato solo quando ero innamorato. Funzionava.
«Non funziona mai.»
Vabbè, me la raccontavo. Dopo i trenta non mi è quasi più capitato, o se mi è capitato credo di aver tirato in ballo lo stress, il periodo, la depressione, qualche farmaco che m’aveva abbassato il testosterone.
«Tra l’altro è vero, succede. I più spassosi sono quelli che adducono ragioni gastronomiche: è colpa dei peperoni, la faraona alla griglia.»
Nessuno che dica la verità.
«E qual è la verità?»
Boh. Però, a parte quelli che hanno problemi davvero, o che funzionano e non funzionano perché non sono degli stalloni, ogni tanto la colpa è anche loro, delle donne, che magari sono lì, passive, inerti, insomma: la cosa che dicevi prima, che non è un muscolo, che non va a comando, che non siamo macchine e che soffriamo anche noi le situazioni, somatizziamo.
«Il grande limite del viagra è proprio questo. Non è afrodisiaco, ma ti si alza con un niente e il cazzo assume una postura e una consistenza perfette, come se fosse altro da te. Non è più un indicatore di quanto una persona ti sta piacendo. Ti rende solo meccanico. E comunque, insomma… vabbè.»
Cosa?
«Credo che il problema sia un po’ più complesso, quando non ci tira.»
Freud e compagnia bella?
«Non serve Freud. È che noi uomini abbiamo una fottuta e storica paura delle donne: e basta. Ogni tanto salta fuori, è una paura atavica, biologica, culturale. Comincia da piccoli, quando ci accorgiamo che le bambine sono mediamente più sveglie di noi.»
Ed è vero?
«È notorio, è una cosa acclarata che poi si accentua in adolescenza, quando le ragazze diventano donne ben prima che noi diventiamo uomini. Si chiama bimaturismo sessuale.»
Me lo ricordo. Noi siamo ancora lì coi pupazzetti e loro già vanno coi ragazzi grandi, con le moto e le macchine. Le zoccole. Però poi noi recuperiamo, no? Le ricacciamo nella loro subalternità, che è storica anche quella.
«Guardala in un altro modo. Le donne sono sessualmente irraggiungibili, e noi non possiamo perdonarglielo. Sono fisiologicamente più abili, biologicamente insaziabili, almeno in teoria, ed è un paradosso che nel mondo animale è ancora più evidente: i maschi sono quelli che si sbattono di più per scopare, ma, di fatto, il maschio ha meno possibilità di soddisfare tante femmine che non il contrario. La verità è che gli harem dovrebbero averli le donne, e questa cosa ci uccide.»
Ma no, è una cosa da film, gli harem le donne non se li faranno mai: proprio perché sono diverse, non fanno gli stupri, non vanno a puttane, non guardano quasi mai i film porno.
«Quella è una questione di gameti, l’hanno studiato, le donne hanno una soglia di stimolazione sessuale più alta e meno indiscriminata. Le donne che vanno in terapia ormonale, infatti, diventano delle furie. Freud…»
Eccolo.
«Freud mica sbagliava quando diceva che la sessualità femminile è un continente oscuro. Non ne sappiamo ancora un cazzo. Pensa al loro orgasmo, che ufficialmente non serve a niente.»
Come non serve a niente?
«Non ha nessuna funzione legata alla riproduzione.»
Ma gli animali? Cioè: le animalesse non ce l’hanno?
«Pare di sì, ce l’hanno anche loro, ma gli studi sono un po’ indietro.»
Dimmi un’animalessa che ha l’orgasmo.
«Sicuramente le femmine di macaco del Giappone.»
Le amiche di Paolo.
«Tra l’altro, secondo “Science”, hanno orgasmi più frequenti quando scopano coi maschi di rango elevato.»
Le puttane.
«Ma è anche storia umana, se ci pensi. Gli uomini in prevalenza hanno sempre preferito le schiave, le contadine, le serve, le operaie: li rassicuravano. Uno come Schopenhauer, che temeva le donne, diceva che loro hanno la capacità di vedere le cose semplici, le cose che sfuggono alla vista dell’uomo, diceva che erano delle sibille imparentate con l’occulto.»
Schopenhauer era un coglione.
«Può essere, ma quasi tutte le vittime torturate e arse vive, nei secoli bui, erano streghe, erano donne. Ci sarebbe da fare un discorso sugli inquisitori che bruciavano le streghe che praticavano i primi metodi contraccettivi, ragione sufficiente per sterminarle tutte: le modalità sessuofobiche impiegate per torturarle dicono molto. E poi tutto il resto, le ingiunzioni religiose, le cinture di castità, l’infibulazione, persino gli eunuchi. Non abbiamo mai perdonato il potere femminile di creare e distruggere la vita dentro di sé, mentre noi giocavamo con la Storia e col potere.»
Così però è ancora un film, stai facendo il solito film sulla morte del maschio, ridotto a un fuco sterile che non serve neanche più per inseminare.
«Ti sto solo spiegando perché ogni tanto non ti tira.»

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