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  • mercoledì 24 Dicembre 2014

L’IS visto da un giornalista occidentale

Jürgen Todenhöfer, 74 anni ed ex parlamentare tedesco, è stato nel Califfato con l'autorizzazione del gruppo estremista: ha filmato e raccontato quello che ha visto (ed è tornato a casa vivo)

Negli ultimi due giorni diversi siti di news internazionali, tra cui BBC e CNN, hanno raccontato la storia del “primo giornalista occidentale ad avere avuto accesso ad alcune aree del Califfato Islamico in Siria e in Iraq”. Il giornalista in questione si chiama Jürgen Todenhöfer, ha 74 anni, è tedesco e in Germania è conosciuto per essere stato un parlamentare dell’Unione Cristiano-Democratica di Germania (CDU), il partito della cancelliera Angela Merkel. Todenhöfer è stato a Raqqa e a Deir Ezzor in Siria e ha trascorso sei giorni nella città irachena di Mosul, tutto con l’approvazione dello Stato Islamico: ha raccontato quello che ha visto e ha scritto che il gruppo è “ancora più brutale di quanto si aspettasse”.

Cosa ha visto Todenhöfer
A Mosul, la seconda città irachena per grandezza, Todenhöfer ha visitato la moschea dove il Califfo Abu Bakr al-Baghdadi, il capo assoluto dell’IS, ha fatto il suo unico discorso pubblico finora. Ha visto la realtà della vita sotto l’IS, con i negozi che chiudono nel bel mezzo del giorno per la preghiera. Ha raccontato a CNN:

«C’è un senso di terribile normalità a Mosul. 130mila cristiani sono stati cacciati dalla città, gli sciiti se ne sono andati, molte persone sono state uccise. E nonostante questo la città continua a funzionare e alla popolazione piace la stabilità che lo Stato Islamico riesce a garantire. […] Certo, molti hanno paura, soprattutto per le punizioni molto dure previste nel caso di violazione delle regole»

Todenhöfer ha anche assistito ad alcune fasi di reclutamento di nuovi miliziani. Ha raccontato che arrivavano circa cinquanta nuovi combattenti ogni giorno:

«Non riuscivo a credere al fervore che vedevo nei loro occhi. Si sentivano come se fossero arrivati alla terra promessa, come se stessero combattendo per una cosa giusta. Non si tratta di persone stupide. Uno degli uomini che ho incontrato si era appena laureato in legge, aveva ricevuto delle offerte di lavoro molto buone, ma ha preferito andare lì e combattere. Abbiamo incontrato combattenti provenienti dall’Europa e dagli Stati Uniti. Uno di loro proveniva dal New Jersey. Avreste mai immaginato un uomo del New Jersey fare un viaggio del genere e combattere per lo Stato Islamico?»

In generale, ha raccontato Todenhöfer, a Mosul l’IS ha imposto la sua versione estrema di islam sunnita. Per la città sono stati appesi alcuni manifesti che spiegano la corretta posizione da assumere durante la preghiera. Altri indicano il modo in cui una donna si deve vestire per considerarsi “completamente coperta”. Nelle librerie sono stati esposti solo libri religiosi: Todenhöfer ha raccontato di avere visto anche guide che spiegano come si devono trattare gli schiavi. I miliziani hanno imposto un loro sistema di giustizia – nelle aule di tribunale, tra le altre cose, ci sono le bandiere dell’IS – e la loro polizia. Todenhöfer ha raccontato che con l’inizio degli attacchi aerei sull’IS, i miliziani del gruppo hanno cominciato a non muoversi più in lunghi convogli facilmente individuabili. Si disperdono per la città e si muovono in piccoli gruppi, in modo da avere meno possibilità di essere colpiti. Todenhöfer ha anche detto di avere avuto l’impressione che l’IS sia più forte in Iraq che in Siria: a Raqqa, per esempio, il presidente siriano Bashar al Assad continua a pagare gli stipendi dei funzionari statali.

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Chi è e come è arrivato Todenhöfer nel Califfato
Il viaggio di Todenhöfer è stato seguito con molta curiosità dai media internazionali soprattutto per quello che è successo di recente ai giornalisti occidentali ostaggio dello Stato Islamico. Dall’estate del 2014 sono stati uccisi tramite decapitazione sei giornalisti – tutti statunitensi o britannici – e pochissimi altri sono riusciti a entrare nel territorio del Califfato Islamico: chi l’ha fatto, comunque, ha incontrato delle difficoltà enormi. Un giornalista del New York Times, per esempio, ha scritto un articolo da Raqqa, la città siriana considerata la “capitale” del Califfato Islamico, ma senza rivelare il suo nome per evitare ritorsioni. La copertura più estesa finora sull’IS è stata fatta dal giornalista di Vice News Medyan Dairieh, che ha passato tre settimane a Raqqa producendo una serie di video molto impressionanti sulle regole e sulla vita del Califfato.

Todenhöfer ha raccontato sul suo sito di volere scrivere un libro sullo Stato Islamico e di essere entrato in contatto con i miliziani del gruppo attraverso un jihadista tedesco. L’IS gli ha garantito poi la “sicurezza” del viaggio. Todenhöfer ha discusso per sette mesi con la sua famiglia sull’opportunità di andare nel Califfato Islamico e poi ha deciso di partire insieme al figlio, che ha fatto le riprese video. In Germania, scrive il Washington Post, Todenhöfer ha una “reputazione complicata” e non tutti i suoi ultimi lavori sono stati considerati buoni. Dopo avere finito la sua esperienza in parlamento, Todenhöfer si è occupato per lo più di rapporti tra Occidente e mondo musulmano: ha pubblicato una serie di libri sul tema ed è diventato un duro critico delle guerre americane in Afghanistan e Iraq (fece molto discutere una sua intervista televisiva al presidente siriano Bashar al Assad, a guerra iniziata).

Sheera Frankel, giornalista di Buzzfeed, ha scritto in un post su Facebook: «È irresponsabile citare il suo lavoro senza menzionare che è stato soggetto alle dure “regole per i giornalisti” imposte dall’IS alla stampa, iniziando con quella che obbliga a “giurare fedeltà” al Califfato Islamico». Todenhöfer stesso ha spiegato che le limitazioni del suo viaggio sono state molte: è rimasto sotto stretta sorveglianza dei miliziani dell’IS per la maggior parte del tempo e ha dovuto consegnare cellulari e dispositivi mobili. Diversi analisti hanno notato come, in generale, le cose scritte da Todenhöfer sull’IS siano state piuttosto “indulgenti”. Karl Sharro, blogger e autore satirico libanese, ha definito il lavoro di Todenhöfer “un profilo adorante scritto da un giornalista occidentale”.