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  • giovedì 11 dicembre 2014

Le torture in Brasile durante la dittatura

La commissione che ha indagato sul regime militare ha consegnato il rapporto finale, Rousseff si è commossa presentandolo: racconta moltissimi crimini e chiede di punire i responsabili

La Commissione Nazionale per la Verità del Brasile (in portoghese Comissão Nacional da Verdade) ha consegnato alla presidente Dilma Rousseff un rapporto di duemila pagine relativo ai crimini commessi durante la dittatura che governò il paese tra il 1964 e il 1985. La commissione, formata da sette esperti e incaricata dal parlamento brasiliano nel 2012, ha raccolto le testimonianze delle persone che furono torturate e dei loro carcerieri, oltre che dati e documenti disponibili legati a quegli anni.

Molti dei crimini commessi durante la dittatura in Brasile erano già conosciuti. Ma la commissione ne ha individuato con precisione i motivi politici: rifiutando la ricostruzione dei fatti che era stata ufficialmente offerta fino a oggi, ha stabilito che le violazioni dei diritti umani in quel periodo, la repressione e l’eliminazione degli oppositori non furono atti isolati o “eccessi di zelo” di alcuni soldati, ma pratiche sistematiche concepite e organizzate dal governo militare. Sono state localizzate almeno 11 strutture all’interno delle quali il regime torturava indiscriminatamente i prigionieri, come la cosiddetta “Casa degli orrori” del Río Grande del Sur.

Durante la cerimonia della consegna del rapporto che si è tenuta mercoledì 10 dicembre a Brasilia, la presidente Dilma Rousseff si è commossa. Rousseff – che è conosciuta per la sua generale fermezza – ha mantenuto nel corso degli anni un atteggiamento piuttosto cauto nei confronti del tema delle uccisioni, torture e sparizioni durante la dittatura. Raramente ha parlato delle torture che subì durante la sua prigionia: all’epoca Rousseff aveva 20 anni, tra le altre cose, fu appesa a testa in giù, fu presa a pugni in faccia e le furono date delle scosse elettriche molto forti. Secondo alcuni suoi critici, comunque, Rousseff non avrebbe intenzione di annullare la legge sull’amnistia approvata nel 1979, viste le passate inchieste su di lei legate ad alcuni casi di corruzione.

Nel rapporto si legge che la dittatura uccise o fece sparire 434 persone (200 di loro non sono mai state trovate). Moltissimi brasiliani – tra cui la stessa Rousseff – furono torturati. I numeri delle persone uccise o scomparse durante la dittatura, ha scritto la commissione, non corrispondono certamente a quelli riportati nel rapporto. La commissione ha infatti considerato solo quelli che è stato possibile provare con certezza, ma il numero reale è molto superiore: tra i documenti a cui gli esperti non hanno avuto accesso, per esempio, ci sono stati quelli dell’esercito, che i militari hanno detto ufficialmente di avere già distrutto.

Il rapporto individua anche i nomi e cognomi di 377 responsabili, tra cui i capi di stato, i poliziotti, i medici e i militari accusati di gravi violazioni dei diritti umani (di quei 377, 191 sono ancora vivi). Gli esperti della commissione hanno detto che i colpevoli dei gravi crimini commessi sotto la dittatura devono essere giudicati da tribunali brasiliani, nonostante un’amnistia che era stata concessa loro nel 1979. Diversi esperti scrive El Pais, non credono però che questo sarà possibile: una sentenza del 2010 del Tribunale Supremo Federale aveva infatti stabilito che l’amnistia avrebbe dovuto applicarsi tanto ai crimini comuni quanto alle torture commesse sotto la dittatura.

Alcune delle testimonianze contenute nel rapporto sono molto forti. La sezione dedicata agli abusi sessuali si apre con la testimonianza di Isabel Fávero, una ragazza che fu tenuta prigioniera durante gli anni della dittatura:

«Al terzo o quarto giorno di prigione cominciai a sentirmi malata. Ero incinta di due mesi e abortii. Perdevo molto sangue, non sapevo come lavarmi, usavo la carta igienica ma mi sentivo sporca. Così pensai, ho quasi la certezza che non mi stupreranno. Mi minacciavano in continuazione ma gli facevo schifo. Si arrabbiavano ancora di più, e mi picchiavano di più»

Dalle carte risulta anche il ruolo che ebbero a quel tempo gli Stati Uniti e il Regno Unito soprattutto nell’addestramento per gli interrogatori: risulta che gli ufficiali brasiliani sono stati inviati sia a Panama che a Londra per imparare le tecniche di tortura per far confessare gli oppositori politici. Uno dei pochi ex ufficiali militari che ha parlato agli esperti della Commissione Verità, l’ex colonnello Paulo Malhães, era tra coloro che sono stati inviati a Londra per la formazione. Malhães ha detto alla commissione che preferiva la «tortura psicologica» e che il Regno Unito «era il posto migliore dove impararlo»: «Non lasciava segni fisici ed era molto più efficiente rispetto alla forza bruta, soprattutto quando si voleva provare a trasformare i militanti in agenti infiltrati». Malhães, per sua stessa ammissione, ha fatto uso di serpenti, coccodrilli e topi per terrorizzare i detenuti. Due settimane dopo aver parlato con la Commissione Verità è stato trovato morto nella sua casa, in circostanze poco chiare. Gli ex prigionieri politici credono che sia stato eliminato per non rischiare che fornisse altre informazioni alla commissione stessa.

Nella foto: la presidente brasiliana Dilma Rousseff riceve il rapporto finale dal coordinatore della commissione nazionale per la verità, Pedro Dallari, a Brasilia, il 10 dicembre 2014. (EVARISTO SA/AFP/Getty Images)

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